diritti animali Archives | Silvia Allegri
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Giusto, non comodo

Ciò che è giusto è meglio di ciò che è comodo. Il mio percorso che mi ha portato a scegliere uno stile di vita vegano è stato lungo, ma per fortuna non troppo. Perché rimandare a domani spesso significa non riflettere su un dato drammatico: ogni giorno trascorso mangiando prodotti derivati dai lager è un giorno trascorso da complici.

Il ragionamento, pensandoci, è talmente semplice che viene da chiedersi: ma perché non l’ho fatto prima?

Ed è più o meno così:

  1. amo gli animali
  2. non sopporto vederli soffrire
  3. gli animali che finiscono nel mio piatto e i prodotti derivati da animali nascondono atrocità inaccettabili, sofferenza, sfruttamento, solitudine, mancanza di dignità, agonia
  4. io allora scelgo di non scegliere questi prodotti.

Facile, no?

Sono una persona e sulla terra siamo quasi 8 miliardi, la mia scelta vale per uno, è vero. Ma forse qualcuno potrà seguire il mio esempio, e aggiungere quel piccolo ulteriore passaggio, l’anello mancante della catena, arrivando a fare un percorso mentale che porta inevitabilmente a scegliere ciò che è giusto, invece di ciò che è comodo.

Certo, si fa fatica a non rispondere alle provocazioni di chi ci prende in giro, quasi fosse una colpa la scelta di essere coerenti. Si fa fatica, almeno per chi non è esperto di cucina come me, a imparare nuove ricette, scoprire ingredienti alternativi, informarsi. Ma la fatica regala adrenalina e raggiungere un traguardo è una grande soddisfazione. Si fa fatica anche a incoraggiare le persone, che si sentono piccole e impotenti di fronte allo scempio che vediamo, quell’orrore che i muri dei macelli e degli allevamenti lager cercano di nascondere. Ma è nostro compito incoraggiarli, e far capire loro che il potere dei consumatori consapevoli è enorme. Possiamo scoprire quanto è divertente cucinare cose buone e etiche, colorate e sane, senza introdurre nel nostro stomaco infinita tristezza.

Il mondo è pieno di violenza, soprusi, cattiveria nei confronti degli animali, ma cresce il numero delle persone che ha scelto di dire basta e non si permette più di considerarli come merce, carne, oggetti inutili. La relazione con gli animali regala una forza inaudita, arricchisce, rende la vita meravigliosa. E noto con grande piacere che questa nuova sensibilità è in aumento tra le persone che davvero possono fare la differenza, i giovani.

Chi li ama davvero non fa distinzioni. Non esistono animali da carne, da uova, da latte, da pelliccia, da laboratorio, da compagnia. Ma come possiamo accettare queste schifose etichette? Esistono animali, che sono animali e basta, esattamente come lo siamo noi, e hanno diritto a vivere bene, in linea con le loro esigenze, rispettati e liberi, anche se questo mondo ormai a misura di uomo ha ridotto sempre più i loro spazi vitali.

Ogni giorno possiamo fare ciò che è giusto e fare la differenza. L’effetto sarà immediato: vivremo in armonia con noi stessi e con i nostri cari animali.

Galline? No, molto di più. Ecco Tina e Nina, compagne di vita

Simpatiche, affettuose, a volte un po’ dispettose, con un carattere forte, vivaci e curiose. In altre parole: galline.

Il primo animale che mi sono rifiutata di mangiare è stato il ‘pollo’. Con questa parola inglobiamo tutti i volatili cresciuti in allevamenti, senza mai chiederci chi siano in realtà queste creature, le più maltrattate della terra. A loro non è concesso nemmeno di essere identificati con uno squallido numero di matricola, come avviene per le vacche, le capre, le pecore. Loro sono stipati sui camion, amputati, disprezzati, derisi e basta. Contati in modo approssimativo, non importa se sono dieci o dodici o venti, l’importante è che possano essere uccisi e venduti senza piume, senza zampe e senza testa. per pochi soldi: la carne di pollo è la più economica, la più piena di ormoni, la più triste.

