Cani Archives | Silvia Allegri
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Cani

Viaggio in Romania

Viaggio in Romania, tappa sconcertante e purtroppo essenziale nel mio percorso, umano e professionale.

Dopo lunghi mesi di silenzio ho deciso di ripartire così. Con un colpo di cannone.

Riporto integralmente il mio reportage fatto dopo il viaggio in Romania nell’agosto 2019. Non importa il motivo per cui sono andata, oggi. Importano le impressioni che si sono tatuate nella mia memoria. Lo shock e il dolore che ho provato. La rabbia nel sentirmi dire, da tanti giornali, “non è interessante”, “la Romania è lontana da qui”, “dobbiamo scrivere del Covid”O banalmente, “non c’è spazio”. Quello che segue è un testo che mi è stato commissionato ma poi… qualcuno ha cambiato idea.

Tante porte sbattute in faccia, ma il mio spazio qui c’è, e chi vorrà potrà leggermi. E magari conoscere anche un testimone vivente del mio viaggio. Abita con me, ha tre zampe, e lo adoro.

Buona lettura.

 

Nella periferia di Cernavodă, a 150 chilometri da Bucarest, si cammina facendo lo slalom tra la spazzatura. Il quartiere rom è un vero e proprio labirinto di baracche che si susseguono su strade rigorosamente non asfaltate. Qui i bambini vivono da randagi esattamente come i cani, loro compagni di vita, e cercano qualcosa con cui giocare, scalzi, le manine tra lamiere, sporcizia e avanzi di cibo. Non esistono cassonetti nel raggio di chilometri e tutto ciò che non serve finisce in discariche improvvisate: ormai da anni non viene nessuno a raccogliere l’immondizia. Procedendo in automobile si scorgono recinti fangosi dove vivono pochi maiali, oche e conigli. Vengono allevati e, quando arriva il momento, macellati sul posto, davanti agli occhi di tutti. Camminando per il centro bisogna fare molta attenzione: i marciapiedi sono dissestati e nell’asfalto si creano vere e proprie voragini, che solo gli esperti della zona sono in grado di evitare. Fuori dall’unico supermercato sono seduti alcuni anziani, e i pochi clienti che escono con i sacchetti pieni di spesa lasciano loro qualcosa: una bottiglia di olio, un pacco di pasta, un po’ di frutta. Sono pensionati, ma la loro pensione non è sufficiente, e se i figli non provvedono a contribuire alle spese mancano perfino i soldi per un’aspirina. Le vecchie auto sono scolorite e scrostate, ma ad attirare l’attenzione sono i carretti, parcheggiati fuori dall’ingresso, con tanto d’asino o cavallo legato ai pali con una cordicella. Se ne vedono un’infinità: passano veloci, carichi di persone, i cavalli magrissimi al trotto che schivano le buche. Spesso, attaccati al carro con catene troppo corte per le loro zampe, ci sono anche dei cani: trascinati letteralmente in giro per chilometri e chilometri, sfiniti di sete e di stanchezza. Siamo nel distretto di Costanza, in Dobrugia, e siamo in Europa. La Romania è entrata nell’Unione Europea nel 2007, ma non è ancora un membro a pieno titolo: qui vanno esibiti passaporto o carta di identità per varcare le frontiere. A Cernavodă prende vita il canale Danubio-Mar Nero, che la collega con Costanza attraverso due bracci accorciando il viaggio verso il capoluogo di circa 400 chilometri. Un’opera maestosa che costò la vita a troppa gente. Fu Ceausescu a dare il via ai lavori per la sua realizzazione nel 1975, riprendendo un progetto già esistente nell’Ottocento, poi abbandonato quando fu realizzata la ferrovia tra Cernavodă e Costanza, e ripreso più volte anche dopo la seconda guerra mondiale. Inaugurato a metà degli anni ‘80, esso costò la vita a migliaia di prigionieri politici arrestati dal regime, e a questa tragedia si deve il suo nomignolo inquietante, il Canale dei Morti. Su queste rive sorge l’imponente centrale nucleare, cinque reattori di cui due in funzione, costruita a partire dal 1982. Se ne riparla, in Europa, da qualche mese: circola la voce di un nuovo piano di espansione e di un accordo preliminare tra Nuclearelectrica, società romena, e due società cinesi, la China General Nuclear Power Corporation (Cgn) e la Central and Eastern Europe Investment (CEERI). In passato, però, diversi investitori internazionali si erano ritirati al momento di chiudere l’intesa. Certo è che il nome di questa città è noto esclusivamente per la sua presenza. Eppure di storia ce ne sarebbe, qui. Sulle alture intorno alla città sono venuti alla luce i resti di una cittadella tracia con tombe risalenti alla Prima età del Ferro. Una testimonianza che basterebbe, da sola, a rendere Cernavodă meta di studiosi e appassionati. In compenso, sulle rive del canale si vedono i resti di un sontuoso impianto di piscine mai terminato, ben visibile quando si attraversa il ponte, illuminato con i colori della bandiera romena. Una costruzione, questa, che spicca e quasi stona, più simile a un’attrazione da luna park che a un elemento urbanistico. Ce ne sono tanti, di cantieri avviati e abbandonati, destinati a diventare cimeli di archeologia industriale. Intorno a Cernavodă la vita scorre allo stesso modo, ma tutto passa ancora più inosservato. In città fuori rotta come Calarasi e Medgidia trovare visitatori stranieri e turisti è pressoché impossibile. Sulle strade, rigorosamente malridotte, attraversate da decine di randagi, si affacciano file interminabili di casermoni fatiscenti e baracche, e davvero si fatica a credere che questi luoghi facciano parte dell’Europa, quella dell’Unione e dei diritti. Si prova una sensazione di incredulità, a volte le immagini ritornano come un pugno nello stomaco. Se uno straniero o un turista arriva qui, tutti gli occhi sono puntati addosso. Che si tratti di operatori o volontari di qualche associazione, assistenti sociali, giornalisti, poco importa: chi vive in queste condizioni guarda i visitatori di turno con un mezzo sorriso velato di curiosità. “Cosa c’è di interessante, qui?”, chiedono tutti. Prevale la diffidenza, in un primo momento. Ma succede anche che qualcuno decida di raccontarsi un po’, versare una lacrima senza la paura del giudizio, aprire le porte di casa. Se di casa si può parlare: una ragazza è pronta a fare strada dentro una scatola buia, senza finestre, con un materasso buttato per terra, e due pareti coperte di ripiani di fortuna su cui si trovano riposti abiti logori, pentole, scarpe. Quando gli occhi si abituano alla penombra si delinea la figura di un uomo: non si accorge di essere osservato, dorme pesantemente, la puzza di alcol è nauseabonda. E c’è spazio anche per una bicicletta e un po’ di cibo in scatola. La solitudine è alle stelle, e se arriva qualcuno disposto ad ascoltare si scatena la voglia incontenibile, repressa da chissà quanto tempo, di trovare un appoggio, un contatto umano. Ma i rom non vivono solamente in quartieri specifici, e se ne incontrano in diverse zone della città, ovunque vi siano edifici abbandonati.

