Gatti Archives | Silvia Allegri
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Gatti

Viaggio in Romania

Viaggio in Romania, tappa sconcertante e purtroppo essenziale nel mio percorso, umano e professionale.

Dopo lunghi mesi di silenzio ho deciso di ripartire così. Con un colpo di cannone.

Riporto integralmente il mio reportage fatto dopo il viaggio in Romania nell’agosto 2019. Non importa il motivo per cui sono andata, oggi. Importano le impressioni che si sono tatuate nella mia memoria. Lo shock e il dolore che ho provato. La rabbia nel sentirmi dire, da tanti giornali, “non è interessante”, “la Romania è lontana da qui”, “dobbiamo scrivere del Covid”O banalmente, “non c’è spazio”. Quello che segue è un testo che mi è stato commissionato ma poi… qualcuno ha cambiato idea.

Tante porte sbattute in faccia, ma il mio spazio qui c’è, e chi vorrà potrà leggermi. E magari conoscere anche un testimone vivente del mio viaggio. Abita con me, ha tre zampe, e lo adoro.

Buona lettura.

 

Nella periferia di Cernavodă, a 150 chilometri da Bucarest, si cammina facendo lo slalom tra la spazzatura. Il quartiere rom è un vero e proprio labirinto di baracche che si susseguono su strade rigorosamente non asfaltate. Qui i bambini vivono da randagi esattamente come i cani, loro compagni di vita, e cercano qualcosa con cui giocare, scalzi, le manine tra lamiere, sporcizia e avanzi di cibo. Non esistono cassonetti nel raggio di chilometri e tutto ciò che non serve finisce in discariche improvvisate: ormai da anni non viene nessuno a raccogliere l’immondizia. Procedendo in automobile si scorgono recinti fangosi dove vivono pochi maiali, oche e conigli. Vengono allevati e, quando arriva il momento, macellati sul posto, davanti agli occhi di tutti. Camminando per il centro bisogna fare molta attenzione: i marciapiedi sono dissestati e nell’asfalto si creano vere e proprie voragini, che solo gli esperti della zona sono in grado di evitare. Fuori dall’unico supermercato sono seduti alcuni anziani, e i pochi clienti che escono con i sacchetti pieni di spesa lasciano loro qualcosa: una bottiglia di olio, un pacco di pasta, un po’ di frutta. Sono pensionati, ma la loro pensione non è sufficiente, e se i figli non provvedono a contribuire alle spese mancano perfino i soldi per un’aspirina. Le vecchie auto sono scolorite e scrostate, ma ad attirare l’attenzione sono i carretti, parcheggiati fuori dall’ingresso, con tanto d’asino o cavallo legato ai pali con una cordicella. Se ne vedono un’infinità: passano veloci, carichi di persone, i cavalli magrissimi al trotto che schivano le buche. Spesso, attaccati al carro con catene troppo corte per le loro zampe, ci sono anche dei cani: trascinati letteralmente in giro per chilometri e chilometri, sfiniti di sete e di stanchezza. Siamo nel distretto di Costanza, in Dobrugia, e siamo in Europa. La Romania è entrata nell’Unione Europea nel 2007, ma non è ancora un membro a pieno titolo: qui vanno esibiti passaporto o carta di identità per varcare le frontiere. A Cernavodă prende vita il canale Danubio-Mar Nero, che la collega con Costanza attraverso due bracci accorciando il viaggio verso il capoluogo di circa 400 chilometri. Un’opera maestosa che costò la vita a troppa gente. Fu Ceausescu a dare il via ai lavori per la sua realizzazione nel 1975, riprendendo un progetto già esistente nell’Ottocento, poi abbandonato quando fu realizzata la ferrovia tra Cernavodă e Costanza, e ripreso più volte anche dopo la seconda guerra mondiale. Inaugurato a metà degli anni ‘80, esso costò la vita a migliaia di prigionieri politici arrestati dal regime, e a questa tragedia si deve il suo nomignolo inquietante, il Canale dei Morti. Su queste rive sorge l’imponente centrale nucleare, cinque reattori di cui due in funzione, costruita a partire dal 1982. Se ne riparla, in Europa, da qualche mese: circola la voce di un nuovo piano di espansione e di un accordo preliminare tra Nuclearelectrica, società romena, e due società cinesi, la China General Nuclear Power Corporation (Cgn) e la Central and Eastern Europe Investment (CEERI). In passato, però, diversi investitori internazionali si erano ritirati al momento di chiudere l’intesa. Certo è che il nome di questa città è noto esclusivamente per la sua presenza. Eppure di storia ce ne sarebbe, qui. Sulle alture intorno alla città sono venuti alla luce i resti di una cittadella tracia con tombe risalenti alla Prima età del Ferro. Una testimonianza che basterebbe, da sola, a rendere Cernavodă meta di studiosi e appassionati. In compenso, sulle rive del canale si vedono i resti di un sontuoso impianto di piscine mai terminato, ben visibile quando si attraversa il ponte, illuminato con i colori della bandiera romena. Una costruzione, questa, che spicca e quasi stona, più simile a un’attrazione da luna park che a un elemento urbanistico. Ce ne sono tanti, di cantieri avviati e abbandonati, destinati a diventare cimeli di archeologia industriale. Intorno a Cernavodă la vita scorre allo stesso modo, ma tutto passa ancora più inosservato. In città fuori rotta come Calarasi e Medgidia trovare visitatori stranieri e turisti è pressoché impossibile. Sulle strade, rigorosamente malridotte, attraversate da decine di randagi, si affacciano file interminabili di casermoni fatiscenti e baracche, e davvero si fatica a credere che questi luoghi facciano parte dell’Europa, quella dell’Unione e dei diritti. Si prova una sensazione di incredulità, a volte le immagini ritornano come un pugno nello stomaco. Se uno straniero o un turista arriva qui, tutti gli occhi sono puntati addosso. Che si tratti di operatori o volontari di qualche associazione, assistenti sociali, giornalisti, poco importa: chi vive in queste condizioni guarda i visitatori di turno con un mezzo sorriso velato di curiosità. “Cosa c’è di interessante, qui?”, chiedono tutti. Prevale la diffidenza, in un primo momento. Ma succede anche che qualcuno decida di raccontarsi un po’, versare una lacrima senza la paura del giudizio, aprire le porte di casa. Se di casa si può parlare: una ragazza è pronta a fare strada dentro una scatola buia, senza finestre, con un materasso buttato per terra, e due pareti coperte di ripiani di fortuna su cui si trovano riposti abiti logori, pentole, scarpe. Quando gli occhi si abituano alla penombra si delinea la figura di un uomo: non si accorge di essere osservato, dorme pesantemente, la puzza di alcol è nauseabonda. E c’è spazio anche per una bicicletta e un po’ di cibo in scatola. La solitudine è alle stelle, e se arriva qualcuno disposto ad ascoltare si scatena la voglia incontenibile, repressa da chissà quanto tempo, di trovare un appoggio, un contatto umano. Ma i rom non vivono solamente in quartieri specifici, e se ne incontrano in diverse zone della città, ovunque vi siano edifici abbandonati.

