Ambiente Archives | Pagina 2 di 6 | Silvia Allegri
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Ambiente

Ciak si gira: backstage e video a quattro zampe, anzi gambe!

Ciak, si gira! Un set a quattro zampe, anzi gambe.. perché i protagonisti indiscussi di questi video che vedete sono stati Gemma, Ringo e Barone. E poi Feuer, e le amiche e gli amici che hanno accettato questa bella avventura. Non avrei mai pensato, anni fa, di ritrovarmi in mezzo ai miei animali, con le persone più care, e raccontare davanti a una videocamera storie, aneddoti, emozioni che riguardano me, i miei animali e la nostra attività insieme. Perché un tempo la timidezza, la paura di non essere all’altezza prendevano il sopravvento. Ma poi negli anni a vincere sono stati altri sentimenti: primo fra tutti il desiderio di trasmettere agli altri le sensazioni bellissime che provo io, quando mi ritrovo con questi splendidi colleghi animali, e vivo insieme a loro i vantaggi del tempo speso nella natura, nel silenzio.

Un po’ di ansia, quella sensazione divertente di sentirsi un po’ impacciati, le papere, e ricominciare a registrare, e fermarsi perché ti viene da ridere, o magari anche da piangere per l’emozione.

E poi i nostri attori, difficilissimi da riprendere, perché noi li lasciamo in libertà, e dunque bisognava seguirli, inseguirli, adeguare il nostro passo al loro. E se Ringo galoppa, bella impresa stargli dietro!

A riprenderci Giuseppe Marinelli, splendido, perché ha saputo metterci a nostro agio, con pazienza. Non è semplice raccontare certe emozioni, ma lui attraverso i video che abbiamo creato è riuscito a fare un po’ di ordine in quella fiumana di parole, azioni, gesti.

Ho pensato di girare questi video per avere un supporto ulteriore al mio lavoro: quando racconto la bellezza di una giornata on gli animali, gli effetti benefici sulla salute e sull’umore, i momenti divertenti in cui, all’improvviso, si creano dei contatti così profondi tra umani e animali che si vedono nuove espressioni sui volti delle persone: amiche che chiacchierano con la mia asina, che raccontano i fatti loro al mio cavallo, che passeggiando con loro nel bosco si ricordano di momenti passati nella natura e li condividono. Persone che arrivano stressate, stanche, svilite, e dopo alcune ore con gli animali tornano a casa sbadigliando per il relax, con un sorriso così bello da essere impagabile.

Mancano, in questi video, quelle sensazioni che solo il contatto può dare: la morbidezza del pelo e l’odore intenso degli asini e dei cavalli, i profumi del bosco bagnato dalla pioggia, l’odore delle verdure nell’orto, la terra sotto le unghie, mentre si raccolgono i frutti e le erbe aromatiche.

Ma le immagini e le voci, intanto, raccontano questo benessere. Grazie, allora, a chi ha reso possibile tutto questo: il professionista che ci ha guidati, gli amici che hanno partecipato e soprattutto loro, i miei angeli a quattro zampe e quattro gambe.

I video sono caricati nel canale YouTube: Silvia Allegri.

Buona visione!

 

