Diritti degli animali Archives | Silvia Allegri
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Diritti degli animali

Viaggio in Romania

Viaggio in Romania, tappa sconcertante e purtroppo essenziale nel mio percorso, umano e professionale.

Dopo lunghi mesi di silenzio ho deciso di ripartire così. Con un colpo di cannone.

Riporto integralmente il mio reportage fatto dopo il viaggio in Romania nell’agosto 2019. Non importa il motivo per cui sono andata, oggi. Importano le impressioni che si sono tatuate nella mia memoria. Lo shock e il dolore che ho provato. La rabbia nel sentirmi dire, da tanti giornali, “non è interessante”, “la Romania è lontana da qui”, “dobbiamo scrivere del Covid”O banalmente, “non c’è spazio”. Quello che segue è un testo che mi è stato commissionato ma poi… qualcuno ha cambiato idea.

Tante porte sbattute in faccia, ma il mio spazio qui c’è, e chi vorrà potrà leggermi. E magari conoscere anche un testimone vivente del mio viaggio. Abita con me, ha tre zampe, e lo adoro.

Buona lettura.

 

Nella periferia di Cernavodă, a 150 chilometri da Bucarest, si cammina facendo lo slalom tra la spazzatura. Il quartiere rom è un vero e proprio labirinto di baracche che si susseguono su strade rigorosamente non asfaltate. Qui i bambini vivono da randagi esattamente come i cani, loro compagni di vita, e cercano qualcosa con cui giocare, scalzi, le manine tra lamiere, sporcizia e avanzi di cibo. Non esistono cassonetti nel raggio di chilometri e tutto ciò che non serve finisce in discariche improvvisate: ormai da anni non viene nessuno a raccogliere l’immondizia. Procedendo in automobile si scorgono recinti fangosi dove vivono pochi maiali, oche e conigli. Vengono allevati e, quando arriva il momento, macellati sul posto, davanti agli occhi di tutti. Camminando per il centro bisogna fare molta attenzione: i marciapiedi sono dissestati e nell’asfalto si creano vere e proprie voragini, che solo gli esperti della zona sono in grado di evitare. Fuori dall’unico supermercato sono seduti alcuni anziani, e i pochi clienti che escono con i sacchetti pieni di spesa lasciano loro qualcosa: una bottiglia di olio, un pacco di pasta, un po’ di frutta. Sono pensionati, ma la loro pensione non è sufficiente, e se i figli non provvedono a contribuire alle spese mancano perfino i soldi per un’aspirina. Le vecchie auto sono scolorite e scrostate, ma ad attirare l’attenzione sono i carretti, parcheggiati fuori dall’ingresso, con tanto d’asino o cavallo legato ai pali con una cordicella. Se ne vedono un’infinità: passano veloci, carichi di persone, i cavalli magrissimi al trotto che schivano le buche. Spesso, attaccati al carro con catene troppo corte per le loro zampe, ci sono anche dei cani: trascinati letteralmente in giro per chilometri e chilometri, sfiniti di sete e di stanchezza. Siamo nel distretto di Costanza, in Dobrugia, e siamo in Europa. La Romania è entrata nell’Unione Europea nel 2007, ma non è ancora un membro a pieno titolo: qui vanno esibiti passaporto o carta di identità per varcare le frontiere. A Cernavodă prende vita il canale Danubio-Mar Nero, che la collega con Costanza attraverso due bracci accorciando il viaggio verso il capoluogo di circa 400 chilometri. Un’opera maestosa che costò la vita a troppa gente. Fu Ceausescu a dare il via ai lavori per la sua realizzazione nel 1975, riprendendo un progetto già esistente nell’Ottocento, poi abbandonato quando fu realizzata la ferrovia tra Cernavodă e Costanza, e ripreso più volte anche dopo la seconda guerra mondiale. Inaugurato a metà degli anni ‘80, esso costò la vita a migliaia di prigionieri politici arrestati dal regime, e a questa tragedia si deve il suo nomignolo inquietante, il Canale dei Morti. Su queste rive sorge l’imponente centrale nucleare, cinque reattori di cui due in funzione, costruita a partire dal 1982. Se ne riparla, in Europa, da qualche mese: circola la voce di un nuovo piano di espansione e di un accordo preliminare tra Nuclearelectrica, società romena, e due società cinesi, la China General Nuclear Power Corporation (Cgn) e la Central and Eastern Europe Investment (CEERI). In passato, però, diversi investitori internazionali si erano ritirati al momento di chiudere l’intesa. Certo è che il nome di questa città è noto esclusivamente per la sua presenza. Eppure di storia ce ne sarebbe, qui. Sulle alture intorno alla città sono venuti alla luce i resti di una cittadella tracia con tombe risalenti alla Prima età del Ferro. Una testimonianza che basterebbe, da sola, a rendere Cernavodă meta di studiosi e appassionati. In compenso, sulle rive del canale si vedono i resti di un sontuoso impianto di piscine mai terminato, ben visibile quando si attraversa il ponte, illuminato con i colori della bandiera romena. Una costruzione, questa, che spicca e quasi stona, più simile a un’attrazione da luna park che a un elemento urbanistico. Ce ne sono tanti, di cantieri avviati e abbandonati, destinati a diventare cimeli di archeologia industriale. Intorno a Cernavodă la vita scorre allo stesso modo, ma tutto passa ancora più inosservato. In città fuori rotta come Calarasi e Medgidia trovare visitatori stranieri e turisti è pressoché impossibile. Sulle strade, rigorosamente malridotte, attraversate da decine di randagi, si affacciano file interminabili di casermoni fatiscenti e baracche, e davvero si fatica a credere che questi luoghi facciano parte dell’Europa, quella dell’Unione e dei diritti. Si prova una sensazione di incredulità, a volte le immagini ritornano come un pugno nello stomaco. Se uno straniero o un turista arriva qui, tutti gli occhi sono puntati addosso. Che si tratti di operatori o volontari di qualche associazione, assistenti sociali, giornalisti, poco importa: chi vive in queste condizioni guarda i visitatori di turno con un mezzo sorriso velato di curiosità. “Cosa c’è di interessante, qui?”, chiedono tutti. Prevale la diffidenza, in un primo momento. Ma succede anche che qualcuno decida di raccontarsi un po’, versare una lacrima senza la paura del giudizio, aprire le porte di casa. Se di casa si può parlare: una ragazza è pronta a fare strada dentro una scatola buia, senza finestre, con un materasso buttato per terra, e due pareti coperte di ripiani di fortuna su cui si trovano riposti abiti logori, pentole, scarpe. Quando gli occhi si abituano alla penombra si delinea la figura di un uomo: non si accorge di essere osservato, dorme pesantemente, la puzza di alcol è nauseabonda. E c’è spazio anche per una bicicletta e un po’ di cibo in scatola. La solitudine è alle stelle, e se arriva qualcuno disposto ad ascoltare si scatena la voglia incontenibile, repressa da chissà quanto tempo, di trovare un appoggio, un contatto umano. Ma i rom non vivono solamente in quartieri specifici, e se ne incontrano in diverse zone della città, ovunque vi siano edifici abbandonati.