In una baracca mezza sfondata sulle rive del canale, in una zona che si inonda d’acqua a ogni piena e dove l’umidità deteriora ogni cosa, vive un gruppetto di famiglie rom. Si intravvedono già da lontano, mentre stendono il bucato e stanno seduti sul bordo della strada, ad aspettare non si sa che cosa. Un bambino se ne sta tranquillo, in disparte, in un catino di plastica, a osservare i suoi fratelli più grandi che girano e giocano scalzi. Quale sarà il suo futuro, viene spontaneo chiedersi, in un paese dove tantissimi minori non hanno neppure i documenti, e quindi figuriamoci se vanno a scuola? Quanto ci vorrà, ancora, prima che i gap sociali, economici e culturali possano essere colmati?Eppure, sparse di qua e di là, generalmente affacciate sulle vie principali dei centri abitati, si notano anche case moderne, nuove. Hanno il cancello, a differenza di altre. In giardino dominano la scena statue e fontanelle, e splendidi vasi di fiori sono posizionati in aiuole con l’erba tagliata di fresco. Davanti al cancello Maserati, Ferrari, Porsche splendenti. Sembra un miraggio, ma non lo è. Sono i tempietti dei papponi, gli sfruttatori: li chiamano ‘pesci’ in dialetto romeno, quegli anelli della catena che si occupano di procurare bambini e mandarli a ovest, nei paesi ricchi dell’Europa, a fare accattonaggio e a prostituirsi. La grande pancia scoperta d’estate, catene d’oro al collo, sono loro i signori indiscussi delle città, guardati con timore e anche un po’ di ammirazione. E a distanza di anni dalla dittatura che ha lasciato tracce pesantissime addosso alla gente diventano esempi da imitare in totale assenza di altri modelli e stimoli culturali.

La Romania che non si dovrebbe più vedere

Una parte di Romania, oggi, è anche e ancora questa. Un paese diviso in due. Esistono le grandi città pronte a decollare, che vantano centri universitari, scuole di musica, accademie di danza di tutto rispetto, dove si sente, insomma, che siamo in Europa. Ma esistono anche paesi e villaggi costituiti da chilometri di baracche, tetto in eternit e muri di lamiera o di fango, dove l’asfalto non è mai arrivato, ma dove non arrivano neppure l’acqua corrente, il riscaldamento, la luce. Dove i libri, l’igiene personale, l’educazione al rispetto delle donne e dei bambini sono un miraggio. Qui, in condizioni di povertà a livelli imbarazzanti e inimmaginabili, ci si sente lontani anni luce dall’Europa, dall’Italia. E questo pensiero si rinforza ogni volta che per strada sfreccia un carretto di legno, munito di targa, con famiglie intere a bordo. A Cernavodă dopo qualche giorno il cuore diventa pesante, per chi non ci è nato.

E per trovare un sollievo temporaneo non resta che salire sulla collina, e ammirare il maestoso tramonto sulle acque del canale: visto dall’alto, nei colori della sera, non sembra nemmeno il luogo da incubo dove centinaia di persone trovarono la morte, tra prigionia e lavori forzati.  Ma anche qui, di fronte all’imponente bellezza dei boschi e di un cielo stellato e senza nuvole, sale l’amarezza. Tornano in mente i tesori naturalistici romeni difficili da descrivere, se non li si vede coi propri occhi. Andando verso Costanza o il delta del Danubio, i boschi diventano sempre più fitti. Proprio qui si sono tristemente distinti i cacciatori e bracconieri italiani: si è parlato più volte, in questi anni, dei tanti tour operator pronti a organizzare viaggi su misura per comitive di ‘amanti’ della natura armati di fucili, richiami vivi o elettromagnetici, apparecchi vietati dalle direttive europee, e migliaia di cartucce. Più volte, in questi anni, è stato denunciato il prolificarsi dei viaggi venatori, e durante le perquisizioni la polizia ha messo in stato di fermo diversi italiani, trovando migliaia di uccelli e altri animali morti nelle loro camere d’hotel. Come riconoscerli, oggi? Dai mesi primaverili in poi si possono osservare decine di pick-up parcheggiati fuori dai pochi alberghi, con tanto di cani al seguito. E dentro le camere, ad aspettare i cacciatori, ci sono le ragazze appositamente reclutate nei paesi vicini.