Scelta etica: con la carta, con il piatto, con il cuore

Da quando ho fatto una scelta etica importante, e smesso di mangiare carne e pesce e tutti i prodotti che implicano uno sfruttamento degli animali, mi sono sentita meglio. In pace con me stessa e in pace col mondo, oltre a sentirmi più carica di energia positiva e a provare una serenità che non avevo mai conosciuto prima di fare questa scelta. È la serenità di chi non è complice. Sono una giornalista e credo che il mio lavoro sia nobile, bello e difficile. La mia missione è guardare dentro le cose, avere il coraggio di osservare tutto e di capire per poterlo raccontare poi a chi mi legge e mi ascolta. Ho conosciuto delle persone straordinarie, che hanno consacrato la loro vita e il loro tempo a parlare per chi non ha voce. Persone che lavorano nell’ombra, che dedicano il loro tempo a guardare in faccia il sangue, la morte, le ferite, ad ascoltare le urla di dolore e di paura di milioni di animali. A fare i conti col silenzio, quando non c’è più nulla da fare. Cosa provano le persone che si introducono in un allevamento intensivo e non possono fare altro che filmare, fotografare, documentare quel dolore ? Quanto costa lasciar morire, perché non esistono altre possibilità, nella speranza di poter far vivere in futuro altri animali? Questa strage si consuma ogni giorno lontano dalle nostre case, dai supermercati dove l’abilità del marketing permette di camuffare questo dolore e renderlo inesistente, muto, coperto da etichette colorate e fasulle. A pochi chilometri da noi, nei capannoni, nei camion che trasportano animali ‘vivi’, come si legge, si stanno consumando tragedie rese possibili dalla complicità di chi si volta dall’altra parte. Impariamo allora a leggere le etichette, e a capire se il prodotto che stiamo per acquistare ci permette di essere coerenti con la nostra scelta etica, se proprio non abbiamo il coraggio di accendere la televisione, aprire il computer e assistere a uno dei numerosi reportage disponibili per chiunque abbia voglia di documentarsi. Io li sento piangere e urlare anche quando non sono lì vicino, perché una volta che hai visto uno di quei filmati o, peggio, hai assistito alla morte di un animale preso a calci e botte perché non voleva andare verso il supplizio e la fine, quelle urla non ti lasciano più. Ecco perché scrivo, quando posso, di animali, suggerendo i piatti che non contengono dolore, ma anche raccontando ciò che gli altri non vogliono sentire. Ritengo sia doveroso dare spazio e voce a quegli eroi che entrano nei luoghi del dolore per mostrarli al mondo.

Gli animali sono esseri intelligenti, con una propria personalità, che provano sentimenti e paure, ma che non possono combattere contro le gabbie di ferro che li tengono schiacciati per terra, che impediscono loro qualsiasi movimento, che servono a farli ingrassare, fermi immobili, senza mai vedere un raggio di sole, senza sentire il contatto con l’erba fresca, a suon di integratori e antibiotici. Senza la lotta ad armi pari non c’è giustizia. Ognuno di noi ha un potere straordinario: fare quella scelta etica di mangiare cibo che non contenga sofferenza, che non sia un pezzo di animale, che non sia prodotto dallo sfruttamento.

Scrivere di morte fa male, ma è peggio scrivere di cose futili e leggere, ignorando volutamente il dramma di chi non può difendersi. A modo mio getto ogni giorno un semino. Attecchirà, si trasformerà in una pianta? Forse sì e forse no, ma nel dubbio preferisco provarci.

Nel mio orto anarchico, dove ci si auto-aiuta

Nella mia famiglia c’è sempre stata la passione per orto e giardino, ma io l’ho sempre seguita da spettatrice: apprezzavo i risultati, i colori e i profumi, ma senza sentirmi all’altezza. Poi, un giorno, durante un tour per giornalisti in Liguria, la visita di un centro e per la pratica di yoga e meditazione con un orto meraviglioso. È stata una vera e propria folgorazione: volevo un orto anch’io! E così in maneggio ho chiesto di poter lavorare un pezzetto di terra creando un orto didattico, con l’idea di offrire a chi mi avesse fatto visita la possibilità di lavorare non solo con Ringo, Gemma e Barone, ma anche mettendo le mani nella terra, piantando, seminando, zappando. Per poi raccogliere insieme i frutti.
Un manuale sul giardinaggio, guanti robusti, una zappa, un rastrello, e tanta voglia di imparare. A distanza di un anno e mezzo guardo adesso con gli occhi lucidi, lo ammetto, e tanta soddisfazione, questo piccolo orto anarchico: qui vengo per aiutarmi, quando sto male e ho dei pensieri. Le mani che affondano in questa terra profumata e scura, il sudore, dato dalla fatica e dall’inesperienza che a volte mi fa ancora fare sforzi disumani in attesa di conoscere qualche trucco del mestiere, la gioia indescrivibile nel vedere che le piante crescono, così all’improvviso, in posti inaspettati. Perché magari dove avevo piantato il basilico spunta una pianta di pomodori, e dove avevo seminato le carote crescono fagioli e piselli. Il vento, la terra, il concime naturale in questo posto popolato di asini e cavalli fanno sì che ci sia ogni volta qualche sorpresa. E se magari l’erba cipollina non cresce, in compenso da un seme di zucca nasce una giungla di foglie e di fiori che strappano un sorriso. Qui fuggo, a volte, con gli amici: magari hanno un peso sul cuore e mi chiedono di passare alcuni momenti di serenità in mezzo a questo disordinato orto selvaggio: allora raccogliamo insieme le foglie secche, mangiamo i pomodorini dalla pianta, ci portiamo a casa prezzemolo e salvia, osserviamo le zucche che crescono e cambiano colore. Qui, in questo angolo semplice, si trova la serenità. E mentre il mondo si stressa in coda per entrare nei centri commerciali noi lasciamo da parte il telefono e ci godiamo la bellezza di questo disordine naturale. Una carezza agli animali prima di andar via, e tutto passa. E torniamo a casa con la mente finalmente sgombra.