In una baracca mezza sfondata sulle rive del canale, in una zona che si inonda d’acqua a ogni piena e dove l’umidità deteriora ogni cosa, vive un gruppetto di famiglie rom. Si intravvedono già da lontano, mentre stendono il bucato e stanno seduti sul bordo della strada, ad aspettare non si sa che cosa. Un bambino se ne sta tranquillo, in disparte, in un catino di plastica, a osservare i suoi fratelli più grandi che girano e giocano scalzi. Quale sarà il suo futuro, viene spontaneo chiedersi, in un paese dove tantissimi minori non hanno neppure i documenti, e quindi figuriamoci se vanno a scuola? Quanto ci vorrà, ancora, prima che i gap sociali, economici e culturali possano essere colmati?Eppure, sparse di qua e di là, generalmente affacciate sulle vie principali dei centri abitati, si notano anche case moderne, nuove. Hanno il cancello, a differenza di altre. In giardino dominano la scena statue e fontanelle, e splendidi vasi di fiori sono posizionati in aiuole con l’erba tagliata di fresco. Davanti al cancello Maserati, Ferrari, Porsche splendenti. Sembra un miraggio, ma non lo è. Sono i tempietti dei papponi, gli sfruttatori: li chiamano ‘pesci’ in dialetto romeno, quegli anelli della catena che si occupano di procurare bambini e mandarli a ovest, nei paesi ricchi dell’Europa, a fare accattonaggio e a prostituirsi. La grande pancia scoperta d’estate, catene d’oro al collo, sono loro i signori indiscussi delle città, guardati con timore e anche un po’ di ammirazione. E a distanza di anni dalla dittatura che ha lasciato tracce pesantissime addosso alla gente diventano esempi da imitare in totale assenza di altri modelli e stimoli culturali.

La Romania che non si dovrebbe più vedere

Una parte di Romania, oggi, è anche e ancora questa. Un paese diviso in due. Esistono le grandi città pronte a decollare, che vantano centri universitari, scuole di musica, accademie di danza di tutto rispetto, dove si sente, insomma, che siamo in Europa. Ma esistono anche paesi e villaggi costituiti da chilometri di baracche, tetto in eternit e muri di lamiera o di fango, dove l’asfalto non è mai arrivato, ma dove non arrivano neppure l’acqua corrente, il riscaldamento, la luce. Dove i libri, l’igiene personale, l’educazione al rispetto delle donne e dei bambini sono un miraggio. Qui, in condizioni di povertà a livelli imbarazzanti e inimmaginabili, ci si sente lontani anni luce dall’Europa, dall’Italia. E questo pensiero si rinforza ogni volta che per strada sfreccia un carretto di legno, munito di targa, con famiglie intere a bordo. A Cernavodă dopo qualche giorno il cuore diventa pesante, per chi non ci è nato.

E per trovare un sollievo temporaneo non resta che salire sulla collina, e ammirare il maestoso tramonto sulle acque del canale: visto dall’alto, nei colori della sera, non sembra nemmeno il luogo da incubo dove centinaia di persone trovarono la morte, tra prigionia e lavori forzati.  Ma anche qui, di fronte all’imponente bellezza dei boschi e di un cielo stellato e senza nuvole, sale l’amarezza. Tornano in mente i tesori naturalistici romeni difficili da descrivere, se non li si vede coi propri occhi. Andando verso Costanza o il delta del Danubio, i boschi diventano sempre più fitti. Proprio qui si sono tristemente distinti i cacciatori e bracconieri italiani: si è parlato più volte, in questi anni, dei tanti tour operator pronti a organizzare viaggi su misura per comitive di ‘amanti’ della natura armati di fucili, richiami vivi o elettromagnetici, apparecchi vietati dalle direttive europee, e migliaia di cartucce. Più volte, in questi anni, è stato denunciato il prolificarsi dei viaggi venatori, e durante le perquisizioni la polizia ha messo in stato di fermo diversi italiani, trovando migliaia di uccelli e altri animali morti nelle loro camere d’hotel. Come riconoscerli, oggi? Dai mesi primaverili in poi si possono osservare decine di pick-up parcheggiati fuori dai pochi alberghi, con tanto di cani al seguito. E dentro le camere, ad aspettare i cacciatori, ci sono le ragazze appositamente reclutate nei paesi vicini.