Bucarest, tra orde di turisti e ragazzine sfruttate

Tornare a Bucarest, dopo giorni trascorsi tra le baraccopoli del distretto di Costanza, fa tirare un respiro di sollievo. In due ore di pullman si lasciano alle spalle le baracche rom e si entra nella Parigi dell’Est. Un cambiamento addirittura frastornante: le fontane volute da Ceausescu sono tornate in funzione e animano il cuore della capitale, tra i centri commerciali con le insegne della globalizzazione, i fast food, gli edifici delle grandi società europee e americane. È uno splendore il centro storico, col suo cuore antico, Lipscani, un tempo luogo di malavita e oggi rimesso a lucido. Ma uscendo dal centro i quartieri poveri si mostrano nella loro nudità. Qui è ancora possibile intravvedere i ragazzi delle fogne, quelli che vivono nei tombini e per scaldarsi, d’inverno, sniffano colla e dormono abbracciati ai cani. Ci ricordano che la Romania è il paese europeo con la più alta percentuale di orfani bianchi. Vivono da soli o con i nonni, i bambini e i ragazzi romeni, mentre i loro genitori sono venuti in Italia e in altri paesi più ricchi per mettere da parte qualche soldo. Sognando di tornare in patria, comprare un piccolo terreno, ricominciare una nuova vita. I turisti europei si aggirano per le vie di Bucarest, chiassosi e allegri, ascoltano i concerti, vanno alle terme, passeggiano nei parchi. In questo paese dei balocchi che è il centro della capitale si trovano, accanto a meravigliose librerie e a negozi di gadget, un’infinità di night club, birre buone e poco costose, ragazze bellissime che vengono letteralmente esibite sui tavoli e dietro i banconi dei bar. Donne giovani e belle, animali da cacciare, vacanze a buon mercato attirano tanti turisti occidentali. Sono questi i tanti volti contrastanti della Romania: la bellezza e lo sfruttamento, l’aumento del Pil e la povertà estrema, il divario tra la capitale e quei luoghi grigi e disagiati dove non esistono il diritto alla salute e all’istruzione.

I diritti calpestati degli animali

Vagano a decine per le strade delle città e dei paesi, a centinaia nelle campagne. Magri, spesso malati, feriti. In ogni caso, soli e sempre esposti a continui pericoli, dalle violenze umane agli incidenti stradali. Sono gli animali randagi, un’altra piaga della Romania, non ancora risolta nonostante un sensibile miglioramento rispetto alla fine del XX secolo.Nel 2001, per la prima volta, arrivarono in Italia le immagini del massacro dei cani a Bucarest: avvelenati, scuoiati, uccisi a bastonate e fucilate. I cani si erano impadroniti della capitale, complici gli abbandoni sistematici da parte dei cittadiniche dovettero lasciare le loro case prima che venissero rase al suolo per dare spazio ai boulevards voluti da Ceausescu, e andare a vivere in casermoni di periferia. La proliferazione dei cani ha portato a enormi problemi di gestione e sofferenza, e il randagismo raggiunse un picco così alto da convincere le autorità locali a sterminare gli animali e invitare i cittadini a ucciderli con ogni mezzo.

La sofferenza animale, ancora una volta, è profondamente connessa a quella umana. A testimoniarlo c’è anche la presenza di una grande associazione italiana Save The Dogs and other animals, onlus fondata dalla milanese Sara Turetta, attiva sul territorio di Cernavodă e dintorni dal 2003. L’associazione si occupa di sterilizzazione, soccorsi, recupero e cure destinati principalmente ai cani, ma ospitando nella sua sede anche numerosissimi gatti, cavalli e asini. La sua clinica, che un tempo sorgeva lungo le rive del canale ed è stata poi trasferita in collina per le continue inondazioni che la minacciavano ciclicamente, è un punto di riferimento per la popolazione di Cernavodă. L’assistenza agli animali da lavoro è un servizio estremamente utile: chi ha un cavallo o un asino possiede la libertà di spostamento e movimento, lusso non da poco in un paese dove i mezzi pubblici sono scarsi se non assenti, di pessima qualità e costosi rispetto agli stipendi miseri.

Il concetto di accudimento e di cura non esiste, e qui gli animali sono utili se sanno lavorare. Quando la clinica mobile si attiva, e questo avviene se ci sono i fondi a disposizione, le famiglie si riversano con i propri cavalli e asini. Talvolta le trattative per farsi cedere un animale ferito o sofferente sono estenuanti. Ma soprattutto si ha la certezza che quelle stesse persone se ne procureranno un altro, e si ricomincia da zero. Perché, sembra incredibile ma è così, procurarsi un cavallo non è nemmeno così difficile. Nelle strisce di prato che fiancheggiano le strade se ne vedono, intenti a mangiare l’erba, senza capezza e a volte perfino slegati. D’estate sono in carne e sani, ma d’inverno muoiono di fame e di freddo. E se non ‘funzionano’ come macchine da lavoro vengono scartati senza scrupoli. Eppure, attraverso il soccorso agli animali diventa possibile creare un dialogo con le persone. Andare a prelevare un cucciolo da curare o un cane da sterilizzare significa, per gli operatori del territorio, prendere coscienza di altre problematiche e tentare di risolverle. Le onlus, in questi decenni, hanno fatto le veci di uno stato inesistente, creando un preziosissimo anello di collegamento tra realtà rurali immerse in una povertà estrema e l’opinione pubblica del continente, che attraverso il loro lavoro può scoprire quanta miseria si nasconda a così poca distanza dall’Italia. Nella clinica di Save the dogs arriva la sterilizzazione gratuita per i cani delle famiglie povere, e arrivano anche vestitini, scarpe, giocattoli per i bambini. Per un certo periodo la onlus italiana ha proposto perfino attività di terapia con gli animali per i bambini autistici, i detenuti, gli anziani. Qui è tutto pulito e i box degli animali sono abbelliti di fiori. È una piccola isola felice in un mare di desolazione. Un luogo dove molti romeni trovano lavoro, dove si esercitano l’empatia e la cura dell’altro, e dove si respira un po’ di ottimismo: le basi di un nuovo inizio potrebbero partire anche da qui.