Ecco perché ho provato subito amore per loro: gli agnelli fanno tenerezza, i vitelli e i conigli pure, e già questo è un lusso visto che chi li mangia non si cura delle loro emozioni. I polli, invece, con quegli occhi vitrei che sembrano sbarrati, con quelle zampe fredde, fanno quasi timore e ribrezzo a tante persone.

Ma tutto cambia quando si ha la possibilità di conoscerli da vicino. E mi ritengo fortunata ad avere incontrato Nina e Tina, due galline dalle piume rosse arrivate nel maneggio dove vivono i miei Ringo e Gemma. Salvate da un allevamento di galline ovaiole, avevano già subito l’amputazione del becco. Ma la loro è una storia bella: vivono adesso in un bel pollaio, spazioso, con davanti l’erba fresca dove andare a raspare e una capanna dove dormire riparate. E ricevono molte visite: umani curiosi che si avvicinano con qualche timore, ma non appena le prendono in braccio si innamorano follemente di loro!

Allora è stupendo raccontare come si comportano, spiegare le sfumature delle loro piume, far scoprire le loro abitudini, e osservarle mentre ci osservano. Amano le coccole, le carezze, quelle che milioni di loro simili ogni giorno non riceveranno mai nello squallore di un allevamento. Loro sono libere di crescere con calma, con il loro ritmo biologico, di fare le uova quando vogliono e dove vogliono, di curiosare e di respirare l’aria fresca, di toccare l’erba.

Ecco, io desidero questo per loro e per tutti gli animali. E forse chi le ha conosciute adesso non vedrà più solo un pezzo di carne da cucinare, nel banco frigo, ma si ricorderà le emozioni che regalano gli animali, quando sono liberi di essere amati e di vivere. Gli allevamenti sono lager, e ogni essere vivente merita di essere felice e vivere secondo la propria natura.

 

 

La natura è crudele? Ecco perchè ci serve pensarla così

La morte provocata da ‘belve feroci’ si trasforma in uno show da usare quando ci fa comodo. Ha fatto il giro del mondo in pochissime ore il video choc in cui si mostra la fine atroce di un asino mandato vivo nel reparto di un orso in uno zoo della Cina. Come ha fatto il giro del mondo, pochi anni fa, anche la notizia di una giovane giraffa uccisa e data in pasto ad altri ospiti carnivori in uno zoo europeo. Indignazione, sconforto, pietà per queste povere vittime, che si trasformano in simboli della crudeltà e della ferocia di altri animali. Orsi, leoni, tigri si trasformano in carnefici spietati, e aiutano a trovare un alibi. Gli umani, sembra quasi che vogliano cercare conferme costanti della cattiveria della natura, che non perdona e non conosce tenerezza. Ma noi come siamo invece?
Quasi sempre, noi non ci sporchiamo la bocca di sangue, non ci imbrattiamo il corpo, lasciamo che siano altri a uccidere per noi.
La percezione distorta del mondo naturale ci fa suddividere gli animali in categorie funzionali esclusivamente al nostro interesse. Mettiamo in scena la morte di animali, e ci dimentichiamo di quella morte che non è spettacolo, ma routine. Milioni di pulcini tritati vivi perché maschi, e quindi inutili nella produzione di uova.
Milioni di animali che si aggrediscono l’un l’altro per la disperazione di ritrovarsi chiusi tutta la vita in gabbie addirittura insufficienti a contenerli, per come sono strette. Milioni di animali tenuti prigionieri che non conoscono la luce del sole e il profumo dell’aria. E soprattutto che non conoscono e non hanno mai conosciuto la libertà.
Da amante degli asini e di tutti gli animali non posso non soffrire di fronte a questi filmati che mostrano la sofferenza degli animali che noi consideriamo d’affezione. Ma sono convinta che la morte che va in scena diventi un passatempo soprattutto per persone che forse hanno poche conoscenze, volutamente poche, di come siano complesse le leggi della natura.
Peccato che non faccia scalpore, nel nostro mondo fatto tutto a misura delle nostre esigenze e nient’altro, la morte in serie di animali di cui non si conoscono nemmeno le fattezze, tanto siamo abituati a vederli già confezionati nel banco frigo o cucinati in un piatto. E non fa scalpore nemmeno il lamento inaspettato di un vitellino che cerca la madre e deve stare in una gabbia, senza bere quel latte che gli spetta di diritto, perché deve essere usato per gli umani, adulti e svezzati da tempo, magari.
Se tutti fossimo capaci di superare quella stupida barriera mentale che ci fa dividere gli animali in essere affascinanti da ammirare e esseri utili solo per andare al macello forse saremmo capaci di godere degli spettacoli veri: quelli, meravigliosi, che ci offre la natura, quando viene lasciata in pace.