 

IL MAGGIOR CRIMINE SILENZIOSO DEI NOSTRI TEMPI

Allevamenti intensivi, il maggior crimine silenzioso dei nostri tempi. Consumato dietro i muri, lontano da quei paesi dei balocchi che sono i supermercati, dove tutto è bello, colorato, piacevole. Quando l’occhio vede, il cuore soffre. Ma non pensiamo mai a quanto soffrono milioni di esseri innocenti, per colpa del nostro egoismo?

Ogni giorno mentre ci alziamo, lavoriamo, viaggiamo, facciamo sport, leggiamo, dormiamo, un numero infinito di animali subisce una vita d’inferno negli allevamenti intensivi: torturati, mutilati, al buio, agonizzanti, senza lo spazio per muoversi, in condizioni di stress che un umano non saprebbe tollerare nemmeno un minuto. Finiranno nei piatti di chi compra ancora i prodotti della sofferenza, di chi mangia guardando la comodità e non curandosi dell’etica.

Ci sono delle persone straordinarie, però. Come il team di Animal Equality, che con le sue inchieste è arrivato in un posto che conta, perché è lì che si possono modificare le leggi: il Parlamento Europeo. Animal Equality ha avuto la grande opportunità di curare un’esposizione intitolata “Allevamento intensivo: il maggior crimine dei nostri tempi?”, per creare consapevolezza tra gli europarlamentari attraverso il progetto iAnimal: attraverso dei visori lo spettatore può vivere una forte esperienza di realtà virtuale, vedendo quello che accade all’interno degli allevamenti intensivi e dei macelli attraverso gli occhi degli animali. È la prima volta che un’organizzazione per la protezione animale porta questa nuova tecnologia proprio nella sede centrale della politica europea. Questo progetto pionieristico è un’arma importante per aprire gli occhi: le immagini parlano molto di più delle parole. Ed è giusto vedere la sofferenza che infliggiamo agli animali, scegliendo di disinteressarci al loro benessere.

A presentare l’esposizione è stato l’europarlamentare Stefan Eck, il quale ha poi incoraggiato tutti gli europarlamentari a provare l’esperienza di realtà virtuale sviluppata da Animal Equality, dichiarando: “Questo progetto mostra che le leggi europee riguardanti il benessere degli animali valgono meno del foglio di carta su cui sono state scritte”, alludendo alle terribili condizioni di vita degli animali documentate nei video e perfettamente in regola rispetto alla legislazione corrente.

Grazie al team, grazie ai parlamentari che non si volteranno più dall’altra parte.

Abruzzo, la rabbia e l’indignazione, ricordando il nostro viaggio

Di quelle terre distrutte è cambiato solo il clima: ora fa caldo, io le ho viste sotto la neve, con temperature che sfioravano, di notte, meno 15 gradi. Quando riguardo le foto scattate in quei giorni, a fine gennaio, ho i brividi e le lacrime agli occhi. Mi sono rimasti addosso quella sensazione terribile di smarrimento, i momenti di paura, mentre attraversavamo l’Italia diretti verso quei luoghi devastati dal terremoto.

Abruzzo, 24 agosto 2016: la prima di una lunga serie di scosse fa tremare la terra, e si porta via le case, le chiese, le strade, i sogni, la bellezza, e troppe vite. A distanza di 4 mesi, un inverno gelido si abbatte su quei paesi, e la neve, insieme a nuove scosse, seppellisce tutto.

Tutto era partito da un post su Facebook, che avevo scritto dopo una notte insonne, con le immagini impresse negli occhi di volontari disperati che cercavano di liberare dal ghiaccio cani, gatti, asini, mucche, cavalli congelati e terrorizzati. E poi un appello sul giornale, e poi un piccolo miracolo: una risposta incredibile di amici e persone sconosciute, pronte a darci aiuto. L’intento era quello di portare un piccolo rinforzo agli ultimi degli ultimi, centinaia di animali sepolti da metri di neve nei canili e per le strade, soccorsi in qualche modo da umani stupendi e dal cuore d’oro, ma con poche possibilità economiche, flagellati com’erano da quella desolazione, spesso senza casa, con lutti in famiglia e amici portati via dal terremoto, ma nonostante tutto instancabili nel prestare soccorso a tutte le vite in pericolo.