Silvia Allegri

 

 

 

Storia di un ambasciatore a tre zampe

Un ambasciatore a tre zampe, che si muove senza sosta su ogni superficie calpestabile e non del mio appartamento. Dopo tanti mesi di silenzio credo sia doveroso ripartire da qui. Lui si chiama Lucio. È arrivato in aereo a fine settembre, sono andata a prenderlo a Linate. Era stato recuperato qualche mese prima, praticamente neonato, in qualche strada di un paese della Romania, da un operatore di Save the Dogs. Quel poco che restava del suo piede anteriore destro era in cancrena, probabilmente lo avevano investito e per miracolo era ancora vivo. Avevo seguito sui social la sua storia: portato nella clinica, è stato operato d’urgenza e i veterinari gli hanno amputato la zampa. In quella foto era ritratto mentre piangeva, grandi orecchie sproporzionate e un’espressione di panico e disperazione che ti spezzava il cuore. Quando mi ero proposta di adottare un gatto dal rifugio di Save the Dogs il pensiero era andato a una bella gattona, che però per motivi di salute non avrebbe potuto affrontare il viaggio in aereo (adesso Tootsie, adottata a distanza dalla famiglia bipede tripode e quadrupede, è parte della nostra squadra). E così i volontari mi hanno proposto di accogliere lui. L’ho amato da subito, quel piccoletto, e l’estate 2018 è trascorsa contando i giorni che mi separavano da quel viaggio.

Perché lui? Perché la Romania?

Quante volte, in quel periodo, mi sono sentita dire: è pieno di gatti che cercano casa anche in Italia, perché prendi lui? Come se non lo sapessi… Quanti ne ho visti di gatti bisognosi, difficile dimenticare l’Abruzzo e le nostre staffette di aiuto. Come il mio Zorro, sottratto dalla strada molti anni fa e oggi sempre al mio fianco. Tutti li vorrei salvare, ma non posso. E oggi, a distanza di mesi, saprei dare la risposta giusta. Allora difesi la mia scelta dicendo che adottare un animale di quell’associazione significava per me sentirmi meno lontana da quel luoghi che non avevo ancora avuto il coraggio di visitare. Adesso invece risponderei così: questo micio, oltre ad avere liberato un posto in quella clinica che salva gli animali dall’inferno, gli ultimi degli ultimi in un mare di grigiume e miseria, ha molto da dirci: Lucio è un ambasciatore e conoscere lui significa conoscere la storia di chi lo ha salvato, decidendo di prestare servizio e cure ai randagi di un paese che oggi vive ancora al collasso, nonostante lo separino da noi soltanto poche centinaia di chilometri. Sì, perché in un paese dell’Unione Europea succede anche oggi, anche adesso, mentre leggiamo e scriviamo, che migliaia di animali vengano massacrati, in un clima di povertà, disagio, tristezza. Se tutti noi avessimo atteggiamenti responsabili verso gli animali i randagi non ci sarebbero, le bastonate e il veleno non  servirebbero.

Piccolo diavolo meraviglioso

Lucio è un micio che in certi momenti potrebbe ricordare un piccolo diavolo: una forza inaudita, una resistenza fisica mai vista, nonostante io di gatti ne conosca tanti davvero. Lui morde tutto, gioca con tutto, è sempre alla ricerca di cibo. Al punto di strappare con i denti le confezioni di crocchette, ma anche di servirsi senza tanti problemi di qualunque cibo trovi sul fornello, caldo o freddo che sia. È il padrone di ogni mensola, non esiste oggetto che non sia stato osservato, colpito, annusato, trasformato in un passatempo. Si lancia a capofitto nei vasi sul balcone, strappa pezzettini di rami e foglie, e corre nel letto con questi suoi trofei improvvisati. Se lo sgrido mi osserva con distacco, non abbassa mai lo sguardo, mi sfida. Oggi, conoscendo meglio dai racconti di Sara Turetta, la fondatrice e presidente di Save the Dogs, come vivono gli animali in quel luoghi così ostili, capisco di più le sue bizzarrie. Carattere guerriero e grinta gli hanno permesso di farsi notare, di chiedere soccorso, di non soccombere pur neonato e senza la possibilità di usare un arto. Avrà patito e sofferto, e oggi non abbandona quei modi battaglieri, pur trovandosi in un nido caldo ospitale, dove il sedicenne Zorro lo ha accolto come un cucciolo indifeso e dove l’altro coinquilino, Feuer, cane paziente e buono, gli offre la sua pancia per accovacciarsi quando è sera.

