diritti Archives | Silvia Allegri
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Verona, città standard-friendly che dice no al diverso

Fa male sentirsi a disagio e diverso nella propria città. Appena si rientra da un viaggio la bellezza del ponte Pietra, degli scorci meravigliosi di Verona riempie il cuore. Ci si sente bene, qui. Ma la bellezza, si sa, non basta. La tua città deve essere anche la città dove ti senti a tuo agio mentre cammini, mentre parli, mentre osservi le persone. Il luogo dove ti senti a casa, accolto, protetto.

Tornata ieri da un viaggio di lavoro all’estero, ho analizzato con più attenzione i fatti accaduti in città in questi giorni. Il Festival Internazionale dei Giochi di Strada, il Tocatì, è iniziato, e a dominare le pagine dei giornali c’è il provvedimento del neosindaco di Verona, Federico Sboarina, che ha deciso di annullare l’appuntamento della Biblioteca Vivente all’interno della manifestazione. Biblioteca vivente: persone in carne e ossa che si mettono a nudo e si raccontano a perfetti sconosciuti, per insegnare loro la difficile esperienza della discriminazione e trasmettere la forza degli ideali e dei sogni, che ti spingono a superare le barriere. I titoli di questi ‘libri’ parlano di scelte sessuali diverse, di omosessualità, di amore. E dunque per questo si è deciso che un tema del genere sarebbe stato ‘diseducativo’. Ad alzare la voce e a urlare allo scandalo i consiglieri del Popolo della Famiglia, che hanno ricordato al sindaco le sue promesse elettorali: a Verona bisogna promuovere una cultura cattolica che valorizzi la famiglia intesa come nucleo composto da marito, moglie e figli. Il sindaco non perde tempo, e esegue gli ordini di scuderia, in coerenza con quanto promesso.

Ricordo lo sconcerto quando alcuni giorni fa, prima di partire, ero andata a seguire per il giornale per cui scrivo la conferenza stampa sul musical al teatro Romano dedicato al nome di Maria e all’Evangelizzazione: anche lì il sindaco ha ribadito la sua adesione ai principi della chiesa cattolica, ricordando poi come tutta la sua Giunta sia in linea con questa visione.

Ero sconcertata, quel giorno, e avrei voluto chiedere: Sindaco, ma cosa pensa lei di me, che evidentemente vivo in modo diverso dal suo, non vado in chiesa come invece fa lei, non sono sposata e vivo ‘solo’ con un cane e un gatto, o delle mie amiche lesbiche, dei miei amici gay, dei miei amici musulmani?

Perché un sindaco rappresenta la città nella sua interezza, e perché, a memoria, mi pare di ricordare che viviamo in uno stato laico dove ogni cittadino ha il diritto a scegliere a quale ‘chiesa’ appartenere.

Allora mi tornano in mente tanti piccoli episodi: come quando il parroco che mi incontra nel parcheggio sotto casa mi dice di sbrigarmi, e mi chiede cosa aspetto a metter su famiglia, sposarmi e fare figli, visto che ho 40 anni. Come quando un’amica, molti anni fa, mi disse che avrebbe lasciato l’Italia per vivere la sua omosessualità in santa pace, senza essere guardata male ogni minuto se tiene per mano una donna. Mi viene in mente anche chi, spesso, mi dice: ‘Ah, tu che non hai figli non puoi capire’, come se l’assenza di figli costituisse un limite alla mia capacità di empatia.

Insomma, anch’io sono una “diversa”: in una città standard-friendly ogni percorso di vita che si discosti da quell’insieme di tappe obbligate – fidanzamento, matrimonio, figli – diventa pretesto per indagare con sguardo morboso e curiosità malata nelle vite altrui, sputando sentenze. Allora si viene guardati come dei falliti, come delle persone incapaci di avere successo, perché quella fede al dito dopo un matrimonio rigorosamente in chiesa è l’unico lasciapassare per poter essere accettati.