In una baracca mezza sfondata sulle rive del canale, in una zona che si inonda d’acqua a ogni piena e dove l’umidità deteriora ogni cosa, vive un gruppetto di famiglie rom. Si intravvedono già da lontano, mentre stendono il bucato e stanno seduti sul bordo della strada, ad aspettare non si sa che cosa. Un bambino se ne sta tranquillo, in disparte, in un catino di plastica, a osservare i suoi fratelli più grandi che girano e giocano scalzi. Quale sarà il suo futuro, viene spontaneo chiedersi, in un paese dove tantissimi minori non hanno neppure i documenti, e quindi figuriamoci se vanno a scuola? Quanto ci vorrà, ancora, prima che i gap sociali, economici e culturali possano essere colmati?Eppure, sparse di qua e di là, generalmente affacciate sulle vie principali dei centri abitati, si notano anche case moderne, nuove. Hanno il cancello, a differenza di altre. In giardino dominano la scena statue e fontanelle, e splendidi vasi di fiori sono posizionati in aiuole con l’erba tagliata di fresco. Davanti al cancello Maserati, Ferrari, Porsche splendenti. Sembra un miraggio, ma non lo è. Sono i tempietti dei papponi, gli sfruttatori: li chiamano ‘pesci’ in dialetto romeno, quegli anelli della catena che si occupano di procurare bambini e mandarli a ovest, nei paesi ricchi dell’Europa, a fare accattonaggio e a prostituirsi. La grande pancia scoperta d’estate, catene d’oro al collo, sono loro i signori indiscussi delle città, guardati con timore e anche un po’ di ammirazione. E a distanza di anni dalla dittatura che ha lasciato tracce pesantissime addosso alla gente diventano esempi da imitare in totale assenza di altri modelli e stimoli culturali.

La Romania che non si dovrebbe più vedere

Una parte di Romania, oggi, è anche e ancora questa. Un paese diviso in due. Esistono le grandi città pronte a decollare, che vantano centri universitari, scuole di musica, accademie di danza di tutto rispetto, dove si sente, insomma, che siamo in Europa. Ma esistono anche paesi e villaggi costituiti da chilometri di baracche, tetto in eternit e muri di lamiera o di fango, dove l’asfalto non è mai arrivato, ma dove non arrivano neppure l’acqua corrente, il riscaldamento, la luce. Dove i libri, l’igiene personale, l’educazione al rispetto delle donne e dei bambini sono un miraggio. Qui, in condizioni di povertà a livelli imbarazzanti e inimmaginabili, ci si sente lontani anni luce dall’Europa, dall’Italia. E questo pensiero si rinforza ogni volta che per strada sfreccia un carretto di legno, munito di targa, con famiglie intere a bordo. A Cernavodă dopo qualche giorno il cuore diventa pesante, per chi non ci è nato.

E per trovare un sollievo temporaneo non resta che salire sulla collina, e ammirare il maestoso tramonto sulle acque del canale: visto dall’alto, nei colori della sera, non sembra nemmeno il luogo da incubo dove centinaia di persone trovarono la morte, tra prigionia e lavori forzati.  Ma anche qui, di fronte all’imponente bellezza dei boschi e di un cielo stellato e senza nuvole, sale l’amarezza. Tornano in mente i tesori naturalistici romeni difficili da descrivere, se non li si vede coi propri occhi. Andando verso Costanza o il delta del Danubio, i boschi diventano sempre più fitti. Proprio qui si sono tristemente distinti i cacciatori e bracconieri italiani: si è parlato più volte, in questi anni, dei tanti tour operator pronti a organizzare viaggi su misura per comitive di ‘amanti’ della natura armati di fucili, richiami vivi o elettromagnetici, apparecchi vietati dalle direttive europee, e migliaia di cartucce. Più volte, in questi anni, è stato denunciato il prolificarsi dei viaggi venatori, e durante le perquisizioni la polizia ha messo in stato di fermo diversi italiani, trovando migliaia di uccelli e altri animali morti nelle loro camere d’hotel. Come riconoscerli, oggi? Dai mesi primaverili in poi si possono osservare decine di pick-up parcheggiati fuori dai pochi alberghi, con tanto di cani al seguito. E dentro le camere, ad aspettare i cacciatori, ci sono le ragazze appositamente reclutate nei paesi vicini.

Bucarest, tra orde di turisti e ragazzine sfruttate

Tornare a Bucarest, dopo giorni trascorsi tra le baraccopoli del distretto di Costanza, fa tirare un respiro di sollievo. In due ore di pullman si lasciano alle spalle le baracche rom e si entra nella Parigi dell’Est. Un cambiamento addirittura frastornante: le fontane volute da Ceausescu sono tornate in funzione e animano il cuore della capitale, tra i centri commerciali con le insegne della globalizzazione, i fast food, gli edifici delle grandi società europee e americane. È uno splendore il centro storico, col suo cuore antico, Lipscani, un tempo luogo di malavita e oggi rimesso a lucido. Ma uscendo dal centro i quartieri poveri si mostrano nella loro nudità. Qui è ancora possibile intravvedere i ragazzi delle fogne, quelli che vivono nei tombini e per scaldarsi, d’inverno, sniffano colla e dormono abbracciati ai cani. Ci ricordano che la Romania è il paese europeo con la più alta percentuale di orfani bianchi. Vivono da soli o con i nonni, i bambini e i ragazzi romeni, mentre i loro genitori sono venuti in Italia e in altri paesi più ricchi per mettere da parte qualche soldo. Sognando di tornare in patria, comprare un piccolo terreno, ricominciare una nuova vita. I turisti europei si aggirano per le vie di Bucarest, chiassosi e allegri, ascoltano i concerti, vanno alle terme, passeggiano nei parchi. In questo paese dei balocchi che è il centro della capitale si trovano, accanto a meravigliose librerie e a negozi di gadget, un’infinità di night club, birre buone e poco costose, ragazze bellissime che vengono letteralmente esibite sui tavoli e dietro i banconi dei bar. Donne giovani e belle, animali da cacciare, vacanze a buon mercato attirano tanti turisti occidentali. Sono questi i tanti volti contrastanti della Romania: la bellezza e lo sfruttamento, l’aumento del Pil e la povertà estrema, il divario tra la capitale e quei luoghi grigi e disagiati dove non esistono il diritto alla salute e all’istruzione.