La diversità di Lucio è la sua bellezza

Lucio non sa di avere tre gambe e di suscitare tenerezza in chi lo guarda. Non ha bisogno di pietà, anzi prende a schiaffi i luoghi comuni e ci insegna che sono gli umani a essere in errore, con quel loro modo di guardare i diversi sempre carico di giudizio e pregiudizio. Rimarrà un gattino di piccola taglia, forse ha patito troppa fame nei primi giorni di vita. Ma nel suo spirito è grande come un leone, con quello sguardo di combattente che si alterna a gesti di assoluta tenerezza: ti passa la voglia di arrabbiarti, anche di fronte all’ennesimo oggetto distrutto o un libro mangiato, e mi ritrovo sdraiata accanto a lui, ad ascoltare le fusa a occhi chiusi. Il mio Lucio è energia, bellissimo perché imperfetto, irresistibile perché inafferrabile. La sera lo osservo, mentre si posiziona sul mio cuscino cercando le coccole e il contatto, e sono felice di avergli offerto una tana in cui nessuno potrà fargli più del male. C’è un’ombra che mi attraversa la mente, ed è il pensiero di quanti come lui, oggi, si ritrovano in balia di pericoli e cattiverie. Provo un senso di impotenza, ma poi spengo la luce, lo cerco con la mano, lo ascolto mentre dorme raggomitolato e sereno. E penso che crederò sempre, per tutta la mia vita, al valore di una goccia nell’oceano.

Incontri speciali, incontri d’estate

L’estate ci raggiunge con le sue giornate lunghe, il suo caldo e la sua luce. È un momento magico questo, un momento perfetto per chiudere con le cose che ci hanno fatto male e aprirsi a nuovi incontri. Allontanare chi ci ha stressato e non merita le nostre energie, ritrovare la propria serenità e aprirsi a nuove possibilità di dialogo.

Il dialogo per me è soprattutto quello fatto di sguardi, di tatto e contatto, e non di parole. Un giorno qualcuno mi disse che parlare con gli animali è facile, tanto loro non possono rispondere e ci danno l’illusione di capirci e non giudicarci. Credo che sia interessante partire da questa stupida considerazione e accogliere questa sfida, perché evidentemente gli incontri speciali non sono pane per tutti. Gli animali si avvicinano quando sentono di potersi fidare, e in assenza di parola l’istinto li guida. Così, se anche noi diventiamo capaci di usare i nostri sensi, diventiamo protagonisti di scambi energetici straordinari.

Il lavoro mi ha portato a esplorare il mondo dei lupi, il mondo dei camosci e dei mufloni, la bellezza e la serenità della fattoria, con i suoi animali di campagna, docili e lenti, poetici e concreti insieme. Mi sono presa, e continuerò a prendermi il lusso di cogliere ogni occasione per imparare di più, da loro e dal loro ambiente, osservandoli da lontano o gustando la loro presenza da vicino, favorendo gli incontri tra loro e altri umani. Se ci si presenta puliti e aperti al dialogo le occasioni si moltiplicano. Non è un’arte che si impara questa, ma la capacità di ragionare al di là delle classificazioni di specie, al di là di ogni presunzione, cancellando dal nostro modo di porci quell’inutile, e anzi dannosa attitudine umana a considerare sempre gli altri esseri viventi in base alla funzione che possono rivestire per la nostra utilità.

In questo modo torniamo a casa con un bagaglio ricchissimo di sensazioni che non si imparano studiando, e neppure utilizzando sempre la nostra razionalità. E ogni incontro diventa una grande opportunità per rivedere i nostri parametri, e per imparare l’arte stupenda di lasciarsi andare.

Empatia e complicità: la mia idea di ‘pet-therapy

Empatia, progettualità, percorsi di benessere, tutela della natura. Questa è la mia idea di pet-therapy, parola peraltro ormai caduta in disuso, ma che comunque resta ancora il termine di riferimento quando si parla di attività assistite con gli animali. Non sfruttamento ma amicizia e complicità, all’insegna della calma e della passione. Saranno questi i temi del mio intervento  alla fiera di Vita in Campagna, a Montichiari, dal 23 al 25 marzo 2018. L’evento, organizzato dal giornale Vita in Campagna con cui collaboro, è un appuntamento molto amato dagli appassionati di agricoltura, piante, piccoli allevamenti, ed è quindi un’occasione preziosa per intercettare persone già interessate al mondo agricolo, ma che forse devono ancora scoprire un diverso approccio.

Nello spazio che mi è stato proposto affronto ogni giorno tre tematiche che mi stanno molto a cuore: le terapie con gli animali, un viaggio alla conoscenza dell’asino e l’agricoltura sociale. Ed è un piacere raccontare a chi mi ascolta le mie esperienze in campagna, che mi hanno permesso di arricchire le conoscenze tecniche ma anche di provare su di me l’effetto straordinariamente positivo di una relazione intensa con la natura e i suoi animali.

Mi auguro di trasmette al pubblico non solo nozioni basilari su come intraprendere una formazione nell’ambito delle terapie assistite con gli animali, o un progetto di agricoltura sociale, ma soprattutto la passione per la natura: passione che implica pazienza, rispetto, osservazione silenziosa, capacità di adattamento, talvolta spirito di sacrificio. E soprattutto l’attenzione al benessere degli animali, che sono nostri preziosi collaboratori e che per questo necessitano di attenzioni e di tranquillità. Solo così lo scambio diventa fruttuoso. E gli animali sanno insegnarci tanto, nel modo di relazionarsi tra loro. Insomma, mettiamo da parte la presunzione tutta umana che da sempre ci guida, e diventiamo per una volta ‘allievi’ degli altri esseri viventi, che di solidarietà ne sanno.