Bucarest, tra orde di turisti e ragazzine sfruttate

Tornare a Bucarest, dopo giorni trascorsi tra le baraccopoli del distretto di Costanza, fa tirare un respiro di sollievo. In due ore di pullman si lasciano alle spalle le baracche rom e si entra nella Parigi dell’Est. Un cambiamento addirittura frastornante: le fontane volute da Ceausescu sono tornate in funzione e animano il cuore della capitale, tra i centri commerciali con le insegne della globalizzazione, i fast food, gli edifici delle grandi società europee e americane. È uno splendore il centro storico, col suo cuore antico, Lipscani, un tempo luogo di malavita e oggi rimesso a lucido. Ma uscendo dal centro i quartieri poveri si mostrano nella loro nudità. Qui è ancora possibile intravvedere i ragazzi delle fogne, quelli che vivono nei tombini e per scaldarsi, d’inverno, sniffano colla e dormono abbracciati ai cani. Ci ricordano che la Romania è il paese europeo con la più alta percentuale di orfani bianchi. Vivono da soli o con i nonni, i bambini e i ragazzi romeni, mentre i loro genitori sono venuti in Italia e in altri paesi più ricchi per mettere da parte qualche soldo. Sognando di tornare in patria, comprare un piccolo terreno, ricominciare una nuova vita. I turisti europei si aggirano per le vie di Bucarest, chiassosi e allegri, ascoltano i concerti, vanno alle terme, passeggiano nei parchi. In questo paese dei balocchi che è il centro della capitale si trovano, accanto a meravigliose librerie e a negozi di gadget, un’infinità di night club, birre buone e poco costose, ragazze bellissime che vengono letteralmente esibite sui tavoli e dietro i banconi dei bar. Donne giovani e belle, animali da cacciare, vacanze a buon mercato attirano tanti turisti occidentali. Sono questi i tanti volti contrastanti della Romania: la bellezza e lo sfruttamento, l’aumento del Pil e la povertà estrema, il divario tra la capitale e quei luoghi grigi e disagiati dove non esistono il diritto alla salute e all’istruzione.

I diritti calpestati degli animali

Vagano a decine per le strade delle città e dei paesi, a centinaia nelle campagne. Magri, spesso malati, feriti. In ogni caso, soli e sempre esposti a continui pericoli, dalle violenze umane agli incidenti stradali. Sono gli animali randagi, un’altra piaga della Romania, non ancora risolta nonostante un sensibile miglioramento rispetto alla fine del XX secolo.Nel 2001, per la prima volta, arrivarono in Italia le immagini del massacro dei cani a Bucarest: avvelenati, scuoiati, uccisi a bastonate e fucilate. I cani si erano impadroniti della capitale, complici gli abbandoni sistematici da parte dei cittadiniche dovettero lasciare le loro case prima che venissero rase al suolo per dare spazio ai boulevards voluti da Ceausescu, e andare a vivere in casermoni di periferia. La proliferazione dei cani ha portato a enormi problemi di gestione e sofferenza, e il randagismo raggiunse un picco così alto da convincere le autorità locali a sterminare gli animali e invitare i cittadini a ucciderli con ogni mezzo.

La sofferenza animale, ancora una volta, è profondamente connessa a quella umana. A testimoniarlo c’è anche la presenza di una grande associazione italiana Save The Dogs and other animals, onlus fondata dalla milanese Sara Turetta, attiva sul territorio di Cernavodă e dintorni dal 2003. L’associazione si occupa di sterilizzazione, soccorsi, recupero e cure destinati principalmente ai cani, ma ospitando nella sua sede anche numerosissimi gatti, cavalli e asini. La sua clinica, che un tempo sorgeva lungo le rive del canale ed è stata poi trasferita in collina per le continue inondazioni che la minacciavano ciclicamente, è un punto di riferimento per la popolazione di Cernavodă. L’assistenza agli animali da lavoro è un servizio estremamente utile: chi ha un cavallo o un asino possiede la libertà di spostamento e movimento, lusso non da poco in un paese dove i mezzi pubblici sono scarsi se non assenti, di pessima qualità e costosi rispetto agli stipendi miseri.

Il concetto di accudimento e di cura non esiste, e qui gli animali sono utili se sanno lavorare. Quando la clinica mobile si attiva, e questo avviene se ci sono i fondi a disposizione, le famiglie si riversano con i propri cavalli e asini. Talvolta le trattative per farsi cedere un animale ferito o sofferente sono estenuanti. Ma soprattutto si ha la certezza che quelle stesse persone se ne procureranno un altro, e si ricomincia da zero. Perché, sembra incredibile ma è così, procurarsi un cavallo non è nemmeno così difficile. Nelle strisce di prato che fiancheggiano le strade se ne vedono, intenti a mangiare l’erba, senza capezza e a volte perfino slegati. D’estate sono in carne e sani, ma d’inverno muoiono di fame e di freddo. E se non ‘funzionano’ come macchine da lavoro vengono scartati senza scrupoli. Eppure, attraverso il soccorso agli animali diventa possibile creare un dialogo con le persone. Andare a prelevare un cucciolo da curare o un cane da sterilizzare significa, per gli operatori del territorio, prendere coscienza di altre problematiche e tentare di risolverle. Le onlus, in questi decenni, hanno fatto le veci di uno stato inesistente, creando un preziosissimo anello di collegamento tra realtà rurali immerse in una povertà estrema e l’opinione pubblica del continente, che attraverso il loro lavoro può scoprire quanta miseria si nasconda a così poca distanza dall’Italia. Nella clinica di Save the dogs arriva la sterilizzazione gratuita per i cani delle famiglie povere, e arrivano anche vestitini, scarpe, giocattoli per i bambini. Per un certo periodo la onlus italiana ha proposto perfino attività di terapia con gli animali per i bambini autistici, i detenuti, gli anziani. Qui è tutto pulito e i box degli animali sono abbelliti di fiori. È una piccola isola felice in un mare di desolazione. Un luogo dove molti romeni trovano lavoro, dove si esercitano l’empatia e la cura dell’altro, e dove si respira un po’ di ottimismo: le basi di un nuovo inizio potrebbero partire anche da qui.

Silvia Allegri

 

 

 

In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

Un viaggio forte, duro, indimenticabile

In viaggio per Save the Dogs, travolta da tantissime, quasi troppe emozioni. La felicità incontenibile nel salvare una cagnolina vecchia e malata, e portarla via dalla strada. La frustrazione devastante nel lasciare su quei marciapiedi decine e decine di altri cani, perché lo spazio e le risorse economiche non sono sufficienti. Le lacrime di gioia nel vedere l’amore con cui un’infermiera maneggia un animale bisognoso di cure, quelle di rabbia nel constatare che esistono bambini e anziani che non hanno niente, nemmeno un paio di scarpe. Il mio viaggio in Romania è terminato da pochi giorni. Un viaggio temuto per molti anni, inevitabile oggi, per poter raccontare con consapevolezza la meravigliosa storia di Sara Turetta e Save the Dogs. Un viaggio così pieno di punti di domanda da spaventarmi da matti, ma anche fortemente desiderato. Perché alla fine prevale la voglia irrefrenabile di capire, vedere, scavare, anche a costo di soffrire. Sara mi ha presentato il suo regno, la sua creatura, e ha rivisto la piccola Amelie, pronta a raggiungerla a breve in Italia.