Per tutelare gli umani la soluzione è sempre solo lo sterminio di animali?

Spunta fuori un nuovo focolaio di aviaria, e che si fa? Con la massima serenità esperti e studiosi assicurano che non c’è da preoccuparsi. Perché questa forma non attacca l’uomo.
Ecco quindi che la soluzione è a portata di mano. Si prendono serenamente 20mila tacchini in un allevamento intensivo e si procede a uno sterminio di massa.

La notizia passa tra telegiornali e tv con calma e come un normale provvedimento di routine. Niente ci tocca, tutto ci lascia indifferenti. Certo, come sempre ci sono notizie più gravi, più importanti, la gente ha altro a cui pensare. In fondo, a qualcuno interessa la vita di un tacchino? Un animale non bello, non come un cane o un gatto, un animale considerato stupido e inutile se non per diventare arrosto o care tritata da mescolare a quella di altri animali per diventare polpetta o hamburger.

Non ci ricordiamo mai che mentre accarezziamo il nostro gattino mangiamo la carcassa di un animale che ha solo sofferto? Non esiste un briciolo di coerenza?

Questa indifferenza con cui trattiamo gli animali, questa assenza di empatia, questo sguardo unicamente rivolto al profitto contribuiranno a renderci sempre meno in sintonia con quella natura che è fonte di vita. Perdiamo di vista la dignità a cui hanno diritto tutti gli esseri viventi, ci sembra normale che vivano rinchiusi in gabbie a vita, sommersi dai loro escrementi, alla luce artificiale. Mangiamo i loro corpi morti trasformati in affettati e cotolette impanate.
Il nostro antropocentrismo ci si rivolterà contro, prima o poi. La prepotenza non potrà trionfare sempre.

L’alternativa esiste: partiamo dai gesti semplici della nostra vita quotidiana. Eliminiamo la sofferenza dal nostro piatto. Non compriamo questa carne piena di dolore, antibiotici e microbi.
Siamo più potenti di quel che pensiamo, e una scelta così potrebbe fare davvero la differenza. Credo che una visita a un allevamento o un filmato su quanto avviene dietro quelle mura di ipocrisia farebbe bene a tutti.

Animalisti, l’unione… farebbe la forza per un vero cambiamento

Siamo sempre di più, a non voler più vedere questo orrore. A darci da fare perché gli animali vengano rispettati e non torturati. In questi anni la mia idea di animalismo si è evoluta. Grazie soprattutto a molte esperienze dirette in diversi ambienti.

La mia curiosità e il lavoro mi hanno portato a frequentare animalisti convinti, vegani intransigenti, carnivori inguaribili, persone pacate e aggressive, convinte e indecise. Soprattutto ho preso atto dell’esistenza di innumerevoli realtà che si concentrano su un obiettivo comune: migliorare la vita degli animali e salvarne il più possibile. Chi si occupa di cani, chi di cavalli, chi di animali da pelliccia, chi di allevamenti intensivi, chi di sperimentazione. Spesso però si agisce senza coesione, e questo penalizza il fine ultimo.

Mi avvilisce sentire che vengono organizzati eventi importanti per sensibilizzare su questi temi così dolorosi, ma poi subentrano rivalità, sospetti, pregiudizi. E va a finire che certe iniziative splendide vengono quasi ignorate perché non si ha la stessa tessera o non si lavora allo stesso modo.

Ci sono contesti, invece, dove una presa di posizione TRASVERSALE sarebbe una manna dal cielo: in tanti si fa numero, si scuote l’opinione pubblica.

Ecco perché, pur avendo 5 tessere (di più non riesco per motivi economici) partecipo anche agli eventi di associazioni di cui non sono socia, ma che hanno un obiettivo in linea col mio sentire. E così dovremmo fare tutti, secondo me: solo così si raggiunge la forza per farci vedere davvero, per sfatare tutti quei miti cretini che catalogano noi amanti degli animali come fanatici tristi e aggressivi.