“Insieme di persone congiunte da vincoli di sangue e perlopiù conviventi”: questa è la definizione di famiglia che trovo sul dizionario. Parlo più. Per la legge italiana però io stessa, da sola, costituisco una famiglia: ho la residenza in una casa dove vivo solo io. Io posso avere mille motivi per aver deciso di non avere un marito o dei figli di fianco a me. Possono essere state scelte legate alla fortuna, a un incidente di percorso, ai casi della vita: perché dovrei giustificarmi, allora? Non potrei avere dentro la mia storia qualcosa di doloroso di cui non voglio parlare? E una mia carissima amica, che dopo anni di convivenza con un uomo ha capito di amare una donna, e adesso sta vivendo una storia d’amore meravigliosa, perché deve giustificarsi e sentirsi etichettata come diversa, strana, sbagliata? Perché deve avere paura se bacia la sua compagna, perché deve convivere con sguardi indiscreti? Ricordo anche un ex collega che ha deciso di cambiare sesso, e ricordo il suo calvario le lacrime durane le pause caffè, il terrore di affrontare la famiglia, la paura di perdere il lavoro.

Ho la fortuna di avere amici di ogni genere e mi vanto di avere la capacità di accettare le loro diversità, come loro hanno la capacità di accettare le mie. Queste sono le relazioni che mi arricchiscono, che mi stimolano, che mi danno la forza di credere nei sentimenti. Mi mette a disagio vergognarmi di chi amministra la mia città adesso, perché avverto quella presunzione che non fa bene alla crescita personale, quella che ti vieta di metterti a confronto con l’Altro, chiunque esso sia.

Dopo una settimana in una grande città europea, dove ho parlato ogni giorno con decine di persone di ogni angolo della terra, sono tornata a casa arricchita: ho imparato come stringe la mano un giapponese, come vive un tecnico italiano in giro a collaudare macchinari 300 giorni all’anno, come si svolge la giornata di un rappresentante lituano, quali difficoltà può avere una ragazza italiana lesbica che lavora per una ditta milanese, come passano le loro serate i cinesi quando sono in viaggio per lavoro, quale birra preferiscono i tedeschi in autunno, come si veste un manager indiano.

Il diverso diventa il mio bagaglio culturale, il mio patrimonio. E ringrazio queste persone, come ringrazio le persone straordinarie che si prestano a fare i ‘libri viventi’ in città e a raccontare le proprie ferite agli altri, per spianare la strada a quelli che vengono chiamati ‘diversi’, ma che in realtà sono persone come tutte le altre, ma non ‘standard’: persone che sanno lottare per la propria identità e considerano la propria vita un bene prezioso da vivere a modo loro, nel rispetto degli altri.

Sindaco, consiglieri del Popolo della Famiglia, pensate sia semplice mettere a nudo la propria vita per aiutare gli altri a superare le barriere? Lo sapete che raccontarsi significa metterci la faccia, la pelle, il corpo, il cuore? Cosa fate voi se vi capita che vostro figlio, o un vostro amico, vi confessi di essere gay? Proponete il rogo?

Sempre in questi giorni all’estero ho anche sentito frasi come: Tutti i tedeschi guidano da cani, tutti gli austriaci sono stupidi, tutti i gay sono esibizionisti: e ogni volta che queste frasi arrivavano alle mie orecchie mi cresceva dentro una rabbia così forte che avevo voglia di piangere, perché “il pregiudizio è un’opinione senza giudizio”, diceva Voltaire, e ogni pregiudizio diventa un limite, un muro, un tassello in più nel mosaico dell’odio verso l’altro.

Forse, grazie al Partito della Famiglia e agli integralisti cattolici, grazie alle persone ignoranti, nel senso letterale di persone che ignorano, che non conoscono, da oggi Verona ha una marcia in più: perché le persone che amano in modo diverso dalle altre adesso non staranno più zitte. E la loro voce sarà un arricchimento in più per tutti.