Sono sostenitrice di Save the Dogs da anni, ormai, e da anni conosco la sua presidente. Ma il momento di partire è arrivato in questa estate 2019. Conoscevo, grazie alle parole di Sara, ma anche al magazine dell’associazione, ai documentari, ai telegiornali, le infinite contraddizioni e difficoltà di un paese che è entrato nell’Unione Europea dal 2007 ma dove ancora troppi diritti sono negati. Il diritto all’igiene e all’educazione, in quelle comunità rom, e non solo, dove i soldi non sono sufficienti, manca il lavoro, luce e gas e acqua corrente sembrano un sogno. Il diritto di essere bambini, in luoghi in cui fin da piccoli si vive per strada e si deve contribuire a portare a casa da mangiare inventandosi dei lavoretti precari e vivendo costantemente esposti a violenze. E ovviamente i diritti degli animali, vaganti per le strade, non sterilizzati, abbandonati in sacchi di plastica o uccisi, non vaccinati, denutriti e picchiati.

Chiaro che vedere ed essere catapultati in una simile realtà è un’altra cosa. Ho sostenuto, non so ancora come, la vista di asini macilenti e cavalli scheletrici e zoppi che trascinavano carretti, di cani con la rogna e affamati sul ciglio di strade dove i tir sfrecciano e a volte morire è quasi un sollievo rispetto a una vita di stenti e di pericoli continui, di gatti magrissimi che ti inseguono fin dentro casa pur di mangiare qualcosa, provati da un’esistenza fatta solo di fughe e di nascondigli. Poi diventa essenziale buttare fuori, rielaborare, e chissà quanto tempo mi ci vorrà. Non basterà una vita intera, credo. Perché dopo che hai visto, non puoi più tornare indietro.

Footprints of Joy

Footprints of Joy di Save the Dogs, a Cernavoda, è una cattedrale nel deserto. Entri e incontri più di 60 asini e più di dieci cavalli salvati per miracolo. Come Emma, la puledrina nata con una malformazione e scaraventata da un’auto in mezzo alla strada, salvata dallo staff e oggi in attesa di essere operata.

Incontri centinaia di cani: quelli appena arrivati, in cura, quelli che seguono un percorso di recupero psicologico per superare i traumi subiti, quelli ormai pronti per essere adottati in Italia e in altri paesi, quelli troppo anziani o malati per poter partire, ma che trovano nel canile un rifugio sicuro dove vivere serenamente, al riparo dalle botte e dalla fame. E poi i gatti: gattini e gattoni che fanno le fusa a tempo pieno, timidi o spudoratamente espansivi, belli come il sole, nelle loro colonie distribuite sull’intera area o nel gattile, un’oasi di pace e bellezza. Mi rifugiavo lì, dopo le visite nelle baraccopoli, i giri per la distribuzione del cibo ai randagi di Cernavoda, il tour con il censimento dei cani, il soccorso di animali in gravi condizioni. In quel piccolo condominio con giardino a misura di felini chiudi gli occhi e respiri, e quando li riapri di sicuro ne hai qualcuno vicino, che ti guarda e ti chiama per avere carezze. Andavo lì col mio computer, a scrivere e anche a piangere, a calmarmi e cercare di scaricare tutte quelle emozioni troppo forti e contrastanti per non prosciugarti.

Sì, perché ci si prosciuga davvero lì. L’assenza delle istituzioni, la povertà sbattuta in faccia, senza poter trovare soluzioni immediate. La frustrazione che ti devasta, quando pensi che ne salvi uno e migliaia invece moriranno. In un paese a pochissima distanza da noi.

La veterinaria che ha amputato la zampetta del mio Lucio, micio tripode arrivato dalla clinica lo scorso anno dopo essere stato salvato in una delle peggiori baraccopoli della Romania, quando ha saputo che ero io la sua adottante mi è venuta vicino e mi ha abbracciata commossa. Si chiama Miet, ed è una persona meravigliosa.

 

E che dire poi dello staff?

I medici e infermieri volontari, gli operatori, le ragazze dell’ufficio, che in ufficio ci stanno ma sono anche onnipresenti, conoscono uno a uno gli animali ospitati, li seguono nei loro progressi e li accompagnano verso una nuova vita. Li ho visti sorridere e anche nascondere una lacrima, mentre mi raccontavano le loro esperienze. Il mio cuore batte con loro, adesso ancor più di prima. Ringrazio tutti loro, davvero, e in particolare abbraccio virtualmente Stella e Sara, che mi hanno dedicato tempo per spiegarmi il loro lavoro, per presentarmi i ‘loro’ tesori.

Il senso di tutto questo: portare cultura e benessere. A tutti

Il potere della goccia nell’oceano. Ho capito che bisogna appigliarsi a questo per non impazzire. E tanta gente, in questi anni, è impazzita in quei posti. Ti ritrovi solo, guerriero coraggioso ma solo, contro una miriade di nemici. Ho capito che il nemico più grande è l’indifferenza. Quella che ho visto negli occhi di tante persone, che passano vicino a un animale agonizzante e non lo vedono. Ma d’altra parte, come potrebbero vederlo, se nessuno ha mai insegnato loro la compassione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro?

Ho capito, soprattutto, che senza cultura questo povero mondo andrà in malora prima del previsto.

Se avessi risorse le spenderei, oggi, principalmente per aiutare Sara e il suo staff a fare un lavoro sul territorio. La loro clinica mobile, quando c’erano i soldi per farla funzionare, ha permesso di sterilizzare a domicilio, e quando entri nelle case e nelle baracche vedi e tocchi con mano il degrado, e forse, però, puoi fare qualcosa. Se non ci fossero animali da assistere quelle persone non aprirebbero le porte. Il randagismo si risolve a monte, facendo cultura, insegnando la giusta relazione con gli altri esseri viventi e i bisogni degli animali. Far adottare è la cosa più gratificante, ma il vero lavoro, come sempre, è dietro le quinte.