Un po’ di elasticità mentale, l’apertura alle altre iniziative, un po’ del proprio tempo dedicato al confronto con altri attivisti, volontari, appassionati, farebbe crescere questo movimento.

Non facciamo come certi politici… che di fronte al buon senso preferiscono la fedeltà alla bandiera..

Armonia, benessere, felicità: la fattoria della Pace Ippoasi

Se penso che tre giorni fa ero seduta in mezzo al prato con Christian e Luca, e mentre parlavamo si sono avvicinati spontaneamente Lorenzone, Natalia, Ettore, Lollo… mi vengono gli occhi lucidi. ‘Ognuno di loro ha un nome, perché gli animali sono persone e non possono essere identificati con un numero’, ha detto Christian. E ha ragione, e per fortuna siamo sempre di più a pensarla come lui.

Sono ancora emozionata, ricordando le stupende ore trascorse alla Fattoria della Pace Ippoasi. Una visita che programmavo da tempo, e un piccolo viaggio che finalmente si è concretizzato. In questo luogo bellissimo, a pochi chilometri dal mare, in provincia di Pisa, sono ospitati maiali, capre, mucche, galline, anatre, cavalli, asini, pecore. Creature salvate da un brutto destino di sfruttamento, adottate, sequestrate, e che qui possono vivere con la certezza di non essere mai maltrattate.

Parlare con Christian mi ha aiutato: ci si rende conto di come a volte, anche senza volerlo, il nostro modo di pensare sia condizionato da un linguaggio e da abitudini che portano a pensare agli animali come a cose che ci appartengono, che noi in qualche modo possiamo sottomettere. Dietro a gesti banali e ad abitudini radicate in noi non ci rendiamo conto di quanto tiranneggiamo la natura e i suoi abitanti, in un’ottica di sfruttamento in cui l’unico obiettivo sembra il soddisfacimento delle nostre assurde abitudini: bere latte, una sostanza naturale utilizzata dalle mamme per svezzare i loro cuccioli, anche da adulti; consumare carne senza ricordare che quelle bistecche sono parte del corpo di un animale costretto a vivere una vita di sofferenza e schiavitù; sfruttare il terreno, le risorse della natura, senza riflettere sul fatto che la terra è un bene prezioso da custodire e condividere, con moderazione e cura.

A Ippoasi si sta bene, ci si sente protetti, in armonia con tutto il resto del mondo. Si sta seduti nell’erba e mentre si chiacchiera un muso si avvicina ad annusare e osservare, e poi si allontana; si possono vedere animali che interagiscono tra loro senza costrizioni. Alcuni accettano di farsi accarezzare, altri si accontentano di scambiare uno sguardo. Tutto è fatto con rispetto, e i visitatori che arrivano, come dice Christian, imparano a conoscere gli animali guardandoli con occhi nuovi. ‘Chi esce da Ippoasi non può più dire: non lo sapevo’. Perché con pacatezza ma grande fermezza si mettono a nudo le atrocità di cui sono vittime ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, migliaia di animali, in tutto il mondo. Ma si offrono anche soluzioni, suggerimenti, per migliorarsi e dare vita a una vera rivoluzione pacifica.

Oasi di pace e di benessere, dove ritrovare la speranza di un mondo nuovo, più vero, più giusto per tutti. E grazie a Gorgo, per avere accettato le mie carezze.

L’ironia diventa un aiuto ‘bestiale’

L’ironia è forse uno degli strumenti più efficaci per dare il via a un vero cambiamento nella mentalità delle persone. Si possono affrontare temi scottanti, delicati, tristi portando a una riflessione serena, col sorriso sulle labbra. Che non fa mai male. E così la vita diventa più leggera mentre aumenta la consapevolezza.