Siamo partiti da Verona, eravamo in 5, letteralmente sommersi di medicine, coperte, cibo, trasportino. Siamo tornati su con alcuni cani salvati da morte certa, e molti di loro nel frattempo hanno ricominciato una vita nuova.

Indimenticabile il momento in cui siamo ripartiti, carichi di trasportini carichi di cani. Le lacrime di gioia di quei ragazzi, che ci hanno salutato affidandoci quelle bestiole. Pronti ad aiutarne altri.

Sono passati 8 mesi dal mio viaggio a L’Aquila e Amatrice, e le foto che vedo sui giornali mi fanno rabbrividire. Cosa è cambiato?

Noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto i messaggeri, portando in quelle terre un piccolo, ma importante aiuto ai volontari e agli animali. Ci hanno aiutato perché non avevamo un colore politico, ma solo il desiderio di renderci utili. Abbiamo aiutato le persone che avevano problemi economici a curare cani e gatti, abbiamo portato soprattutto il nostro abbraccio e la garanzia di non dimenticarci di loro, una volta tornati qui, e continuare a restare in contatto, per salvare altre vite, per aiutare con i nostri mezzi. E la promessa è stata mantenuta. Quei volontari, quelle persone generose, sono adesso parte di noi. La distanza non conta.

La gente è generosa, la solidarietà esiste, ma i burocrati spezzano ogni sogno. Dove sono quei soldi donati dagli italiani in quei giorni drammatici? Tutto è fermo.

Possibile che a gennaio 2017 io abbia visto coi miei occhi i libri, i quaderni di appunti, le tazze, i vestiti tra le macerie della casa dello Studente a L’Aquila, crollata 8 anni fa?

Queste immagini ci dovrebbero sempre accompagnare, per ricordarci che la politica è una cosa nostra, non dei politici. Che siamo tutti responsabili, e lo possiamo essere nel momento in cui andiamo a votare. Che la gente eletta, oltre ad avere la garanzia di stipendi che noi tutti, comuni mortali, neanche possiamo immaginare, ha il dovere di impegnarsi, di garantire ai cittadini i diritti che spettano. Senza indignazione, senza alzare la voce, tutto resterà così.

Tornerò presto in Abruzzo. Per vedere coi miei occhi cosa è cambiato. Ricordo la paura, in una frazione di Amatrice, totalmente dimenticata, non esistevano nemmeno le transenne e si camminava tra palazzi in bilico, sventrati, vedevamo i tavoli, gli armadi, i lampadari di quelle stanze vuote. Abbiamo visto animali abbandonati al loro destino, morti di freddo, persone disperate. Non posso rassegnarmi all’idea che non sia cambiato nulla. Che l’unica cosa diversa, da allora, sia la neve che ormai si è sciolta.

 

 

Allevati e buttati: le cifre dello spreco

11.600 milioni di polli buttati via, 270 milioni di maiali buttati via, 59 milioni di vacche buttate via. Ogni anno. Il 28 per cento della terra agricola mondiale, in altre parole, viene utilizzato per produrre carne che poi sarà buttata nella spazzatura. Queste cifre sono uno scandalo, e purtroppo non sono follia, ma dati reali (Farmageddon – Il vero prezzo della carne economica). Questi milioni di vite non servono a niente: animali nati per vivere in un continuo martirio di prigionia e torture, in quell’assurda macchina di dolore legalizzato che è il sistema degli allevamenti intensivi. Quanto hanno sofferto, e quante risorse sono state consumate per nulla? La quantità di carne sprecata è un segreto che le aziende di produzione non vogliono rivelare. Far morire degli animali per niente è più economico che produrre meno carne.

In questi giorni in cui si fatica a respirare e davanti agli occhi di tutti si presenta il triste spettacolo della terra arida, in un mondo dove il clima è impazzito e le risorse idriche sono sempre più scarse, non si può non riflettere su un sistema marcio di produzione del cibo. Mal distribuito, sprecato, che va ad accrescere la quantità di rifiuti pronti già a soffocarci e seppellirci. Secondo la Fao (dati 2016) un terzo del cibo prodotto sulla Terra finisce nella spazzatura, mentre in alcune zone del mondo non esiste accesso al cibo e all’acqua potabile.