Nel corso di questi incontri è bello confrontarsi con persone curiose, anche scettiche magari, che pongono diverse domande sulle modalità di relazione con gli animali. Ho scelto di adottare un atteggiamento di apertura verso l’altro, soprattutto quando non la pensa come me. È troppo facile parlare con chi ha il mio stesso sentire. Mi piace di più capire le ragioni di chi la pensa diversamente e per esempio considera gli animali solo come una fonte di reddito. Con calma e pazienza questi incontri diventano un’occasione per proporre un nuovo approccio, diametralmente opposto a quello della tradizione, basato sull’empatia, e dove l’animale diventi un compagno di avventure e di vita, da valorizzare e dal quale imparare. Senza costrizioni, senza esagerazioni, nel rispetto assoluto della sua voglia di comunicare ma anche di stare da solo, se lo desidera. Perché la ‘terapia’ è anche questo: il rispetto dell’altro nei momenti di vicinanza e di lontananza, di affetto esplicito e di silenzi.

Ci vediamo il 23, 24, 25 marzo 2018 al padiglione 4, ogni giorno alle 9.30, 12 e 14.45.

Randagismo in Abruzzo: qualcosa è cambiato?

Abruzzo: i luoghi del terremoto, il randagismo, la ricostruzione che va a rilento, mentre l’inverno è arrivato. A distanza di 11 mesi dal nostro primo viaggio nelle zone terremotate, nel gennaio 2017, abbiamo deciso di fare ritorno in quel luoghi. Siamo un gruppo piccolo e eterogeneo di persone con tanta buona volontà: una giornalista, un architetto, la presidente di una associazione di tutela degli animali. Siamo affiatati: Piero mazza e Emanuela Giarraputo si sono trasformati in questi mesi in due cari amici, che condividono la mia voglia di fare, e di capire a fondo le cose. A spingerci in quei luoghi erano state le immagini drammatiche del terremoto e della nevicata che hanno messo in ginocchio persone e animali. Nella vastità dell’emergenza abbiamo deciso di occuparci in particolare del problema del randagismo. Abbiamo creato dei contatti con alcuni volontari che abitano a L’Aquila, insieme a loro siamo andati nelle diverse frazioni e nei paesi per documentare la vita di sofferenze degli animali abbandonati. Un problema che affligge molte zone dell’Italia e che è stato drammaticamente accentuato dal terremoto. Abbiamo portato molti aiuti (alimenti, crocchette, cibo per cuccioli, medicinali).

Adesso ci prepariamo a ritornare, quindi, per documentare gli eventuali cambiamenti a distanza di 11 mesi, anche se le notizie che arrivano da lì non sono certo incoraggianti, e per focalizzare bene le esigenze di chi vive in queste zone e con buona volontà e sempre a titolo gratuito dedica il suo tempo ad aiutare gli animali senza famiglia. Avremo il supporto di Italpet, un’azienda che ci aiuta nella raccolta di nuovo materiale e cibo per aiutare i volontari a sfamare e curare gli animali. Questo aiuto ci incoraggia e ci lusinga: abbiamo avuto la loro fiducia e ce la vogliamo meritare facendo qualcosa di concreto. Con l’occasione vogliamo anche metterci in contatto con le associazioni che operano sul territorio e capire come possiamo eventualmente renderci utili.

Lo sguardo disperato dei cani, gatti, cavalli sepolti nella neve, in gennaio, non mi ha mai abbandonato e so che sarà difficile andare di nuovo, con la certezza che non potremo cambiare la situazione, non nell’immediato, di sicuro. Ma le tante persone che mi stanno sostenendo ci invogliano a credere che qualcosa possa migliorare. Io voglio crederci.

Ode ai volontari animalisti

Volontari animalisti: ode agli angeli degli animali

I volontari animalisti lavorano 24 ore al giorno, con il cuore. Gli angeli degli animali hanno le loro vite, il loro lavoro, i loro problemi di salute, i loro svaghi. Ma non passa un momento della loro giornata che non venga occupato da quel pensiero fisso: aiutare gli animali. Si sentono anche insultare, spesso, con quell’accusa che ormai è un ridicolo slogan: “Pensi agli animali e non alle persone”. E loro, tenaci, pazienti e silenziosi, non ci fanno caso, e vanno avanti per la loro strada, dimostrando nei fatti quanto sia assurda questa affermazione. Perché i volontari che dedicano la vita agli animali abbandonati, maltrattati, abusati, sfruttati, dedicano anche tanto tempo a parlare con le persone, aiutando chi è in difficoltà: siano difficoltà economiche, siano problemi personali. Loro, che sono davvero impegnati a fare più che a dire, sanno bene che cani, gatti, conigli vivono con gli umani, e gli umani vivono con gli animali, in un continuo scambio di emozioni. E il cervello e il cuore non si dividono in settori: se provi empatia, la provi per tutti.

Non mi piacciono le etichette perché le ritengo limitanti e fuorvianti, soprattutto di questi tempi, quando si tende a etichettare tutto. Ma me le prendo volentieri queste etichette, se servono a identificare i miei valori: animalista è quella che mi appartiene di più. Amo gli animali perché amo e riconosco la loro anima, e sono felice di aver fatto un percorso che mi porta a essere, e arriviamo alla seconda definizione, antispecista. Voglio la giustizia nel piatto, e la giustizia si ottiene facendo delle scelte etiche e concrete.

E sono, terza qualità, attivista, nei limiti delle mie possibilità. Mi irrita chi predica e rimanda tutto al domani, chi giudica con facilità gli altri e non si accorge delle proprie incoerenze.

Ecco, i volontari, gli angeli a due gambe dei nostri angeli a quattro zampe, ma anche a quattro gambe, pinne, ali, a volte a tre sole zampe, a volte perfino a due zampe se hanno avuto un incidente, sono tendenzialmente persone che ricercano una coerenza, che fanno un percorso, ognuna con i suoi tempi. Loro riflettono sulle scelte che fanno ogni giorno, che mettono a disposizione il loro tempo e i loro sentimenti per amore di chi non ha voce per difendersi.