 

 

 

Apre la nuova sede Oipa a Verona

Che mondo sarebbe senza persone sensibili, attente ai bisogni di chi non sa difendersi, e piene di voglia di agire, oltre che di parlare?

Ogni volta che prende il via un’iniziativa che vede il coinvolgimento delle persone nella tutela degli animali e dell’ambiente non posso che essere contenta. E dunque ho avuto il piacere di condividere un nuovo importante traguardo per i 15 volontari che ormai da 5 anni operano come guardie zoofile sul territorio di Verona: da qualche settimana Oipa ha una sede tutta sua, in piazza Brodolini 3. Questa Ong, nata in Svizzera nel 1981 e presente in tutto il mondo, conta in Italia ben 60 sedi in 17 regioni e 500 guardie, e ha come obiettivo la tutela dell’ambiente, l’abolizione della vivisezione e la difesa degli animali da qualsiasi forma di maltrattamento e abuso, dalle corride al randagismo, dal traffico illegale di animali agli allevamenti intensivi.

Avere una sede per le associazioni è fondamentale: in questo modo i volontari possono lavorare meglio e al tempo stesso diventare un punto di riferimento più forte per tutti i cittadini che vorranno contattarli e diventare a loro volta attivi, oppure segnalare eventuali casi di maltrattamento, .

Nella provincia di Verona, nel corso del 2015, Oipa con i suoi volontari ha coordinato il sequestro di 20 animali e di una struttura abusiva di allevamento di cani; ha operato diversi controlli in coordinamento con Polstrada, denunciando le irregolarità nel trasporto di animali vivi su autotrasporti e la vergognosa crudeltà con cui queste povere bestie vengono trattate; ha combattuto randagismo e accattonaggio con animali attraverso controlli e uscite su segnalazione. E ha dedicato una particolare attenzione anche all’ambiente, visto che insieme alla Polizia Locale e al personale Amia i volontari hanno pulito le rive dell’Adige vicino a Ponte Catena.

Come sempre la sensibilità non si divide per settori, e la cura per gli animali e il loro benessere porta anche, di conseguenza, a valorizzare gli ecosistemi, a proteggere l’ambiente, e a promuovere attività di sensibilizzazione.

Nel giorno dell’inaugurazione ho conosciuto persone davvero speciali: che hanno giornate dense di impegni e di lavoro, ma dedicano sempre un po’ del loro tempo a chi è senza voce. Combattere per i diritti degli animali significa avere a cuore il benessere di tutti e sognare un mondo giusto, dove ci sia più attenzione alle esigenze e alla qualità della vita di ogni creatura.

E dunque ecco un altro tassello, che si aggiunge alle numerose altre iniziative di tutela degli animali: le associazioni che operano sul territorio sono tante, e tutte si battono per una causa comune. Buon lavoro, allora, alle guardie e ai nuovi volontari!

Per contattare le guardie zoofile Oipa si può scrivere a info.guardieverona@oipa.org.

 

Denunciare gli abusi per non essere complici

Mi si stringe il cuore a leggere la storia di questo povero animale, morto di fatica e di sete per colpa di un proprietario disgustoso:

http://www.savethedogs.eu/cavalla-morta-di-stenti-a-calarasi-romaniaanimals-angels-denuncia-il-proprietario/

Nell’orrore di queste tristi vicende, la fortuna è che esistono persone di grande cuore, che attraverso associazioni o la propria libera iniziativa hanno il coraggio di denunciare chi abusa degli animali, senza il minimo rispetto delle loro esigenze e senza scrupoli.
Chi ama gli animali non può tacere. A volte, per la paura di ricevere minacce, vendette, o semplicemente per pigrizia, si tende a non curarsi di far rispettare la legge. Ma è un comportamento sbagliato e vergognoso: tacere significa diventare complici.

