Allevati e buttati: le cifre dello spreco | Silvia Allegri
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Allevati e buttati: le cifre dello spreco

Allevati e buttati: le cifre dello spreco

11.600 milioni di polli buttati via, 270 milioni di maiali buttati via, 59 milioni di vacche buttate via. Ogni anno. Il 28 per cento della terra agricola mondiale, in altre parole, viene utilizzato per produrre carne che poi sarà buttata nella spazzatura. Queste cifre sono uno scandalo, e purtroppo non sono follia, ma dati reali (Farmageddon – Il vero prezzo della carne economica). Questi milioni di vite non servono a niente: animali nati per vivere in un continuo martirio di prigionia e torture, in quell’assurda macchina di dolore legalizzato che è il sistema degli allevamenti intensivi. Quanto hanno sofferto, e quante risorse sono state consumate per nulla? La quantità di carne sprecata è un segreto che le aziende di produzione non vogliono rivelare. Far morire degli animali per niente è più economico che produrre meno carne.

In questi giorni in cui si fatica a respirare e davanti agli occhi di tutti si presenta il triste spettacolo della terra arida, in un mondo dove il clima è impazzito e le risorse idriche sono sempre più scarse, non si può non riflettere su un sistema marcio di produzione del cibo. Mal distribuito, sprecato, che va ad accrescere la quantità di rifiuti pronti già a soffocarci e seppellirci. Secondo la Fao (dati 2016) un terzo del cibo prodotto sulla Terra finisce nella spazzatura, mentre in alcune zone del mondo non esiste accesso al cibo e all’acqua potabile.

Ritengo sia scandaloso, con quello che abbiamo la possibilità di vedere sul web, mangiare ancora carne, e mi ritrovo spesso a guardare con sconcerto le persone mentre divorano hamburger pagati meno di un euro, o crocchette di ‘pollo’ notoriamente prodotte con gli scarti (inenarrabili) di poveri animali che non hanno mai conosciuto la libertà. Mangiare certa roba significa piegarsi a un sistema dove tutto è lecito, voltarsi dall’altra parte, per poi magari fotografare, inteneriti, un cucciolo di cane dichiarandosi amanti degli animali. Ma significa anche non volersi bene, accettare di ingerire pezzi di bestie cresciute a suon di antibiotici e torture, la cui carne è per sua stessa natura già tossica.

Cosa possiamo fare? Tante cose, importantissime:

1.Comprare ciò che ci serve per sfamarci e basta, senza accumulare cibo che poi finirà, scaduto, nell’immondizia.
2.Guardare a ritroso il ciclo intero di produzione: le nuove tecnologie permettono a tutti di documentarsi, e non è più un privilegio per ricchi, colti, laureati. Si scoprirà che tutte le fasi di produzione, quelle che non consideriamo mentre trangugiamo di fretta un panino col prosciutto o un cappuccino, prevedono nella maggior parte dei casi una serie infinita di torti inflitti alla terra e ai suoi abitanti più indifesi, gli animali.
3. Avere atteggiamenti propositivi e positivi: non c’è migliore arma di un comportamento coerente, e dare il buon esempio aiuta gli altri a capire che tutto è possibile.
4. Ricordare che ogni singolo individuo ha una grande responsabilità, e che il potere dei consumatori è immenso.
5. Fregarsene di chi dice che si sceglie di non mangiare sofferenza solo perché è di moda essere vegani: anche fosse solo per quello, la dieta vegana è comunque l’unica alternativa possibile e coerentemente etica in un mondo improntato al consumismo e allo sfruttamento selvaggio delle risorse. E a volte le mode servono, no? Quindi ben venga!
6. Ricordare ogni istante che tutti gli animali hanno un’anima e hanno diritto a vivere con dignità.

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