Ritengo sia scandaloso, con quello che abbiamo la possibilità di vedere sul web, mangiare ancora carne, e mi ritrovo spesso a guardare con sconcerto le persone mentre divorano hamburger pagati meno di un euro, o crocchette di ‘pollo’ notoriamente prodotte con gli scarti (inenarrabili) di poveri animali che non hanno mai conosciuto la libertà. Mangiare certa roba significa piegarsi a un sistema dove tutto è lecito, voltarsi dall’altra parte, per poi magari fotografare, inteneriti, un cucciolo di cane dichiarandosi amanti degli animali. Ma significa anche non volersi bene, accettare di ingerire pezzi di bestie cresciute a suon di antibiotici e torture, la cui carne è per sua stessa natura già tossica.

Cosa possiamo fare? Tante cose, importantissime:

1.Comprare ciò che ci serve per sfamarci e basta, senza accumulare cibo che poi finirà, scaduto, nell’immondizia.
2.Guardare a ritroso il ciclo intero di produzione: le nuove tecnologie permettono a tutti di documentarsi, e non è più un privilegio per ricchi, colti, laureati. Si scoprirà che tutte le fasi di produzione, quelle che non consideriamo mentre trangugiamo di fretta un panino col prosciutto o un cappuccino, prevedono nella maggior parte dei casi una serie infinita di torti inflitti alla terra e ai suoi abitanti più indifesi, gli animali.
3. Avere atteggiamenti propositivi e positivi: non c’è migliore arma di un comportamento coerente, e dare il buon esempio aiuta gli altri a capire che tutto è possibile.
4. Ricordare che ogni singolo individuo ha una grande responsabilità, e che il potere dei consumatori è immenso.
5. Fregarsene di chi dice che si sceglie di non mangiare sofferenza solo perché è di moda essere vegani: anche fosse solo per quello, la dieta vegana è comunque l’unica alternativa possibile e coerentemente etica in un mondo improntato al consumismo e allo sfruttamento selvaggio delle risorse. E a volte le mode servono, no? Quindi ben venga!
6. Ricordare ogni istante che tutti gli animali hanno un’anima e hanno diritto a vivere con dignità.

Tartaruga tra gli ombrelloni, la sorpresa più bella

“Sono arrivato al mattino al lavoro e ho trovato una grande buca, il mio primo pensiero è stato: qualche ragazzino si mette a scavare nella sabbia anche di notte? Ma poi ho saputo che il guardiano aveva avvistato una tartaruga, all’alba, che risaliva nella sabbia”. È emozionato Doriano, del bagno Paglicci a Marina di Campo, isola d’Elba, quando mi racconta ciò che è accaduto nella notte del 20 giugno. Ha 47 anni ma non aveva mai vissuto un’esperienza simile e questo evento straordinario ha colto lui, e colleghi, di sorpresa. Sulla spiaggia, non lontano dalla battigia, una tartaruga Caretta Caretta ha deposto le sue uova, ed è ripartita. Sul posto sono stati chiamati gli esperti dell’Acquario dell’Elba, che si trova proprio a Marina di Campo, sul versante occidentale dell’isola, e della guardia costiera che hanno trovato anche il primo uovo deposto, in mezzo agli ombrelloni. “Abbiamo allertato la capitaneria di porto, il sindaco, e anche Legambiente si sta interessando”. Non si sa quante siano, le uova, grandi come una pallina da ping pong. Ma di sicuro sono svariate decine. Il ‘nido’ è stato transennato per tutelare la nidificazione, sarà installata a breve una telecamera che veglierà su questo quadrato di sabbia notte e giorno, e l’attività balneare è ripresa regolarmente. O quasi: “La curiosità e l’emozione sono fortissime”, confessa Doriano. “Non vediamo l’ora che le uova si schiudano, e che le piccole tartarughe vadano in mare”. L’evento ha una straordinaria valenza scientifica, e attirerà sicuramente studiosi e appassionati. Si tratta non solo della prima nidificazione accertata all’Isola d’Elba, ma anche di quella in assoluto più a nord di tutto il bacino del Mediterraneo. E conferma che il clima è cambiato, se questi animali si spostano così a nord, ma che l’ambiente è pulito e accogliente.
In spiaggia la vita continua, tra bagni in mare, buone letture sotto l’ombrellone e passeggiate. Ma sapere che esistono qui vicino queste uova emoziona: la natura ha reso possibile un altro piccolo miracolo.