I diritti calpestati degli animali

Vagano a decine per le strade delle città e dei paesi, a centinaia nelle campagne. Magri, spesso malati, feriti. In ogni caso, soli e sempre esposti a continui pericoli, dalle violenze umane agli incidenti stradali. Sono gli animali randagi, un’altra piaga della Romania, non ancora risolta nonostante un sensibile miglioramento rispetto alla fine del XX secolo.Nel 2001, per la prima volta, arrivarono in Italia le immagini del massacro dei cani a Bucarest: avvelenati, scuoiati, uccisi a bastonate e fucilate. I cani si erano impadroniti della capitale, complici gli abbandoni sistematici da parte dei cittadiniche dovettero lasciare le loro case prima che venissero rase al suolo per dare spazio ai boulevards voluti da Ceausescu, e andare a vivere in casermoni di periferia. La proliferazione dei cani ha portato a enormi problemi di gestione e sofferenza, e il randagismo raggiunse un picco così alto da convincere le autorità locali a sterminare gli animali e invitare i cittadini a ucciderli con ogni mezzo.

La sofferenza animale, ancora una volta, è profondamente connessa a quella umana. A testimoniarlo c’è anche la presenza di una grande associazione italiana Save The Dogs and other animals, onlus fondata dalla milanese Sara Turetta, attiva sul territorio di Cernavodă e dintorni dal 2003. L’associazione si occupa di sterilizzazione, soccorsi, recupero e cure destinati principalmente ai cani, ma ospitando nella sua sede anche numerosissimi gatti, cavalli e asini. La sua clinica, che un tempo sorgeva lungo le rive del canale ed è stata poi trasferita in collina per le continue inondazioni che la minacciavano ciclicamente, è un punto di riferimento per la popolazione di Cernavodă. L’assistenza agli animali da lavoro è un servizio estremamente utile: chi ha un cavallo o un asino possiede la libertà di spostamento e movimento, lusso non da poco in un paese dove i mezzi pubblici sono scarsi se non assenti, di pessima qualità e costosi rispetto agli stipendi miseri.

Il concetto di accudimento e di cura non esiste, e qui gli animali sono utili se sanno lavorare. Quando la clinica mobile si attiva, e questo avviene se ci sono i fondi a disposizione, le famiglie si riversano con i propri cavalli e asini. Talvolta le trattative per farsi cedere un animale ferito o sofferente sono estenuanti. Ma soprattutto si ha la certezza che quelle stesse persone se ne procureranno un altro, e si ricomincia da zero. Perché, sembra incredibile ma è così, procurarsi un cavallo non è nemmeno così difficile. Nelle strisce di prato che fiancheggiano le strade se ne vedono, intenti a mangiare l’erba, senza capezza e a volte perfino slegati. D’estate sono in carne e sani, ma d’inverno muoiono di fame e di freddo. E se non ‘funzionano’ come macchine da lavoro vengono scartati senza scrupoli. Eppure, attraverso il soccorso agli animali diventa possibile creare un dialogo con le persone. Andare a prelevare un cucciolo da curare o un cane da sterilizzare significa, per gli operatori del territorio, prendere coscienza di altre problematiche e tentare di risolverle. Le onlus, in questi decenni, hanno fatto le veci di uno stato inesistente, creando un preziosissimo anello di collegamento tra realtà rurali immerse in una povertà estrema e l’opinione pubblica del continente, che attraverso il loro lavoro può scoprire quanta miseria si nasconda a così poca distanza dall’Italia. Nella clinica di Save the dogs arriva la sterilizzazione gratuita per i cani delle famiglie povere, e arrivano anche vestitini, scarpe, giocattoli per i bambini. Per un certo periodo la onlus italiana ha proposto perfino attività di terapia con gli animali per i bambini autistici, i detenuti, gli anziani. Qui è tutto pulito e i box degli animali sono abbelliti di fiori. È una piccola isola felice in un mare di desolazione. Un luogo dove molti romeni trovano lavoro, dove si esercitano l’empatia e la cura dell’altro, e dove si respira un po’ di ottimismo: le basi di un nuovo inizio potrebbero partire anche da qui.

Silvia Allegri

 

 

 

In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

Un viaggio forte, duro, indimenticabile

In viaggio per Save the Dogs, travolta da tantissime, quasi troppe emozioni. La felicità incontenibile nel salvare una cagnolina vecchia e malata, e portarla via dalla strada. La frustrazione devastante nel lasciare su quei marciapiedi decine e decine di altri cani, perché lo spazio e le risorse economiche non sono sufficienti. Le lacrime di gioia nel vedere l’amore con cui un’infermiera maneggia un animale bisognoso di cure, quelle di rabbia nel constatare che esistono bambini e anziani che non hanno niente, nemmeno un paio di scarpe. Il mio viaggio in Romania è terminato da pochi giorni. Un viaggio temuto per molti anni, inevitabile oggi, per poter raccontare con consapevolezza la meravigliosa storia di Sara Turetta e Save the Dogs. Un viaggio così pieno di punti di domanda da spaventarmi da matti, ma anche fortemente desiderato. Perché alla fine prevale la voglia irrefrenabile di capire, vedere, scavare, anche a costo di soffrire. Sara mi ha presentato il suo regno, la sua creatura, e ha rivisto la piccola Amelie, pronta a raggiungerla a breve in Italia.

Sono sostenitrice di Save the Dogs da anni, ormai, e da anni conosco la sua presidente. Ma il momento di partire è arrivato in questa estate 2019. Conoscevo, grazie alle parole di Sara, ma anche al magazine dell’associazione, ai documentari, ai telegiornali, le infinite contraddizioni e difficoltà di un paese che è entrato nell’Unione Europea dal 2007 ma dove ancora troppi diritti sono negati. Il diritto all’igiene e all’educazione, in quelle comunità rom, e non solo, dove i soldi non sono sufficienti, manca il lavoro, luce e gas e acqua corrente sembrano un sogno. Il diritto di essere bambini, in luoghi in cui fin da piccoli si vive per strada e si deve contribuire a portare a casa da mangiare inventandosi dei lavoretti precari e vivendo costantemente esposti a violenze. E ovviamente i diritti degli animali, vaganti per le strade, non sterilizzati, abbandonati in sacchi di plastica o uccisi, non vaccinati, denutriti e picchiati.

Chiaro che vedere ed essere catapultati in una simile realtà è un’altra cosa. Ho sostenuto, non so ancora come, la vista di asini macilenti e cavalli scheletrici e zoppi che trascinavano carretti, di cani con la rogna e affamati sul ciglio di strade dove i tir sfrecciano e a volte morire è quasi un sollievo rispetto a una vita di stenti e di pericoli continui, di gatti magrissimi che ti inseguono fin dentro casa pur di mangiare qualcosa, provati da un’esistenza fatta solo di fughe e di nascondigli. Poi diventa essenziale buttare fuori, rielaborare, e chissà quanto tempo mi ci vorrà. Non basterà una vita intera, credo. Perché dopo che hai visto, non puoi più tornare indietro.