Ancora una volta mi salta agli occhi con chiarezza quanto la vita degli esseri umani e degli animali sia intimamente connessa. Se non curi uno trascuri l’altro. Se vedi il dolore, lo vedi in ogni sua espressione, che sia il pianto di un bambino, il lamento di un vecchio, il guaito di un cane.

Quelle immagini mi restano dentro, come gli odori forti che mi hanno assalito nei cortili di quella gente misera che vive a piedi nudi insieme ai maiali e alle galline.

Sono contenta di aver riposto in Save the Dogs la mia fiducia da anni. Non mi sbagliavo. Questa associazione compie dei piccoli miracoli ogni giorno. Ci ricorda che la sofferenza non ha il passaporto, e l’aiuto che dai in un angolo della terra contribuisce al benessere di tutti.

Save the Dogs mi dimostra quanto è bello e doveroso lavorare mettendo sempre insieme i due elementi più importanti: il cuore e il cervello.

Incontri speciali, incontri d’estate

L’estate ci raggiunge con le sue giornate lunghe, il suo caldo e la sua luce. È un momento magico questo, un momento perfetto per chiudere con le cose che ci hanno fatto male e aprirsi a nuovi incontri. Allontanare chi ci ha stressato e non merita le nostre energie, ritrovare la propria serenità e aprirsi a nuove possibilità di dialogo.

Il dialogo per me è soprattutto quello fatto di sguardi, di tatto e contatto, e non di parole. Un giorno qualcuno mi disse che parlare con gli animali è facile, tanto loro non possono rispondere e ci danno l’illusione di capirci e non giudicarci. Credo che sia interessante partire da questa stupida considerazione e accogliere questa sfida, perché evidentemente gli incontri speciali non sono pane per tutti. Gli animali si avvicinano quando sentono di potersi fidare, e in assenza di parola l’istinto li guida. Così, se anche noi diventiamo capaci di usare i nostri sensi, diventiamo protagonisti di scambi energetici straordinari.

Il lavoro mi ha portato a esplorare il mondo dei lupi, il mondo dei camosci e dei mufloni, la bellezza e la serenità della fattoria, con i suoi animali di campagna, docili e lenti, poetici e concreti insieme. Mi sono presa, e continuerò a prendermi il lusso di cogliere ogni occasione per imparare di più, da loro e dal loro ambiente, osservandoli da lontano o gustando la loro presenza da vicino, favorendo gli incontri tra loro e altri umani. Se ci si presenta puliti e aperti al dialogo le occasioni si moltiplicano. Non è un’arte che si impara questa, ma la capacità di ragionare al di là delle classificazioni di specie, al di là di ogni presunzione, cancellando dal nostro modo di porci quell’inutile, e anzi dannosa attitudine umana a considerare sempre gli altri esseri viventi in base alla funzione che possono rivestire per la nostra utilità.

In questo modo torniamo a casa con un bagaglio ricchissimo di sensazioni che non si imparano studiando, e neppure utilizzando sempre la nostra razionalità. E ogni incontro diventa una grande opportunità per rivedere i nostri parametri, e per imparare l’arte stupenda di lasciarsi andare.

Ricostruire, si scommette sulla solidarietà

Ripartire, ricostruire, tornare a sperare. Sono queste le parole d’ordine che mi accompagnano ogni giorno da quando sono ritornata dal mio viaggio in Abruzzo lo scorso dicembre. Voglio che a ripartire siano i miei nuovi amici abruzzesi, che non si devono più sentire lasciati soli. Ma voglio ripartire anch’io per tornare a fare visita a loro e a tutti quei dolcissimi animali salvati da un destino atroce.

Ricostruire: bisogna ricostruire le case, le aziende, le strade, gli spazi condivisi, la rete di amicizie spazzata via dal terremoto che ha distrutto tutto. Ricostruire la fiducia nelle persone, ricostruire quella base di relazioni indispensabile per uscire dalla solitudine che deprime e incupisce.

Tornare a sperare che le cose possano migliorare. Tornare a sperare che le istituzioni smettano di essere latitanti e che la vita possa cominciare un’altra volta.

Il viaggio che ho fatto sta portando i primi importantissimi frutti. Il mio grazie va nuovamente a Italpet: Alberto Perina, insieme con Silvia Mazzurana, ha colto la proposta di offrire un sostegno economico a questa nostra piccola grande scommessa. Grazie a loro abbiamo potuto sostenere le spese di viaggio, noleggiare un furgone, portare ai nostri contatti abruzzesi un aiuto concreto, tra crocchette, medicinali, cucce, coperte, raccolti a Verona nei punti vendita del negozio, grazie al contributo generoso di tante persone che si fidano e che hanno voluto lasciare un segno, fare un semplice gesto generoso.

Non è da tutti credere in tre cittadini privati che di questi tempi chiedono un sostegno economico per un viaggio verso luoghi distanti 500 km da noi, ma in realtà distanti anni luce dal nostro modo di vivere e gestire certe emergenze.

Sono passati ormai 25 giorni dal mio ritorno, ma gli odori, gli sguardi, i silenzi che ho intercettato sono sempre con me.

La sera, mentre sono a casa al caldo e scrivo con i miei animali vicino a me, ripenso a quei giri notturni tra frazioni dimenticate dal mondo, in mezzo al fango e alla neve, a soccorrere animali colpevoli soltanto di essere stati abbandonati, ospiti sgraditi e spesso maltrattati. Ripenso ai ragazzi che mi hanno permesso di conoscere questi luoghi, con i quali ho condiviso tante lacrime e tanti sorrisi. Perché oggi tanti di quei cani abbandonati al loro destino, grazie alla solidarietà e alla rete di aiuti che siamo riusciti a creare, hanno una cuccia e delle braccia pronte a coccolarli. Le loro storie saranno raccontate una a una, perché sono imperdibili.

Chi ha creduto in noi ha fatto una scommessa che ritengo vincente: aiutare gli altri perché la solidarietà è un dovere morale.