Mi è capitato di nuovo tra le mani il divertentissimo libro di Fausto Brizzi, ‘Ho sposato una vegana. Una storia vera, purtroppo‘. E sfogliarlo di nuovo mi fa sorridere, in certi punti anche ridere. Comprato alcuni mesi fa e divorato in un pomeriggio, mi ha permesso di ripercorrere tanti episodi della mia vita di animalista: un parolone, questo, rivestito sempre di una patina negativa. Animalista significa fanatica significa noiosa significa integralista significa che… “se la porto fuori a cena cosa mangia, una terrina di lattuga col tufo scondito?”. Eppure la mia silhouette dovrebbe rassicurare i cavalieri…

La storia, tutta autobiografica, racconta le stravaganze di una donna animalista, salutista, ambientalista, e chi più ne ha più ne metta. Stravaganze agli occhi di chi non si è mai interrogato su cosa si nasconda dietro la carne confezionata in banco frigo, i medicinali, certi cibi industriali, i colli di pelliccia delle giacche. Una di quelle donne che potrebbero essere definite tranquillamente delle grandissime rompiscatole, se non fosse per la sua bellezza, il suo fascino, la sua sensibilità. Lui, fanatico di bistecche e grigliate di carne, se ne innamora.. ed è costretto a dare il via a un cambiamento nelle proprie abitudini, per arrivare a conquistarla e a conviverci. ‘Le tragicomiche avventure di un onnivoro perdutamente innamorato di una donna con abitudini alimentari che pensava destinate solo ai ruminanti’: così viene riassunto questo diario nel retrocopertina. E proprio lui, che inizialmente va a strafogarsi di carne quando lei è lontana, che arriva a commuoversi davanti alle confezioni di spiedini al supermercato, finirà col rivoluzionare completamente anche la propria dispensa, i propri ritmi, i propri metodi di cura (abbandonando farmaci e trangugiando aglio, zenzero, limone..).

Il libro è poco impegnativo nella forma ma denso di contenuti.. Mi sono tornati alla mente quegli amici che si sentono quasi in colpa se davanti a me addentano una fiorentina, che partono a raccontare le ragioni del loro essere onnivori e quindi un po’ carnivori, con l’aggressività di chi, sotto sotto, sa che di certa carne può proprio fare a meno, che mi guardano di sottecchi mentre al ristorante salto la parte di menù dedicata ai cibi che contengono animali.. Credo anch’io nella forza del sorriso, e sono certa che chi ha fatto una scelta come la mia possa davvero illustrare i lati oscuri del consumo di carne… senza litigare, senza intolleranze. Facendo ragionare sul fatto che il maiale, il pollo, il manzo hanno un’anima, esattamente come il cane e il gatto che vivono nelle nostre case. Poi, a ognuno i conti con la propria coscienza.

Gli angeli degli animali

Sono pochi, gli angeli degli animali. Pochi rispetto alla dose massiccia di crudeltà, assenza di empatia, volontà di sfruttamento che caratterizzano la razza umana. Quei pochi però permettono di continuare a sperare che il mondo possa migliorare, per tutti gli esseri viventi.

Ho la fortuna di conoscere di persona Sara Turetta, presidente di Save The Dogs. Una giovane donna che ha avuto il coraggio di dare vita a un miracolo, e da molti anni, insieme a uno staff di persone eccezionali, lavora silenziosamente ogni giorno per togliere da condizioni di sofferenza atroce migliaia di animali. Cani, ma anche asini e cavalli.

Ecco un’altra storia di terribile degrado, quella del cavallo Alex, denutrito e malato: come si può ridurre un essere vivente in queste condizioni? Nel momento in cui gli animali arrivano nelle strutture di Save the Dogs si accende per loro la speranza di una nuova vita. Ma quanti hanno bisogno di aiuto e non lo ricevono?

Il maltrattamento avviene dove ci sono ignoranza e assenza di controlli. Il benessere degli animali passa attraverso il coraggio di guardare e la volontà di creare cultura e consapevolezza.

Sono felice di conoscere Sara, il suo onesto impegno e il suo autentico amore per gli animali, meravigliosamente uniti al suo senso pratico, alla razionalità con cui insegna a tutti noi che il lavoro vero è quello lontano dai riflettori.

Spero di vedere, molto presto, Alex e gli altri cavalli soccorsi in condizioni migliori, pronti a un nuovo inizio. Augurandomi che sempre più persone si rendano disponibili ad appoggiare questi angeli degli animali.