Footprints of Joy

Footprints of Joy di Save the Dogs, a Cernavoda, è una cattedrale nel deserto. Entri e incontri più di 60 asini e più di dieci cavalli salvati per miracolo. Come Emma, la puledrina nata con una malformazione e scaraventata da un’auto in mezzo alla strada, salvata dallo staff e oggi in attesa di essere operata.

Incontri centinaia di cani: quelli appena arrivati, in cura, quelli che seguono un percorso di recupero psicologico per superare i traumi subiti, quelli ormai pronti per essere adottati in Italia e in altri paesi, quelli troppo anziani o malati per poter partire, ma che trovano nel canile un rifugio sicuro dove vivere serenamente, al riparo dalle botte e dalla fame. E poi i gatti: gattini e gattoni che fanno le fusa a tempo pieno, timidi o spudoratamente espansivi, belli come il sole, nelle loro colonie distribuite sull’intera area o nel gattile, un’oasi di pace e bellezza. Mi rifugiavo lì, dopo le visite nelle baraccopoli, i giri per la distribuzione del cibo ai randagi di Cernavoda, il tour con il censimento dei cani, il soccorso di animali in gravi condizioni. In quel piccolo condominio con giardino a misura di felini chiudi gli occhi e respiri, e quando li riapri di sicuro ne hai qualcuno vicino, che ti guarda e ti chiama per avere carezze. Andavo lì col mio computer, a scrivere e anche a piangere, a calmarmi e cercare di scaricare tutte quelle emozioni troppo forti e contrastanti per non prosciugarti.

Sì, perché ci si prosciuga davvero lì. L’assenza delle istituzioni, la povertà sbattuta in faccia, senza poter trovare soluzioni immediate. La frustrazione che ti devasta, quando pensi che ne salvi uno e migliaia invece moriranno. In un paese a pochissima distanza da noi.

La veterinaria che ha amputato la zampetta del mio Lucio, micio tripode arrivato dalla clinica lo scorso anno dopo essere stato salvato in una delle peggiori baraccopoli della Romania, quando ha saputo che ero io la sua adottante mi è venuta vicino e mi ha abbracciata commossa. Si chiama Miet, ed è una persona meravigliosa.

 

E che dire poi dello staff?

I medici e infermieri volontari, gli operatori, le ragazze dell’ufficio, che in ufficio ci stanno ma sono anche onnipresenti, conoscono uno a uno gli animali ospitati, li seguono nei loro progressi e li accompagnano verso una nuova vita. Li ho visti sorridere e anche nascondere una lacrima, mentre mi raccontavano le loro esperienze. Il mio cuore batte con loro, adesso ancor più di prima. Ringrazio tutti loro, davvero, e in particolare abbraccio virtualmente Stella e Sara, che mi hanno dedicato tempo per spiegarmi il loro lavoro, per presentarmi i ‘loro’ tesori.

Il senso di tutto questo: portare cultura e benessere. A tutti

Il potere della goccia nell’oceano. Ho capito che bisogna appigliarsi a questo per non impazzire. E tanta gente, in questi anni, è impazzita in quei posti. Ti ritrovi solo, guerriero coraggioso ma solo, contro una miriade di nemici. Ho capito che il nemico più grande è l’indifferenza. Quella che ho visto negli occhi di tante persone, che passano vicino a un animale agonizzante e non lo vedono. Ma d’altra parte, come potrebbero vederlo, se nessuno ha mai insegnato loro la compassione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro?

Ho capito, soprattutto, che senza cultura questo povero mondo andrà in malora prima del previsto.

Se avessi risorse le spenderei, oggi, principalmente per aiutare Sara e il suo staff a fare un lavoro sul territorio. La loro clinica mobile, quando c’erano i soldi per farla funzionare, ha permesso di sterilizzare a domicilio, e quando entri nelle case e nelle baracche vedi e tocchi con mano il degrado, e forse, però, puoi fare qualcosa. Se non ci fossero animali da assistere quelle persone non aprirebbero le porte. Il randagismo si risolve a monte, facendo cultura, insegnando la giusta relazione con gli altri esseri viventi e i bisogni degli animali. Far adottare è la cosa più gratificante, ma il vero lavoro, come sempre, è dietro le quinte.

Ancora una volta mi salta agli occhi con chiarezza quanto la vita degli esseri umani e degli animali sia intimamente connessa. Se non curi uno trascuri l’altro. Se vedi il dolore, lo vedi in ogni sua espressione, che sia il pianto di un bambino, il lamento di un vecchio, il guaito di un cane.

Quelle immagini mi restano dentro, come gli odori forti che mi hanno assalito nei cortili di quella gente misera che vive a piedi nudi insieme ai maiali e alle galline.

Sono contenta di aver riposto in Save the Dogs la mia fiducia da anni. Non mi sbagliavo. Questa associazione compie dei piccoli miracoli ogni giorno. Ci ricorda che la sofferenza non ha il passaporto, e l’aiuto che dai in un angolo della terra contribuisce al benessere di tutti.

Save the Dogs mi dimostra quanto è bello e doveroso lavorare mettendo sempre insieme i due elementi più importanti: il cuore e il cervello.

I macelli e l’agonia degli animali sulle strade

L’agonia degli animali sulle strade d’Europa. I macelli che, paradossalmente, si trasformano nella fine di una pena insostenibile per cavalli, pecore, vacche, asini, maiali che viaggiano stipati sui camion, in viaggio verso la morte con un caldo torrido, senza acqua per decine di ore. Solo il giornale online Popolis mi ha dato spazio per pubblicare le notizie allarmanti che mi giungono da Animals’ Angels. E allora, per quanto piccolo possa essere questo spazio, ritengo doveroso sfruttarlo, se potrà raggiungere nuovi lettori e spalancare gli occhi di chi non sa, o sa troppo poco.

Cosa dicono le leggi

Le leggi, si sa, hanno valore solo se vengono rispettate. E dunque arriva da parte delle associazioni la denuncia di maltrattamenti inauditi dopo che la scorsa settimana il Consiglio Agricoltura e Pesca Europeo si è riunito per discutere, tra gli altri argomenti, del problema dei trasporti di animali vivi che continuano nonostante il caldo torrido estivo. Lo scorso anno la Commissione Europea aveva già raccomandato ai paesi membri di non permettere che gli animali siano trasportati a più di 30°C, ma solamente alcuni stati si sono attivati adottando diversi provvedimenti. L´Italia, per esempio, ha cercato di prevenire il problema, intimando ai veterinari ufficiali di non autorizzare viaggi a lunga percorrenza il caldo. Ci sono paesi, invece, che si beffano delle leggi, ma soprattutto che dimostrano ancora una volta quanto poco sia importante, per loro, il benessere animale. Cosa c’è da aspettarsi, d’altronde, da stati che permettono, nel 2019, le corride, il massacro dei cani nei canili, l’uccisione degli asini nelle sagre popolari, le lotte tra galli? La Spagna non si smentisce mai, in altre parole.