Anche se sono grandi, talvolta giganteschi, gli animali non parlano, e i loro corpi forti vengono considerati come ‘macchine’ al servizio delle sporche esigenze umane. Quanti elefanti, cavalli, tori, asini, in giro per il mondo, patiscono sete e fatiche per trasportare carichi immensi e fare da schiavi a padroni senza scrupoli? E quanti altri animali, dai cani ai conigli, dai polli ai gatti, vengono costretti in misere, strettissime, sporche gabbie, senza poter mai vedere un prato e senza mai poter gustare la libertà?

Nel nostro piccolo, troviamo il coraggio di denunciare. Esistono delle leggi che tutelano gli animali, ma la prima cosa che dobbiamo fare è avere il coraggio di ricordarlo anche a chi non ha alcun rispetto per le vite altrui. Trattare bene gli animali: questa è cultura. Gli abusi sono figli di egoismo e ignoranza.

L’orribile sfruttamento dei cavalli al Prater, bisogna agire

In natura non farebbero mai certe cose. Non girerebbero in tondo per ore, non avrebbero un pezzo di ferro che sega loro la bocca, non camminerebbero guardando sempre solo davanti, loro, animali erbivori e dunque abituati a osservare il mondo in continuazione. Eppure sono costretti a fare acrobazie, a essere umiliati, sfruttati, maltrattati fino alla morte.

Non me la dimenticherò mai quella sera. Ero a Vienna, la città dove ho lasciato il cuore e che sento la voglia di visitare almeno una volta all’anno. Ero in ottima compagnia. Ero felice. Poi, quella maledetta idea di andare a mostrare al mio compagno di viaggio, che non conosceva la città, anche il Prater.

Lo spettacolo che mi si presentò davanti, improvvisamente, tra una giostra e l’altra, fu terrificante: una giostra in cui tante carrozze giravano in tondo, come se ne vedono sempre alle sagre di paese. Ma qui la perversione aveva superato i limiti: non erano elettriche, e a trainarle erano cavalli veri. Cavalli che giravano quasi su se stessi, col paraocchi, in mezzo alla confusione. Poi la gente scendeva, altra gente risaliva, e loro ripartivano. Come telecomandati. Trattati come macchinette, come burattini. E di sottofondo una musica assordante, chiasso, buio, strilli, flash di macchine fotografiche.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime e la serata e quelle successive furono guastate da quel dolore sordo. Da quella tristezza. La mia Vienna, il cuore dell’Europa, vede ogni giorno questi spettacoli penosi. Pensavo al mio tesoro, Ringo, che vive all’aperto, circondato da altri animali e da una natura ospitale e silenziosa. Avrei voluto correre a stringere e baciare quei cavalli, che hanno conosciuto solo fatiche e fruste.

Di chi sono le colpe?
Dell’amministrazione comunale e dello Stato, che permette uno sfruttamento terribile di animali nobili, buoni e generosi, umiliati e sfruttati senza il minimo rispetto delle loro esigenze.
E di tutti coloro che montano su quella giostra, e su quelle carrozze, senza sentire empatia, senza immaginare come possano vivere quelle povere bestie.

Perché a quei cavalli è toccato un simile atroce destino? Perché quei giostrai non provano pietà, non rispettano gli animali? Perché tanta gente non sa immedesimarsi nel dolore altrui?

Ora una petizione su change.org (https://www.change.org/p/no-ai-pony-usati-come-animali-da-giostra?recruiter=158412280&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=mob-xs-action_alert-reason_msg) chiede la sospensione di questo orrore. Serve? Non serve?

Proviamoci.

Quando mi è arrivato l’invito a firmare ho diffuso e trovato un grande riscontro. Esiste ancora un’umanità da salvare, non tutto è ancora marcio, non si è ancora definitivamente perso lo slancio che porta noi sognatori inguaribili (per fortuna) a tentare di migliorare il mondo.

Spero di poter dare presto aggiornamenti positivi.

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