Oggi, grazie a quel viaggio, sta per nascere un’associazione che si occuperà degli animali. Si torna a regalare speranza e lo si fa con maggiore consapevolezza e struttura. Sono felice di aiutare i miei amici in questo percorso. Da qui, da Verona, siamo presenti in Abruzzo con proposte concrete, con il nostro affetto, con la voglia di condividere le nostre competenze.

Si riparte.

Randagismo in Abruzzo: qualcosa è cambiato?

Abruzzo: i luoghi del terremoto, il randagismo, la ricostruzione che va a rilento, mentre l’inverno è arrivato. A distanza di 11 mesi dal nostro primo viaggio nelle zone terremotate, nel gennaio 2017, abbiamo deciso di fare ritorno in quel luoghi. Siamo un gruppo piccolo e eterogeneo di persone con tanta buona volontà: una giornalista, un architetto, la presidente di una associazione di tutela degli animali. Siamo affiatati: Piero mazza e Emanuela Giarraputo si sono trasformati in questi mesi in due cari amici, che condividono la mia voglia di fare, e di capire a fondo le cose. A spingerci in quei luoghi erano state le immagini drammatiche del terremoto e della nevicata che hanno messo in ginocchio persone e animali. Nella vastità dell’emergenza abbiamo deciso di occuparci in particolare del problema del randagismo. Abbiamo creato dei contatti con alcuni volontari che abitano a L’Aquila, insieme a loro siamo andati nelle diverse frazioni e nei paesi per documentare la vita di sofferenze degli animali abbandonati. Un problema che affligge molte zone dell’Italia e che è stato drammaticamente accentuato dal terremoto. Abbiamo portato molti aiuti (alimenti, crocchette, cibo per cuccioli, medicinali).

Adesso ci prepariamo a ritornare, quindi, per documentare gli eventuali cambiamenti a distanza di 11 mesi, anche se le notizie che arrivano da lì non sono certo incoraggianti, e per focalizzare bene le esigenze di chi vive in queste zone e con buona volontà e sempre a titolo gratuito dedica il suo tempo ad aiutare gli animali senza famiglia. Avremo il supporto di Italpet, un’azienda che ci aiuta nella raccolta di nuovo materiale e cibo per aiutare i volontari a sfamare e curare gli animali. Questo aiuto ci incoraggia e ci lusinga: abbiamo avuto la loro fiducia e ce la vogliamo meritare facendo qualcosa di concreto. Con l’occasione vogliamo anche metterci in contatto con le associazioni che operano sul territorio e capire come possiamo eventualmente renderci utili.

Lo sguardo disperato dei cani, gatti, cavalli sepolti nella neve, in gennaio, non mi ha mai abbandonato e so che sarà difficile andare di nuovo, con la certezza che non potremo cambiare la situazione, non nell’immediato, di sicuro. Ma le tante persone che mi stanno sostenendo ci invogliano a credere che qualcosa possa migliorare. Io voglio crederci.

Ode ai volontari animalisti

Volontari animalisti: ode agli angeli degli animali

I volontari animalisti lavorano 24 ore al giorno, con il cuore. Gli angeli degli animali hanno le loro vite, il loro lavoro, i loro problemi di salute, i loro svaghi. Ma non passa un momento della loro giornata che non venga occupato da quel pensiero fisso: aiutare gli animali. Si sentono anche insultare, spesso, con quell’accusa che ormai è un ridicolo slogan: “Pensi agli animali e non alle persone”. E loro, tenaci, pazienti e silenziosi, non ci fanno caso, e vanno avanti per la loro strada, dimostrando nei fatti quanto sia assurda questa affermazione. Perché i volontari che dedicano la vita agli animali abbandonati, maltrattati, abusati, sfruttati, dedicano anche tanto tempo a parlare con le persone, aiutando chi è in difficoltà: siano difficoltà economiche, siano problemi personali. Loro, che sono davvero impegnati a fare più che a dire, sanno bene che cani, gatti, conigli vivono con gli umani, e gli umani vivono con gli animali, in un continuo scambio di emozioni. E il cervello e il cuore non si dividono in settori: se provi empatia, la provi per tutti.

Non mi piacciono le etichette perché le ritengo limitanti e fuorvianti, soprattutto di questi tempi, quando si tende a etichettare tutto. Ma me le prendo volentieri queste etichette, se servono a identificare i miei valori: animalista è quella che mi appartiene di più. Amo gli animali perché amo e riconosco la loro anima, e sono felice di aver fatto un percorso che mi porta a essere, e arriviamo alla seconda definizione, antispecista. Voglio la giustizia nel piatto, e la giustizia si ottiene facendo delle scelte etiche e concrete.

E sono, terza qualità, attivista, nei limiti delle mie possibilità. Mi irrita chi predica e rimanda tutto al domani, chi giudica con facilità gli altri e non si accorge delle proprie incoerenze.

Ecco, i volontari, gli angeli a due gambe dei nostri angeli a quattro zampe, ma anche a quattro gambe, pinne, ali, a volte a tre sole zampe, a volte perfino a due zampe se hanno avuto un incidente, sono tendenzialmente persone che ricercano una coerenza, che fanno un percorso, ognuna con i suoi tempi. Loro riflettono sulle scelte che fanno ogni giorno, che mettono a disposizione il loro tempo e i loro sentimenti per amore di chi non ha voce per difendersi.

Ne conosco tantissimi, di volontarie e volontari animalisti, e ce ne sono alcune e alcuni che vorrei ringraziare più degli altri. Perché loro agiscono con passione e forza di volontà, tenacia e dedizione. Non importa se è festa, se piove, se nevica, se c’è un caldo insopportabile, se tutti sono a festeggiare, se gli altri partono: i volontari puliscono i box dei canili anche a ferragosto, comprano le medicine per gli animali ammalati rinunciando al cinema, ospitano cani e gatti in attesa di adozione sacrificando spazio in casa e tempo libero. E lo fanno sempre con amore per queste creature. Mi sono commossa e mi commuovo spesso, quando li vedo e li ascolto: loro chiamano per nome qualsiasi essere vivente, per loro non sono mai numeri, ma vite, storie preziose, anime. Gioiscono quando un animale trova una casa, piangono quando non si riesce a fare abbastanza per strappare ai maltrattamenti un essere innocente, combattono quando si deve chiedere giustizia, non hanno paura di denunciare.