L’agonia degli animali sulle strade d’Europa.

Animals’ Angels e l’Associazione nazionale per la difesa degli animali (ANDA) assicurano che i veterinari spagnoli e le compagnie di trasporto continuano a ignorare questo divieto.  Le prove arrivano dal lavoro di cinque team investigativi hanno appena terminato di monitorare il trasporto di animali vivi sulla rotta Spagna-Francia-Italia negli ultimi sette giorni. Le ricerche, per un totale di 13 controlli in pochi giorni, hanno rivelato che i veterinari spagnoli hanno autorizzato trasporti di tori, maiali, pecore e cavalli nonostante l´ondata di caldo africano degli scorsi giorni. Le squadre hanno documentato trasporti durante le ore più calde del giorno a temperature anche di 36°.

E intanto, tra gli altri orrori, arrivano a Padova, passando per Verona, camion di cavalli destinati al macello. A comprare quella carne, molto spesso, proprio i cavallerizzi della domenica, tanto per sottolineare il livello di coerenza che abbiamo raggiunto. Ma nonostante questo ci sono testate che ritengono l’argomento non di pertinenza in quanto non ‘locale’. Insomma, se il territorio è interessato dal passaggio di questi camion degli orrori, non si tratta di cose che riguardano noi. Noi che evidentemente siamo coinvolti, se proprio qui arrivano gli animali per essere ammazzati.

“In diversi casi, si trattava di trasportatori italiani”, aggiunge Silvia Meriggi, Project Manager di Animals’ Angels. “Non abbiamo visto né in Spagna, né in Francia, né in Italia dei controlli sulla strada, al fine di accompagnare i buoni propositi con azioni pratiche ed efficaci”. E aggiunge: “Non sono stati soddisfatti nemmeno anche altri obblighi legali. Per esempio quello di caricare meno animali sui camion per lasciar loro più spazio per termoregolarsi, o quello di abbeverarli durante il viaggio e scaricarli in determinati spazi autorizzati per i tempi di riposo che sono obbligatori”.

Insomma, nonostante esista una normativa che ha lo scopo di limitare le sofferenze degli animali trasportati da un paese all´altro al solo scopo di essere macellati per produrre carne, rimane ancora molto da fare per applicarla e far si che questa limitazione sia reale oltre che teorica.

E l’Italia che fa?

Per quanto riguarda l´Italia, la circolare ministeriale emessa dal Ministero della Salute il 3 luglio scorso è stata un buon inizio. Ma non basta: “Le regioni devono pianificare dei controlli mirati ai trasporti sulla strada e negli altri punti strategici, al fine di sanzionare i trasgressori. Ed è necessario estendere la portata della circolare anche al transito dei trasporti provenienti da altri paesi, con temperature superiori di 30°C, come dice la normativa. Non è infatti una beffa vietare i trasporti in partenza dall´Italia con il caldo e non prendere provvedimenti contro quelli che invece arrivano in Italia, spesso ad opera di trasportatori italiani?”. Chi mette fine, allora, all’agonia degli animali sulle strade d’Europa?

In questo paese fatto di regole trasgredite come sempre l’ultima parola spetta ai consumatori. Chi ancora sceglie di mangiare carne dovrebbe ricordare che il benessere in vita è un diritto. Ha senso consumare carne di animali che prima di essere ridotti a pezzi e venduti hanno passato l’inferno? Quanta adrenalina e quanto dolore si mette nello stomaco chi consuma questi prodotti, spacciandosi poi per amante degli animali?

Ciascuno faccia i conti con la propria coscienza.

 

 

 

 

Storia di un ambasciatore a tre zampe

Un ambasciatore a tre zampe, che si muove senza sosta su ogni superficie calpestabile e non del mio appartamento. Dopo tanti mesi di silenzio credo sia doveroso ripartire da qui. Lui si chiama Lucio. È arrivato in aereo a fine settembre, sono andata a prenderlo a Linate. Era stato recuperato qualche mese prima, praticamente neonato, in qualche strada di un paese della Romania, da un operatore di Save the Dogs. Quel poco che restava del suo piede anteriore destro era in cancrena, probabilmente lo avevano investito e per miracolo era ancora vivo. Avevo seguito sui social la sua storia: portato nella clinica, è stato operato d’urgenza e i veterinari gli hanno amputato la zampa. In quella foto era ritratto mentre piangeva, grandi orecchie sproporzionate e un’espressione di panico e disperazione che ti spezzava il cuore. Quando mi ero proposta di adottare un gatto dal rifugio di Save the Dogs il pensiero era andato a una bella gattona, che però per motivi di salute non avrebbe potuto affrontare il viaggio in aereo (adesso Tootsie, adottata a distanza dalla famiglia bipede tripode e quadrupede, è parte della nostra squadra). E così i volontari mi hanno proposto di accogliere lui. L’ho amato da subito, quel piccoletto, e l’estate 2018 è trascorsa contando i giorni che mi separavano da quel viaggio.

Perché lui? Perché la Romania?

Quante volte, in quel periodo, mi sono sentita dire: è pieno di gatti che cercano casa anche in Italia, perché prendi lui? Come se non lo sapessi… Quanti ne ho visti di gatti bisognosi, difficile dimenticare l’Abruzzo e le nostre staffette di aiuto. Come il mio Zorro, sottratto dalla strada molti anni fa e oggi sempre al mio fianco. Tutti li vorrei salvare, ma non posso. E oggi, a distanza di mesi, saprei dare la risposta giusta. Allora difesi la mia scelta dicendo che adottare un animale di quell’associazione significava per me sentirmi meno lontana da quel luoghi che non avevo ancora avuto il coraggio di visitare. Adesso invece risponderei così: questo micio, oltre ad avere liberato un posto in quella clinica che salva gli animali dall’inferno, gli ultimi degli ultimi in un mare di grigiume e miseria, ha molto da dirci: Lucio è un ambasciatore e conoscere lui significa conoscere la storia di chi lo ha salvato, decidendo di prestare servizio e cure ai randagi di un paese che oggi vive ancora al collasso, nonostante lo separino da noi soltanto poche centinaia di chilometri. Sì, perché in un paese dell’Unione Europea succede anche oggi, anche adesso, mentre leggiamo e scriviamo, che migliaia di animali vengano massacrati, in un clima di povertà, disagio, tristezza. Se tutti noi avessimo atteggiamenti responsabili verso gli animali i randagi non ci sarebbero, le bastonate e il veleno non  servirebbero.