Rondoni, dove ammirarli e come proteggerli

Dopo i mesi di silenzio sono tornati nelle città di tutta l’Europa, a occupare gli stessi nidi dell’anno precedente. Guardare saettare nei cieli delle città è una gioia, e il simbolo di una nuova stagione che sta per iniziare. Loro sono i rondoni: il Rondone comune (Apus apus) e il Rondone pallido (Apus pallidus) nidificano in colonie sfruttando nicchie, cavità e buche pontaie di edifici storici e moderni. Ma le ristrutturazioni e manutenzioni tendono progressivamente a chiudere queste cavità, distruggendo le colonie. Ecco allora una bellissima iniziativa: Sos Rondoni. Obiettivo: far conoscere ai cittadini questi animali e promuovere buone pratiche per la tutela dei nidi insieme a chi ha il compito di gestire il patrimonio edilizio cittadino, storico e moderno. L’iniziativa è promossa da Progetto Natura Onlus, con il sostegno di Fondazione Cariplo e il patrocinio dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano. “SOS Rondoni è un’iniziativa di Progetto Natura Onlus con il sostegno di Fondazione Cariplo che si propone di tutelare i rondoni coinvolgendo e sensibilizzando i cittadini”, spiega Andrea Pirovano, presidente Progetto Natura Onlus; “ma anche coloro i quali hanno la responsabilità di gestire e curare il patrimonio edilizio storico e moderno milanese, per trovare insieme delle buone pratiche a tutela dei nidi di questi uccelli dalla biologia complessa e affascinante”.
Tra le proposte, il censimento e la mappatura delle colonie milanesi per fornire agli enti gestori uno strumento per pianificare 
gli interventi sul patrimonio edilizio, tenendo in considerazione la presenza delle colonie. E i attiva anche nel monitoraggio dei rondoni: per segnalare una colonia si potrà utilizzare la App iNaturalist (progetto SOS Rondoni). Il primo appuntamento è oggi, sabato 17, al Castello Sforzesco di Milano, dove sarà presentato il progetto e si potrà partecipare a una visita guidata alla mostra sui rondoni. Per domenica 18 e giovedì 22 altre iniziative: una biciclettata, e il censimento itinerante delle colonie. E ci sarà anche una webcam indiretta dal nido di un rondone. Naso all’insù e nuova consapevolezza, quindi. Per riscoprire questi ospiti meravigliosi delle nostre città.
Per informazioni e contatti:
Progetto Natura Onlus – Piazza Mirabello 2, 20121 Milano

www.progettonaturaonlus.org 
SOS Rondoni
info@sosrondoni.it

Tel: +39 339-175344
www.facebook.com/SOSrondoni/
@SosRondoni

La natura è crudele? Ecco perchè ci serve pensarla così

La morte provocata da ‘belve feroci’ si trasforma in uno show da usare quando ci fa comodo. Ha fatto il giro del mondo in pochissime ore il video choc in cui si mostra la fine atroce di un asino mandato vivo nel reparto di un orso in uno zoo della Cina. Come ha fatto il giro del mondo, pochi anni fa, anche la notizia di una giovane giraffa uccisa e data in pasto ad altri ospiti carnivori in uno zoo europeo. Indignazione, sconforto, pietà per queste povere vittime, che si trasformano in simboli della crudeltà e della ferocia di altri animali. Orsi, leoni, tigri si trasformano in carnefici spietati, e aiutano a trovare un alibi. Gli umani, sembra quasi che vogliano cercare conferme costanti della cattiveria della natura, che non perdona e non conosce tenerezza. Ma noi come siamo invece?
Quasi sempre, noi non ci sporchiamo la bocca di sangue, non ci imbrattiamo il corpo, lasciamo che siano altri a uccidere per noi.
La percezione distorta del mondo naturale ci fa suddividere gli animali in categorie funzionali esclusivamente al nostro interesse. Mettiamo in scena la morte di animali, e ci dimentichiamo di quella morte che non è spettacolo, ma routine. Milioni di pulcini tritati vivi perché maschi, e quindi inutili nella produzione di uova.
Milioni di animali che si aggrediscono l’un l’altro per la disperazione di ritrovarsi chiusi tutta la vita in gabbie addirittura insufficienti a contenerli, per come sono strette. Milioni di animali tenuti prigionieri che non conoscono la luce del sole e il profumo dell’aria. E soprattutto che non conoscono e non hanno mai conosciuto la libertà.
Da amante degli asini e di tutti gli animali non posso non soffrire di fronte a questi filmati che mostrano la sofferenza degli animali che noi consideriamo d’affezione. Ma sono convinta che la morte che va in scena diventi un passatempo soprattutto per persone che forse hanno poche conoscenze, volutamente poche, di come siano complesse le leggi della natura.
Peccato che non faccia scalpore, nel nostro mondo fatto tutto a misura delle nostre esigenze e nient’altro, la morte in serie di animali di cui non si conoscono nemmeno le fattezze, tanto siamo abituati a vederli già confezionati nel banco frigo o cucinati in un piatto. E non fa scalpore nemmeno il lamento inaspettato di un vitellino che cerca la madre e deve stare in una gabbia, senza bere quel latte che gli spetta di diritto, perché deve essere usato per gli umani, adulti e svezzati da tempo, magari.
Se tutti fossimo capaci di superare quella stupida barriera mentale che ci fa dividere gli animali in essere affascinanti da ammirare e esseri utili solo per andare al macello forse saremmo capaci di godere degli spettacoli veri: quelli, meravigliosi, che ci offre la natura, quando viene lasciata in pace.