E sono gli stessi che mi hanno sostenuto e abbracciato quando ne avevo bisogno. Devo ai volontari animalisti che ho incontrato finora e che incontrerò nel mio percorso di vita un grande insegnamento. Loro mi hanno arricchito, permettendomi di raccontare le loro storie a lieto fine e quelle più dolorose, e mi insegnano che l’umanità esiste. Quella vera, che rispetta ogni forma di vita.

Ciak si gira: backstage e video a quattro zampe, anzi gambe!

Ciak, si gira! Un set a quattro zampe, anzi gambe.. perché i protagonisti indiscussi di questi video che vedete sono stati Gemma, Ringo e Barone. E poi Feuer, e le amiche e gli amici che hanno accettato questa bella avventura. Non avrei mai pensato, anni fa, di ritrovarmi in mezzo ai miei animali, con le persone più care, e raccontare davanti a una videocamera storie, aneddoti, emozioni che riguardano me, i miei animali e la nostra attività insieme. Perché un tempo la timidezza, la paura di non essere all’altezza prendevano il sopravvento. Ma poi negli anni a vincere sono stati altri sentimenti: primo fra tutti il desiderio di trasmettere agli altri le sensazioni bellissime che provo io, quando mi ritrovo con questi splendidi colleghi animali, e vivo insieme a loro i vantaggi del tempo speso nella natura, nel silenzio.

Un po’ di ansia, quella sensazione divertente di sentirsi un po’ impacciati, le papere, e ricominciare a registrare, e fermarsi perché ti viene da ridere, o magari anche da piangere per l’emozione.

E poi i nostri attori, difficilissimi da riprendere, perché noi li lasciamo in libertà, e dunque bisognava seguirli, inseguirli, adeguare il nostro passo al loro. E se Ringo galoppa, bella impresa stargli dietro!

A riprenderci Giuseppe Marinelli, splendido, perché ha saputo metterci a nostro agio, con pazienza. Non è semplice raccontare certe emozioni, ma lui attraverso i video che abbiamo creato è riuscito a fare un po’ di ordine in quella fiumana di parole, azioni, gesti.

Ho pensato di girare questi video per avere un supporto ulteriore al mio lavoro: quando racconto la bellezza di una giornata on gli animali, gli effetti benefici sulla salute e sull’umore, i momenti divertenti in cui, all’improvviso, si creano dei contatti così profondi tra umani e animali che si vedono nuove espressioni sui volti delle persone: amiche che chiacchierano con la mia asina, che raccontano i fatti loro al mio cavallo, che passeggiando con loro nel bosco si ricordano di momenti passati nella natura e li condividono. Persone che arrivano stressate, stanche, svilite, e dopo alcune ore con gli animali tornano a casa sbadigliando per il relax, con un sorriso così bello da essere impagabile.

Mancano, in questi video, quelle sensazioni che solo il contatto può dare: la morbidezza del pelo e l’odore intenso degli asini e dei cavalli, i profumi del bosco bagnato dalla pioggia, l’odore delle verdure nell’orto, la terra sotto le unghie, mentre si raccolgono i frutti e le erbe aromatiche.

Ma le immagini e le voci, intanto, raccontano questo benessere. Grazie, allora, a chi ha reso possibile tutto questo: il professionista che ci ha guidati, gli amici che hanno partecipato e soprattutto loro, i miei angeli a quattro zampe e quattro gambe.

I video sono caricati nel canale YouTube: Silvia Allegri.

Buona visione!

 

Estate in città, gli angeli degli animali non vanno in vacanza

Il giro delle pappe del mattino, i turni per una corsetta, la pulizia dei box, il controllo delle ciotole con l’acqua. Ma soprattutto una carezza, una coccola, una spazzolata.
Loro sono Anita, Barbara, Nicoletta, Anna, Monica, Martina, Edi, Teo, i volontari che ho incontrato ieri mattina al Rifugio Enpa di Verona. Certo, non è una casa, ma è un posto comunque il più possibile confortevole per centinaia di animali che si sono ritrovati senza una famiglia: cucciolate intere abbandonate sulla porta d’ingresso, cani sequestrati e salvati da situazioni di maltrattamento, cani che semplicemente non hanno mai incrociato lo sguardo di un umano disposto a farli entrare nella sua vita.
“A volte sento persone che entrano qui per adottare un cane ma si lamentano: questo è brutto, questo non ha un bel pelo, questo non è abbastanza giovane”, racconta Nicoletta, che trascorre molte ore al giorno al rifugio prendendosi cura degli ospiti con un amore che commuove. “Sappiamo magari che comunque queste famiglie possono tenere un cane in condizioni ottimali, e facciamo finta di niente, e cerchiamo di trovare un cane adatto a loro. Perché una buona adozione è sempre importante: un animale che trova casa lascia spazio per un nuovo ospite. Ma questi commenti mi fanno tristezza: si dovrebbe guardare oltre”.
Dietro un paio di occhi dolci si nascondono storie di abbandono, di solitudine, di paura. E ci sono quegli animali timidi che non sanno farsi largo, magari non splendidi, ma cosa conta poi la bellezza? “Bello è ciò che amiamo”, dice Nicoletta.
Monica si occupa dei gatti, e mi accompagna a conoscerli. Sono tantissimi: adulti e cuccioli, di ogni colore, giocherelloni o timidi, vivono in spazi ampi e ognuno ha il suo nome. I volontari raccontano le loro storie mentre sbrigano velocemente il loro lavoro: pappe speciali per animali malati, pomate, medicine, e tanti piccoli accorgimenti, per rendere la vita di queste bestiole il più possibile serena.
ieri era ferragosto, le città sono ancora vuote, e i rifugi d’Italia sono pieni di quegli animali che sono stati scaricati da chi adesso se ne sta in spiaggia, a godersi il mare e il sole.
Sono felice di aver scoperto questo posto: temevo di non reggere, ma in questo rifugio gli animali ricevono una miriade di attenzioni, non sono dei numeri, e i volontari fanno un lavoro meraviglioso per rendere breve la permanenza nei box, seppur belli, e costruire un futuro sereno ai loro ospiti in una casa vera. “Un salotto e un giardino sono comunque meglio di un box”, dice Romano Giovannoni, presidente Enpa Verona.
Sono felice di averlo scoperto adesso, il rifugio, in piena estate. Ne scrivo, conosco chi ci lavora, ma fisicamente non ci ero mai stata. E ci tornerò al più presto. C’è chi investe i propri giorni di ferie per prendersi cura di queste bestiole, ognuno regala il tempo che può, e soprattutto c’è la grande consapevolezza che non esistono vacanze in certi posti. Ogni essere vivente ha le sue necessità, ogni giorno.
“Quando sto qui sto bene”, dice Nicoletta. “In mezzo agli animali ho ritrovato la serenità, loro ripagano le nostre attenzioni con un amore sconfinato”.
Anche ieri ho avuto una nuova conferma: senza i volontari questo paese sarebbe in ginocchio. Bello, allora, guardare con riconoscenza a quella fetta di umanità che sa essere generosa, anche col proprio tempo. Grazie!