Piccolo diavolo meraviglioso

Lucio è un micio che in certi momenti potrebbe ricordare un piccolo diavolo: una forza inaudita, una resistenza fisica mai vista, nonostante io di gatti ne conosca tanti davvero. Lui morde tutto, gioca con tutto, è sempre alla ricerca di cibo. Al punto di strappare con i denti le confezioni di crocchette, ma anche di servirsi senza tanti problemi di qualunque cibo trovi sul fornello, caldo o freddo che sia. È il padrone di ogni mensola, non esiste oggetto che non sia stato osservato, colpito, annusato, trasformato in un passatempo. Si lancia a capofitto nei vasi sul balcone, strappa pezzettini di rami e foglie, e corre nel letto con questi suoi trofei improvvisati. Se lo sgrido mi osserva con distacco, non abbassa mai lo sguardo, mi sfida. Oggi, conoscendo meglio dai racconti di Sara Turetta, la fondatrice e presidente di Save the Dogs, come vivono gli animali in quel luoghi così ostili, capisco di più le sue bizzarrie. Carattere guerriero e grinta gli hanno permesso di farsi notare, di chiedere soccorso, di non soccombere pur neonato e senza la possibilità di usare un arto. Avrà patito e sofferto, e oggi non abbandona quei modi battaglieri, pur trovandosi in un nido caldo ospitale, dove il sedicenne Zorro lo ha accolto come un cucciolo indifeso e dove l’altro coinquilino, Feuer, cane paziente e buono, gli offre la sua pancia per accovacciarsi quando è sera.

La diversità di Lucio è la sua bellezza

Lucio non sa di avere tre gambe e di suscitare tenerezza in chi lo guarda. Non ha bisogno di pietà, anzi prende a schiaffi i luoghi comuni e ci insegna che sono gli umani a essere in errore, con quel loro modo di guardare i diversi sempre carico di giudizio e pregiudizio. Rimarrà un gattino di piccola taglia, forse ha patito troppa fame nei primi giorni di vita. Ma nel suo spirito è grande come un leone, con quello sguardo di combattente che si alterna a gesti di assoluta tenerezza: ti passa la voglia di arrabbiarti, anche di fronte all’ennesimo oggetto distrutto o un libro mangiato, e mi ritrovo sdraiata accanto a lui, ad ascoltare le fusa a occhi chiusi. Il mio Lucio è energia, bellissimo perché imperfetto, irresistibile perché inafferrabile. La sera lo osservo, mentre si posiziona sul mio cuscino cercando le coccole e il contatto, e sono felice di avergli offerto una tana in cui nessuno potrà fargli più del male. C’è un’ombra che mi attraversa la mente, ed è il pensiero di quanti come lui, oggi, si ritrovano in balia di pericoli e cattiverie. Provo un senso di impotenza, ma poi spengo la luce, lo cerco con la mano, lo ascolto mentre dorme raggomitolato e sereno. E penso che crederò sempre, per tutta la mia vita, al valore di una goccia nell’oceano.

Padelle e grembiuli, anche così amo gli animali

Padelle e grembiuli, grattugia e coltelli, teglie e mestoli. Mai e poi mai avrei immaginato di cimentarmi in un corso di cucina. Ebbene sì, anche questa è fatta: all’inizio di settembre ero a Igea Marina, e guidata dalla chef Barbara Bianchi e ad altri compagni di corso ho realizzato delle vere squisitezze. Tutte rigorosamente veg! Che la cucina vegana sia ricca, gustosa, sana, varia già lo sapevo. Ma fino a quel momento mi ero limitata ad ammirare i piatti, e a mangiarli con estremo piacere. Stavolta, mi sono sentita protagonista, ed è stato bellissimo! Ho messo da parte la timidezza, e dopo i primi attimi di smarrimento, di fronte a colleghe ben più pratiche di me, ho sfoderato la grinta e la passione per la cucina ereditata dalla nonna, con risultati inaspettati.

Perché ho fatto questo? Per gli animali. Perché li amo tutti, senza distinzioni. Perché non esistono animali da compagnia e animali da carne, o da allevamento per me. Perché io, per prima, ho voluto dimostrare quanto sia facile cambiare la propria ottica e capire che per essere coerenti basta un pizzico di coraggio.

Come ho affrontato una mezza maratona senza essere allenata, per far vedere che tutto è possibile quando ami veramente, così stavolta ho affrontato padelle e impasti, scoprendo ingredienti nuovi, trucchi, segreti di una cucina stupenda alla vista e al gusto, perché rispetta chi amo di più. E così per due giorni ho pelato carote, frullato impasti, fritto bomboloni, pesato ingredienti e poi ho chiacchierato, ho riso, ho posato fiera davanti alle nostre creazioni. E soprattutto, ho mangiato delle vere delizie, scoprendo che è facile prepararle, più di quanto avessi immaginato.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che la voglio ripetere, e la ripeterò. Padelle e grembiuli saranno miei alleati, per preparare buone cose per le persone a cui tengo. Niente è impossibile, non ci sono scuse: se ami gli animali lo fai a partire da ciò che cucini e che mangi.

Buon appetito!

Incontri speciali, incontri d’estate

L’estate ci raggiunge con le sue giornate lunghe, il suo caldo e la sua luce. È un momento magico questo, un momento perfetto per chiudere con le cose che ci hanno fatto male e aprirsi a nuovi incontri. Allontanare chi ci ha stressato e non merita le nostre energie, ritrovare la propria serenità e aprirsi a nuove possibilità di dialogo.

Il dialogo per me è soprattutto quello fatto di sguardi, di tatto e contatto, e non di parole. Un giorno qualcuno mi disse che parlare con gli animali è facile, tanto loro non possono rispondere e ci danno l’illusione di capirci e non giudicarci. Credo che sia interessante partire da questa stupida considerazione e accogliere questa sfida, perché evidentemente gli incontri speciali non sono pane per tutti. Gli animali si avvicinano quando sentono di potersi fidare, e in assenza di parola l’istinto li guida. Così, se anche noi diventiamo capaci di usare i nostri sensi, diventiamo protagonisti di scambi energetici straordinari.

Il lavoro mi ha portato a esplorare il mondo dei lupi, il mondo dei camosci e dei mufloni, la bellezza e la serenità della fattoria, con i suoi animali di campagna, docili e lenti, poetici e concreti insieme. Mi sono presa, e continuerò a prendermi il lusso di cogliere ogni occasione per imparare di più, da loro e dal loro ambiente, osservandoli da lontano o gustando la loro presenza da vicino, favorendo gli incontri tra loro e altri umani. Se ci si presenta puliti e aperti al dialogo le occasioni si moltiplicano. Non è un’arte che si impara questa, ma la capacità di ragionare al di là delle classificazioni di specie, al di là di ogni presunzione, cancellando dal nostro modo di porci quell’inutile, e anzi dannosa attitudine umana a considerare sempre gli altri esseri viventi in base alla funzione che possono rivestire per la nostra utilità.

In questo modo torniamo a casa con un bagaglio ricchissimo di sensazioni che non si imparano studiando, e neppure utilizzando sempre la nostra razionalità. E ogni incontro diventa una grande opportunità per rivedere i nostri parametri, e per imparare l’arte stupenda di lasciarsi andare.