Dal dramma… alla consapevolezza

Se avessi avuto ancora un minimo dubbio, questo se ne sarebbe andato per sempre. Ho vissuto giorni di fortissima angoscia, pieni di paure, sconforto, incertezze, preoccupazione. Al centro di questo dramma, uno dei miei animali. Quando si insinua il sospetto che una brutta malattia te lo possa portare via la disperazione piomba addosso come un macigno. Ti scorrono davanti i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni vissuti insieme e ti sembra impossibile che qualcosa di drammatico possa interrompere questo tempo sereno..
Ma ciò che mi ha sconcertato, in quei giorni tremendi, è stata la reazione delle persone. Alcune le ritenevo di fiducia, care, amiche. Ma sono stata accolta con un cinismo e un’indifferenza che mi hanno quasi distrutto. In quei giorni è come se si fosse spostato dai miei occhi, cadendo per sempre, un velo, tanto impercettibile quanto resistente, che mi separava dal mondo esterno facendomi credere ciò che in realtà non esisteva. Il mio dolore, la mia preoccupazione mi hanno fatta sentire lontana da tutto e da (quasi) tutti. Mi sono sentita sola, a un certo punto, priva di certezze che avrei dato per scontate fino al giorno prima.
Ma come sempre a fronte di una cattiva esperienza ce ne sono di buone. Lui adesso, il mio adorato quattrozampe, sta bene. Io sono rinata. Guardiamo avanti godendoci ogni giorno che ci vedrà insieme.
Ma quella consapevolezza resta e si è trasformata in un nuovo atteggiamento: disponibilità, cortesia, apertura al mondo, ma con le orecchie in alto, come gli asini, dai quali non smetterò mai di imparare.
Loro sanno insegnare la pazienza e la giusta diffidenza, quella che serve per misurare davvero chi abbiamo davanti, e come tutti gli animali non recitano. Sono così, come li vediamo. Accoglienti ma attenti.
Ho trovato un enorme sostegno anche dalle associazioni che sono nate per loro, per difenderli, questi animali. Grandi e forti, eppure fragili di fronte all’ottusità umana, che spinge troppo spesso ad agire con egoismo, dimenticando invece l’importanza dell’empatia. Non potrò mai dimenticare le telefonate e i momenti condivisi con Sonny, Nadia, Lorenza, Emanuela, Michela, Mari. E naturalmente la presenza di quegli amici stretti e affettuosi che partecipano a gioie e dolori con vero trasporto.
Un’esperienza negativa si trasforma allora in un tesoro, che arricchisce e aiuta ad affrontare con un nuovo spirito le difficoltà che si presenteranno. E che mi consente di aver capito, una volta di più, che chi mi ama, ama anche i miei animali, le mie angosce, le mie paure.
I giorni drammatici sono diventati uno stimolo ulteriore a scrivere, studiare, comprendere quali sono le persone su cui potrò fare affidamento in futuro. Promuovere un cambiamento e una nuova bella relazione tra persone e animali, tra animali e persone.
Grazie Ringo, e grazie anche a chi mi ha sostenuto nei momenti più difficili, con competenza e partecipazione.