Se ti metti nei loro panni non torni più indietro

Ti piacerebbe vivere sempre in gabbia, senza muoverti, senza vedere la luce del sole, senza calpestare l’erba, senza interagire con i tuoi simili, senza poter cambiare posizione, correre, giocare, senza dormire e riposare quando ne hai bisogno, continuando a mangiare un cibo senza sapore per ingrassare a dismisura in poco tempo, calpestando sempre i tuoi escrementi e spesso i tuoi cuccioli, in attesa di essere ucciso?

Adesso è stato fatto un passo avanti fondamentale, si è raggiunto un traguardo storico: da questo momento in poi non ci sono più scuse.

Animal Equality, associazione impegnata nella denuncia dei costanti, atroci maltrattamenti degli animali negli allevamenti intensivi, ha creato iAnimal.it: in un video narrato dalla conduttrice televisiva Giulia Innocenzi si può ripercorrere quella che molti ancora si ostinano a chiamare ‘vita’ degli animali negli allevamenti: un’esistenza triste e senza dignità. Perché la dignità a mucche, maiali, conigli, galline, asini, cavalli, pulcini, oche l’abbiamo tolta noi. Senza farci scrupoli, con la presunzione umana per cui tutta la natura e tutte le creature sono al nostro servizio senza limiti.

Il primo passo, il più importante per cambiare questa situazione indecente, creata dall’essere umano e dalle sue perversioni, è saper guardare in faccia quel dolore: capire che quella carne che si compra già confezionata, con imballaggi bugiardi che ritraggono animali felici, faceva parte di un animale che ha passato TUTTA la sua vita a soffrire. Che le uova che compriamo sono il frutto dello sfruttamento e sono costate la vita a milioni di pulcini che, in quanto maschi, sono stati TRITATI VIVI e eliminati. Che gli affettati, quelle comode fettine che spesso risolvono un pasto veloce, nascondono lamenti, terrore, dolore.

Ognuno poi farà i conti con la propria coscienza. Ma se si guarda, e se si ha un cuore, non si torna più indietro.

Grazie Animal Equality.

Li guardi negli occhi… e tutto cambia!

Chi si batte per i diritti di tutti gli esseri viventi, senza distinzione di specie, non ha vita facile di fronte al bombardamento di immagini e filmati terrificanti, che ci sbattono in faccia la sofferenza degli animali voluta dagli umani in nome del profitto. Si fatica ad accettare che questo orrore degli allevamenti intensivi sia legalizzato: sono centinaia di migliaia, nel mondo, le persone che lavorano in fabbriche di animali dove devono scartare pulcini maschi e tritarli vivi, castrare maiali senza anestesia, sgozzare pecore e capretti, caricare mucche agonizzanti sui camion della morte.

A quanto pare l’empatia è una dote rara, di fronte al vile denaro. Allora non ci resta che aggrapparci a quelle piccole storie di riscatto e di cambiamento, augurandoci che diventino contagiose, e sempre più frequenti. Come quella di un allevatore di maiali che ad un certo punto della sua vita ha scelto di cambiare rotta, e si è trasformato in un agricoltore. Cosa lo ha spinto a questa scelta? Lo sguardo dei suoi animali. Sì, perché siamo troppo spesso abituati a non guardarli in faccia, e i maiali, le galline, i conigli, le mucche ‘popolano’ il banco frigo sotto forma di pezzi di carne già lavorati, confezionati, e pronti per essere mangiati. E la colpa non è soltanto dei singoli, visto che per la legge italiana certi animali sono classificati come ‘da reddito’, e dunque questa orrenda etichetta diventa un marchio che crea una distanza inesorabile tra noi e loro, e tra loro e quelli che vengono invece definiti animali d’affezione o da compagnia.

Ma queste creature hanno degli occhi, provano delle emozioni, sanno legarsi ai propri simili e a altri animali, cercano relazioni, esattamente come noi. Sta in noi trovare il modo di metterci in relazione, osservandoli, e rispettandone le esigenze.

Basta uno sguardo, allora, per cambiare abitudini, e trovare uno stile di vita più rispettoso degli animali. Che sanno regalare enormi emozioni, quando sono vivi.