Giusto, non comodo

Ciò che è giusto è meglio di ciò che è comodo. Il mio percorso che mi ha portato a scegliere uno stile di vita vegano è stato lungo, ma per fortuna non troppo. Perché rimandare a domani spesso significa non riflettere su un dato drammatico: ogni giorno trascorso mangiando prodotti derivati dai lager è un giorno trascorso da complici.

Il ragionamento, pensandoci, è talmente semplice che viene da chiedersi: ma perché non l’ho fatto prima?

Ed è più o meno così:

  1. amo gli animali
  2. non sopporto vederli soffrire
  3. gli animali che finiscono nel mio piatto e i prodotti derivati da animali nascondono atrocità inaccettabili, sofferenza, sfruttamento, solitudine, mancanza di dignità, agonia
  4. io allora scelgo di non scegliere questi prodotti.

Facile, no?

Sono una persona e sulla terra siamo quasi 8 miliardi, la mia scelta vale per uno, è vero. Ma forse qualcuno potrà seguire il mio esempio, e aggiungere quel piccolo ulteriore passaggio, l’anello mancante della catena, arrivando a fare un percorso mentale che porta inevitabilmente a scegliere ciò che è giusto, invece di ciò che è comodo.

Certo, si fa fatica a non rispondere alle provocazioni di chi ci prende in giro, quasi fosse una colpa la scelta di essere coerenti. Si fa fatica, almeno per chi non è esperto di cucina come me, a imparare nuove ricette, scoprire ingredienti alternativi, informarsi. Ma la fatica regala adrenalina e raggiungere un traguardo è una grande soddisfazione. Si fa fatica anche a incoraggiare le persone, che si sentono piccole e impotenti di fronte allo scempio che vediamo, quell’orrore che i muri dei macelli e degli allevamenti lager cercano di nascondere. Ma è nostro compito incoraggiarli, e far capire loro che il potere dei consumatori consapevoli è enorme. Possiamo scoprire quanto è divertente cucinare cose buone e etiche, colorate e sane, senza introdurre nel nostro stomaco infinita tristezza.

Il mondo è pieno di violenza, soprusi, cattiveria nei confronti degli animali, ma cresce il numero delle persone che ha scelto di dire basta e non si permette più di considerarli come merce, carne, oggetti inutili. La relazione con gli animali regala una forza inaudita, arricchisce, rende la vita meravigliosa. E noto con grande piacere che questa nuova sensibilità è in aumento tra le persone che davvero possono fare la differenza, i giovani.

Chi li ama davvero non fa distinzioni. Non esistono animali da carne, da uova, da latte, da pelliccia, da laboratorio, da compagnia. Ma come possiamo accettare queste schifose etichette? Esistono animali, che sono animali e basta, esattamente come lo siamo noi, e hanno diritto a vivere bene, in linea con le loro esigenze, rispettati e liberi, anche se questo mondo ormai a misura di uomo ha ridotto sempre più i loro spazi vitali.

Ogni giorno possiamo fare ciò che è giusto e fare la differenza. L’effetto sarà immediato: vivremo in armonia con noi stessi e con i nostri cari animali.

Empatia e complicità: la mia idea di ‘pet-therapy

Empatia, progettualità, percorsi di benessere, tutela della natura. Questa è la mia idea di pet-therapy, parola peraltro ormai caduta in disuso, ma che comunque resta ancora il termine di riferimento quando si parla di attività assistite con gli animali. Non sfruttamento ma amicizia e complicità, all’insegna della calma e della passione. Saranno questi i temi del mio intervento  alla fiera di Vita in Campagna, a Montichiari, dal 23 al 25 marzo 2018. L’evento, organizzato dal giornale Vita in Campagna con cui collaboro, è un appuntamento molto amato dagli appassionati di agricoltura, piante, piccoli allevamenti, ed è quindi un’occasione preziosa per intercettare persone già interessate al mondo agricolo, ma che forse devono ancora scoprire un diverso approccio.

Nello spazio che mi è stato proposto affronto ogni giorno tre tematiche che mi stanno molto a cuore: le terapie con gli animali, un viaggio alla conoscenza dell’asino e l’agricoltura sociale. Ed è un piacere raccontare a chi mi ascolta le mie esperienze in campagna, che mi hanno permesso di arricchire le conoscenze tecniche ma anche di provare su di me l’effetto straordinariamente positivo di una relazione intensa con la natura e i suoi animali.

Mi auguro di trasmette al pubblico non solo nozioni basilari su come intraprendere una formazione nell’ambito delle terapie assistite con gli animali, o un progetto di agricoltura sociale, ma soprattutto la passione per la natura: passione che implica pazienza, rispetto, osservazione silenziosa, capacità di adattamento, talvolta spirito di sacrificio. E soprattutto l’attenzione al benessere degli animali, che sono nostri preziosi collaboratori e che per questo necessitano di attenzioni e di tranquillità. Solo così lo scambio diventa fruttuoso. E gli animali sanno insegnarci tanto, nel modo di relazionarsi tra loro. Insomma, mettiamo da parte la presunzione tutta umana che da sempre ci guida, e diventiamo per una volta ‘allievi’ degli altri esseri viventi, che di solidarietà ne sanno.

Nel corso di questi incontri è bello confrontarsi con persone curiose, anche scettiche magari, che pongono diverse domande sulle modalità di relazione con gli animali. Ho scelto di adottare un atteggiamento di apertura verso l’altro, soprattutto quando non la pensa come me. È troppo facile parlare con chi ha il mio stesso sentire. Mi piace di più capire le ragioni di chi la pensa diversamente e per esempio considera gli animali solo come una fonte di reddito. Con calma e pazienza questi incontri diventano un’occasione per proporre un nuovo approccio, diametralmente opposto a quello della tradizione, basato sull’empatia, e dove l’animale diventi un compagno di avventure e di vita, da valorizzare e dal quale imparare. Senza costrizioni, senza esagerazioni, nel rispetto assoluto della sua voglia di comunicare ma anche di stare da solo, se lo desidera. Perché la ‘terapia’ è anche questo: il rispetto dell’altro nei momenti di vicinanza e di lontananza, di affetto esplicito e di silenzi.

Ci vediamo il 23, 24, 25 marzo 2018 al padiglione 4, ogni giorno alle 9.30, 12 e 14.45.