Ne conosco tantissimi, di volontarie e volontari animalisti, e ce ne sono alcune e alcuni che vorrei ringraziare più degli altri. Perché loro agiscono con passione e forza di volontà, tenacia e dedizione. Non importa se è festa, se piove, se nevica, se c’è un caldo insopportabile, se tutti sono a festeggiare, se gli altri partono: i volontari puliscono i box dei canili anche a ferragosto, comprano le medicine per gli animali ammalati rinunciando al cinema, ospitano cani e gatti in attesa di adozione sacrificando spazio in casa e tempo libero. E lo fanno sempre con amore per queste creature. Mi sono commossa e mi commuovo spesso, quando li vedo e li ascolto: loro chiamano per nome qualsiasi essere vivente, per loro non sono mai numeri, ma vite, storie preziose, anime. Gioiscono quando un animale trova una casa, piangono quando non si riesce a fare abbastanza per strappare ai maltrattamenti un essere innocente, combattono quando si deve chiedere giustizia, non hanno paura di denunciare.

E sono gli stessi che mi hanno sostenuto e abbracciato quando ne avevo bisogno. Devo ai volontari animalisti che ho incontrato finora e che incontrerò nel mio percorso di vita un grande insegnamento. Loro mi hanno arricchito, permettendomi di raccontare le loro storie a lieto fine e quelle più dolorose, e mi insegnano che l’umanità esiste. Quella vera, che rispetta ogni forma di vita.

Estate in città, gli angeli degli animali non vanno in vacanza

Il giro delle pappe del mattino, i turni per una corsetta, la pulizia dei box, il controllo delle ciotole con l’acqua. Ma soprattutto una carezza, una coccola, una spazzolata.
Loro sono Anita, Barbara, Nicoletta, Anna, Monica, Martina, Edi, Teo, i volontari che ho incontrato ieri mattina al Rifugio Enpa di Verona. Certo, non è una casa, ma è un posto comunque il più possibile confortevole per centinaia di animali che si sono ritrovati senza una famiglia: cucciolate intere abbandonate sulla porta d’ingresso, cani sequestrati e salvati da situazioni di maltrattamento, cani che semplicemente non hanno mai incrociato lo sguardo di un umano disposto a farli entrare nella sua vita.
“A volte sento persone che entrano qui per adottare un cane ma si lamentano: questo è brutto, questo non ha un bel pelo, questo non è abbastanza giovane”, racconta Nicoletta, che trascorre molte ore al giorno al rifugio prendendosi cura degli ospiti con un amore che commuove. “Sappiamo magari che comunque queste famiglie possono tenere un cane in condizioni ottimali, e facciamo finta di niente, e cerchiamo di trovare un cane adatto a loro. Perché una buona adozione è sempre importante: un animale che trova casa lascia spazio per un nuovo ospite. Ma questi commenti mi fanno tristezza: si dovrebbe guardare oltre”.
Dietro un paio di occhi dolci si nascondono storie di abbandono, di solitudine, di paura. E ci sono quegli animali timidi che non sanno farsi largo, magari non splendidi, ma cosa conta poi la bellezza? “Bello è ciò che amiamo”, dice Nicoletta.
Monica si occupa dei gatti, e mi accompagna a conoscerli. Sono tantissimi: adulti e cuccioli, di ogni colore, giocherelloni o timidi, vivono in spazi ampi e ognuno ha il suo nome. I volontari raccontano le loro storie mentre sbrigano velocemente il loro lavoro: pappe speciali per animali malati, pomate, medicine, e tanti piccoli accorgimenti, per rendere la vita di queste bestiole il più possibile serena.
ieri era ferragosto, le città sono ancora vuote, e i rifugi d’Italia sono pieni di quegli animali che sono stati scaricati da chi adesso se ne sta in spiaggia, a godersi il mare e il sole.
Sono felice di aver scoperto questo posto: temevo di non reggere, ma in questo rifugio gli animali ricevono una miriade di attenzioni, non sono dei numeri, e i volontari fanno un lavoro meraviglioso per rendere breve la permanenza nei box, seppur belli, e costruire un futuro sereno ai loro ospiti in una casa vera. “Un salotto e un giardino sono comunque meglio di un box”, dice Romano Giovannoni, presidente Enpa Verona.
Sono felice di averlo scoperto adesso, il rifugio, in piena estate. Ne scrivo, conosco chi ci lavora, ma fisicamente non ci ero mai stata. E ci tornerò al più presto. C’è chi investe i propri giorni di ferie per prendersi cura di queste bestiole, ognuno regala il tempo che può, e soprattutto c’è la grande consapevolezza che non esistono vacanze in certi posti. Ogni essere vivente ha le sue necessità, ogni giorno.
“Quando sto qui sto bene”, dice Nicoletta. “In mezzo agli animali ho ritrovato la serenità, loro ripagano le nostre attenzioni con un amore sconfinato”.
Anche ieri ho avuto una nuova conferma: senza i volontari questo paese sarebbe in ginocchio. Bello, allora, guardare con riconoscenza a quella fetta di umanità che sa essere generosa, anche col proprio tempo. Grazie!