Dal dramma… alla consapevolezza

Se avessi avuto ancora un minimo dubbio, questo se ne sarebbe andato per sempre. Ho vissuto giorni di fortissima angoscia, pieni di paure, sconforto, incertezze, preoccupazione. Al centro di questo dramma, uno dei miei animali. Quando si insinua il sospetto che una brutta malattia te lo possa portare via la disperazione piomba addosso come un macigno. Ti scorrono davanti i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni vissuti insieme e ti sembra impossibile che qualcosa di drammatico possa interrompere questo tempo sereno..
Ma ciò che mi ha sconcertato, in quei giorni tremendi, è stata la reazione delle persone. Alcune le ritenevo di fiducia, care, amiche. Ma sono stata accolta con un cinismo e un’indifferenza che mi hanno quasi distrutto. In quei giorni è come se si fosse spostato dai miei occhi, cadendo per sempre, un velo, tanto impercettibile quanto resistente, che mi separava dal mondo esterno facendomi credere ciò che in realtà non esisteva. Il mio dolore, la mia preoccupazione mi hanno fatta sentire lontana da tutto e da (quasi) tutti. Mi sono sentita sola, a un certo punto, priva di certezze che avrei dato per scontate fino al giorno prima.
Ma come sempre a fronte di una cattiva esperienza ce ne sono di buone. Lui adesso, il mio adorato quattrozampe, sta bene. Io sono rinata. Guardiamo avanti godendoci ogni giorno che ci vedrà insieme.
Ma quella consapevolezza resta e si è trasformata in un nuovo atteggiamento: disponibilità, cortesia, apertura al mondo, ma con le orecchie in alto, come gli asini, dai quali non smetterò mai di imparare.
Loro sanno insegnare la pazienza e la giusta diffidenza, quella che serve per misurare davvero chi abbiamo davanti, e come tutti gli animali non recitano. Sono così, come li vediamo. Accoglienti ma attenti.
Ho trovato un enorme sostegno anche dalle associazioni che sono nate per loro, per difenderli, questi animali. Grandi e forti, eppure fragili di fronte all’ottusità umana, che spinge troppo spesso ad agire con egoismo, dimenticando invece l’importanza dell’empatia. Non potrò mai dimenticare le telefonate e i momenti condivisi con Sonny, Nadia, Lorenza, Emanuela, Michela, Mari. E naturalmente la presenza di quegli amici stretti e affettuosi che partecipano a gioie e dolori con vero trasporto.
Un’esperienza negativa si trasforma allora in un tesoro, che arricchisce e aiuta ad affrontare con un nuovo spirito le difficoltà che si presenteranno. E che mi consente di aver capito, una volta di più, che chi mi ama, ama anche i miei animali, le mie angosce, le mie paure.
I giorni drammatici sono diventati uno stimolo ulteriore a scrivere, studiare, comprendere quali sono le persone su cui potrò fare affidamento in futuro. Promuovere un cambiamento e una nuova bella relazione tra persone e animali, tra animali e persone.
Grazie Ringo, e grazie anche a chi mi ha sostenuto nei momenti più difficili, con competenza e partecipazione.

A spasso con il cane per scoprire tanta bellezza

Finalmente è arrivato, e quando lo si vede pronto e fresco di stampa ci si commuove sempre.
A spasso con il cane raccoglie trenta itinerari nella provincia di Verona. Scritti per Verona fedele, questi ‘diari’ di passeggiata si sono trasformati in una piccola guida per chi, come me, insieme al proprio cane ha voglia di scoprire la bellezza che ci circonda. Si tratta di castelli, parchi, rive di un fiume, boschi, fontane, borghi antichi, distese di vigneti o di risaie, in molti angoli della provincia di cui spesso non si è mai sentito parlare.
Per me, ognuno di questi itinerari è legato a un ricordo, a un sentimento. Spesso mi è capitato di partire da casa conoscendo la zona in cui sarei voluta arrivare soltanto per sentito dire. Partivo un po’ all’avventura: una mappa, un indirizzo, un’idea vaga. Poi appena si arriva in un posto nuovo ti si apre un mondo, grazie anche agli incontri che avvengono per caso: scopri così che un passante conosce il presidente di un’associazione di promozione locale del territorio, che una persona seduta al bar ti può raccontare la storia della costruzione di un vecchio castello, che due amici di passaggio in bicicletta hanno sperimentato un percorso sconosciuto e ti indicano come raggiungerlo.
Rileggendo queste trenta tappe mi emoziona pensare a questi incontri, alla passione delle persone semplici per la loro terra, alla storia incredibile che può nascondersi dietro la realizzazione di una casa, di un’oasi, di un giardino.
Mi auguro di accompagnare con Feuer tanti viandanti. Che siano soli, o col proprio cane, o con un amico o con un libro, potranno assaporare i tesori dietro casa, e trascorrere all’aria aperta il loro tempo, tornando a casa sempre arricchiti.
E spero di ricevere le vostre foto: mandatemi la vostra passeggiata con il cane a silvia@silviaallegri.it
Buon cammino!