Vegana per gli animali, vegani per la nostra salute: intervista a Michela Depetris

Per gli animali, per la salute propria, per quella dei suoi pazienti. Ha giocato a pallavolo ad altissimi livelli, ha scritto numerosi libri, passeggia due ore al giorno con Diamond, il suo bellissimo cane che la accompagna anche durante convegni e conferenze. Ma soprattutto, la dottoressa Michela Depetris, medico nutrizionista, si prende cura di persone di tutte le età, desiderose di nutrirsi in modo sano per preservare la propria salute o per ritrovarla, durante o dopo una malattia. Il suo curriculum è davvero vastissimo: per citare solo alcuni dei suoi ambiti di lavoro ricordiamo che è dietologa presso il Centro di Medicina Integrata Artemedica di Milano; esperta in alimentazione vegetariana, vegana, crudista, macrobiotica e nella terapia nutrizionale del paziente oncologico; membro del Comitato Medico Scientifico dell’Associazione Vegani Italiani (ASSOVEGAN) e dell’Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale (ICEA); membro della RETE Nu.V.E.P. (professionisti per la nutrizione a base vegetale in età pediatrica – RETE FAMIGLIA VEG) della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana SSNV.

Chi varca la soglia del suo ambulatorio va incontro a un cambiamento radicale: “Spesso i miei pazienti entrano in studio onnivori, ma escono vegani!”, ci racconta. Perché avviene questo? Perché sfatando dei falsi miti e offrendo una miriade di suggerimenti, supportati da una grande competenza scientifica, Michela Depetris aiuta ad aprire gli occhi. E lo fa soprattutto grazie alla sua convinzione più forte: “Per me il rispetto degli animali, sotto tutti i punti di vista, è imprescindibile”.

Dottoressa, gli sportivi possono seguire senza problemi un’alimentazione vegana?

“Chi sceglie di fare sport e cambiare alimentazione, passando a uno stile vegetariano o vegano, ha molti più vantaggi rispetto a un onnivoro. Le performances sono migliori, i tempi di recupero più brevi e le prestazioni più redditizie: è una questione di biochimica. Inoltre si riduce la produzione di acido lattico che viene tamponato più velocemente grazie all’ambiente alcalino che creiamo nel copro con un’alimentazione a base vegetale”.

Cosa ci suggerisce come colazione o come spuntino, per affrontare la giornata e le fatiche degli allenamenti?

“La colazione deve essere completa e bilanciata: tanto per cominciare bisogna bere per integrare i liquidi persi durante la notte e prevenire la disidratazione: caffè d’orzo, latte vegetale, spremuta, tè verde, succhi di frutta. E poi serve qualcosa di solido per avere un apporto di carboidrati: pane nero, fette biscottate, gallette, biscotti secchi, cereali in chicco o soffiati. Chi ama il salato anche a colazione può mangiare dei fiocchi di cereali con tahin, pasta di olive, patè di tofu. Servono poi gli zuccheri: ecco allora un frutto fresco, o frutta disidratata, marmellata, creme spalmabili di nocciola, mandorle. E poi anacardi, pinoli, pistacchi, olio eztra vergine di oliva: grassi di buona qualità che rallentano l’assorbimento degli zuccheri e danno un senso di sazietà”.

Insomma, ci sono mille modi per nutrirsi senza ricorrere a prodotti derivati da animali.

“A volte alcuni pazienti esordiscono dichiarando che non vogliono nemmeno sentir parlare di ‘vegano’. Io non mi scompongo, ma li accolgo con un vero e proprio banchetto in studio: mostro i prodotti, li incuriosisco, e quando arriva il momento di strutturare la dieta tutto è cambiato: c’è il desiderio di sperimentare questo nuovo stile di vita, e i vantaggi non tardano ad arrivare”.

Come è cambiata la sua vita da quando è diventata vegana?

“Da quando sono vegana, ossia da circa 15 anni, sono più lucida, attiva, energica. Potessi tornare indietro lo farei prima, non mi metterei mai e poi mai a mangiare cibi di origine animale: credo in questa alimentazione per un approccio salutistico ma soprattutto etico. Lo faccio per gli animali. Ci tengo a ricordare che ci sono atleti di alto livello che diventano vegani per rendere di più durante la competizione. Per me, invece, il rispetto degli altri esseri viventi è lo stimolo più forte”.

Grazie alla dottoressa Depetris: siamo felici che abbia accolto con entusiasmo il nostro progetto.

Entra in teamvegan: facile, sano, etico!

Teamvegan.it: eccoci, alla vigilia dell’inizio di un’avventura bellissima e molto importante!

Saremo una sede italiana dell’associazione teamvegan.at, che riunisce atleti e sportivi VEGANI, nonché simpatizzanti, professionisti, giovani e meno giovani, desiderosi di trasmettere il loro amore per gli animali e uno stile di vita eticamente corretto, sano e rispettoso attraverso il buon esempio: fare sport, partecipare a manifestazioni sportive, essere in forma, nutrirsi in modo corretto.

L’idea nasce da un confronto avuto con una cara amica, Sara Pancot, che conoscerete presto. Un’italiana che vive a Vienna, atleta e vegana, che da quando ha scelto questo stile di vita vive meglio, ma soprattutto VINCE!

Lei fa parte di teamvegan.at, allora abbiamo pensato: perché non portare anche in Italia questa esperienza?

Si tratta di un’associazione senza fini di lucro, di promozione sociale che offre la possibilità di conoscere altri atleti vegani, incontrarsi e scambiarsi consigli utili. Inoltre cerca di creare contatti tra gli atleti vegani e dottori, nutrizionisti, allenatori vegani che possono contribuire con le loro conoscenze a migliorare le prestazioni sportive e a correggere la dieta vegana. Nel nostro caso nasce l’opportunità di allargare la cerchia di conoscenze anche in Austria con il team vegan.at che ha già quattro anni di vita.

Appartenere a TEAMVEGAN è SEMPLICE: basta essere vegani al 100%; non fare uso di doping; fare attività sportive inerenti al pensiero vegano (no attività sportive del tipo caccia e pesca e rodeo); versare la quota annuale di 30,- all’anno, che comprende tessera associativa e gadget.

Partecipare alle gare con la maglietta del team sarà un atto di cultura nel senso più alto e semplice del termine.

Attualmente stiamo per procedere all’atto fondativo dopo aver tradotto lo statuto in italiano, e saremo affiliati dell’associazione austriaca. In gennaio parte la campagna di iscrizione per diventare soci.

Avremo un conto in banca e opereremo nella massima trasparenza. Io ci metto faccia e reputazione, da giornalista mi occuperò volentieri e a titolo gratuito della comunicazione. Il contributo di ciascuno di noi sarà prezioso: trovare piccoli sponsor, promuovere iniziative, aggregare i nostri amici vegani. Il nostro intento è di farci conoscere partecipando a eventi legati allo sport e al veganesimo, portando il nostro personale contributo. Ognuno di noi è ambasciatore di uno stile di vita e di una scelta etica importante. NB: non serve essere atleti professionisti. Basta essere atleti vegani. Che ne pensate?

Per ora ci trovate sulla pagina Facebook: teamvegan.it

Il prossimo apputamento sarà il 3-4 febbraio al Veggie Planet di Milano: save the date!

Spero di vedere tante persone nel nostro nuovo team!