Dal dramma… alla consapevolezza

Se avessi avuto ancora un minimo dubbio, questo se ne sarebbe andato per sempre. Ho vissuto giorni di fortissima angoscia, pieni di paure, sconforto, incertezze, preoccupazione. Al centro di questo dramma, uno dei miei animali. Quando si insinua il sospetto che una brutta malattia te lo possa portare via la disperazione piomba addosso come un macigno. Ti scorrono davanti i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni vissuti insieme e ti sembra impossibile che qualcosa di drammatico possa interrompere questo tempo sereno..
Ma ciò che mi ha sconcertato, in quei giorni tremendi, è stata la reazione delle persone. Alcune le ritenevo di fiducia, care, amiche. Ma sono stata accolta con un cinismo e un’indifferenza che mi hanno quasi distrutto. In quei giorni è come se si fosse spostato dai miei occhi, cadendo per sempre, un velo, tanto impercettibile quanto resistente, che mi separava dal mondo esterno facendomi credere ciò che in realtà non esisteva. Il mio dolore, la mia preoccupazione mi hanno fatta sentire lontana da tutto e da (quasi) tutti. Mi sono sentita sola, a un certo punto, priva di certezze che avrei dato per scontate fino al giorno prima.
Ma come sempre a fronte di una cattiva esperienza ce ne sono di buone. Lui adesso, il mio adorato quattrozampe, sta bene. Io sono rinata. Guardiamo avanti godendoci ogni giorno che ci vedrà insieme.
Ma quella consapevolezza resta e si è trasformata in un nuovo atteggiamento: disponibilità, cortesia, apertura al mondo, ma con le orecchie in alto, come gli asini, dai quali non smetterò mai di imparare.
Loro sanno insegnare la pazienza e la giusta diffidenza, quella che serve per misurare davvero chi abbiamo davanti, e come tutti gli animali non recitano. Sono così, come li vediamo. Accoglienti ma attenti.
Ho trovato un enorme sostegno anche dalle associazioni che sono nate per loro, per difenderli, questi animali. Grandi e forti, eppure fragili di fronte all’ottusità umana, che spinge troppo spesso ad agire con egoismo, dimenticando invece l’importanza dell’empatia. Non potrò mai dimenticare le telefonate e i momenti condivisi con Sonny, Nadia, Lorenza, Emanuela, Michela, Mari. E naturalmente la presenza di quegli amici stretti e affettuosi che partecipano a gioie e dolori con vero trasporto.
Un’esperienza negativa si trasforma allora in un tesoro, che arricchisce e aiuta ad affrontare con un nuovo spirito le difficoltà che si presenteranno. E che mi consente di aver capito, una volta di più, che chi mi ama, ama anche i miei animali, le mie angosce, le mie paure.
I giorni drammatici sono diventati uno stimolo ulteriore a scrivere, studiare, comprendere quali sono le persone su cui potrò fare affidamento in futuro. Promuovere un cambiamento e una nuova bella relazione tra persone e animali, tra animali e persone.
Grazie Ringo, e grazie anche a chi mi ha sostenuto nei momenti più difficili, con competenza e partecipazione.

Con gli animali, per riscoprirsi

Le attività che proporrò nel 2017 presso il maneggio Basalovo (Stallavena, Verona) sono il frutto di esperienze maturate in questi anni in diversi ambiti: la didattica con gli animali, la riflessione sulle proprie potenzialità, la capacità di risolvere conflitti, l’approccio all’animale in una più ampia ottica di rispetto della natura, la relazione tra animali e ambiente.
Ci saranno giornate dedicate alle famiglie e ai bambini, che hanno un estremo bisogno di ritrovare il contatto con la natura; ma anche momenti dedicati esclusivamente agli adulti, perché gli animali hanno molto da insegnare anche a chi è già cresciuto. La sfida è proprio questa: rinunciare a quelle barriere mentali e a quei tabù che ci condizionano costantemente, per riprendere contatto con noi stessi e con l’ambiente che ci circonda.
Avremo molti ospiti: giornalisti, studiosi, ma anche artisti, educatori, cuochi, che ci racconteranno il loro mondo, spesso strettamente connesso con la natura più di quanto ci si potrebbe aspettare.
I percorsi saranno articolati e di volta in volta, temo permettendo, saranno comunicate le date degli incontri.
Le giornate saranno a numero chiuso: poche persone, per permettere a tutti di assaporare profondamente le esperienze che proporremo, in assoluta tranquillità.
Tutte le informazioni al mio numero: 3407785136.
Vi aspettiamo.

Con WikiOnoterapia si apre una nuova stagione quattrozampe

Sta per arrivare la primavera e a Basalovo è tutto pronto per una fitta serie di appuntamenti con i nostri asini e cavalli, ma anche con i cani, i gatti, l’orto, il bosco. Ad aprire le attività è un gruppo di studentesse del corso di Laurea Magistrale Management e Gestione dei Servizi Educativi (Università di Padova), che illustrerà domani la voce Onoterapia di Wikipedia. L’obiettivo è quello di aiutare a capire il mondo complesso ed estremamente articolato delle attività assistite con gli animali, in questo caso gli asini. Il concetto stesso di ‘terapia’ potrebbe creare fraintendimenti, ed è stato purtroppo inflazionato. Per questo si avverte la necessità di offrire chiarezza sulle numerose tipologie di percorsi che sono proposti in compagnia degli animali. Ci sarà spazio per un dibattito e un confronto, resi più belli dalla presenza dei nostri animali, che permetteranno di metterci subito alla prova, e capire in cosa può consistere un contatto con asini, e naturalmente anche cavalli, in un contesto tranquillo e protetto.
Sarà l’occasione per incontrare, dopo i mesi invernali, Ringo, Gemma e Barone. Per rivederci e raccontarci, per conoscere nuove persone interessate a questo mondo naturale e slow, e per presentare a tutti le iniziative che abbiamo preparato per quest’anno. Appuntamenti importanti, mirati soprattutto alla crescita personale, alla consapevolezza delle proprie emozioni, al dialogo con l’altro, non importa se abbia due piedi o quattro zampe.
Vi aspettiamo.