Cultura Archives | Silvia Allegri
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Cultura

Viaggio in Romania

Viaggio in Romania, tappa sconcertante e purtroppo essenziale nel mio percorso, umano e professionale.

Dopo lunghi mesi di silenzio ho deciso di ripartire così. Con un colpo di cannone.

Riporto integralmente il mio reportage fatto dopo il viaggio in Romania nell’agosto 2019. Non importa il motivo per cui sono andata, oggi. Importano le impressioni che si sono tatuate nella mia memoria. Lo shock e il dolore che ho provato. La rabbia nel sentirmi dire, da tanti giornali, “non è interessante”, “la Romania è lontana da qui”, “dobbiamo scrivere del Covid”O banalmente, “non c’è spazio”. Quello che segue è un testo che mi è stato commissionato ma poi… qualcuno ha cambiato idea.

Tante porte sbattute in faccia, ma il mio spazio qui c’è, e chi vorrà potrà leggermi. E magari conoscere anche un testimone vivente del mio viaggio. Abita con me, ha tre zampe, e lo adoro.

Buona lettura.

 

Nella periferia di Cernavodă, a 150 chilometri da Bucarest, si cammina facendo lo slalom tra la spazzatura. Il quartiere rom è un vero e proprio labirinto di baracche che si susseguono su strade rigorosamente non asfaltate. Qui i bambini vivono da randagi esattamente come i cani, loro compagni di vita, e cercano qualcosa con cui giocare, scalzi, le manine tra lamiere, sporcizia e avanzi di cibo. Non esistono cassonetti nel raggio di chilometri e tutto ciò che non serve finisce in discariche improvvisate: ormai da anni non viene nessuno a raccogliere l’immondizia. Procedendo in automobile si scorgono recinti fangosi dove vivono pochi maiali, oche e conigli. Vengono allevati e, quando arriva il momento, macellati sul posto, davanti agli occhi di tutti. Camminando per il centro bisogna fare molta attenzione: i marciapiedi sono dissestati e nell’asfalto si creano vere e proprie voragini, che solo gli esperti della zona sono in grado di evitare. Fuori dall’unico supermercato sono seduti alcuni anziani, e i pochi clienti che escono con i sacchetti pieni di spesa lasciano loro qualcosa: una bottiglia di olio, un pacco di pasta, un po’ di frutta. Sono pensionati, ma la loro pensione non è sufficiente, e se i figli non provvedono a contribuire alle spese mancano perfino i soldi per un’aspirina. Le vecchie auto sono scolorite e scrostate, ma ad attirare l’attenzione sono i carretti, parcheggiati fuori dall’ingresso, con tanto d’asino o cavallo legato ai pali con una cordicella. Se ne vedono un’infinità: passano veloci, carichi di persone, i cavalli magrissimi al trotto che schivano le buche. Spesso, attaccati al carro con catene troppo corte per le loro zampe, ci sono anche dei cani: trascinati letteralmente in giro per chilometri e chilometri, sfiniti di sete e di stanchezza. Siamo nel distretto di Costanza, in Dobrugia, e siamo in Europa. La Romania è entrata nell’Unione Europea nel 2007, ma non è ancora un membro a pieno titolo: qui vanno esibiti passaporto o carta di identità per varcare le frontiere. A Cernavodă prende vita il canale Danubio-Mar Nero, che la collega con Costanza attraverso due bracci accorciando il viaggio verso il capoluogo di circa 400 chilometri. Un’opera maestosa che costò la vita a troppa gente. Fu Ceausescu a dare il via ai lavori per la sua realizzazione nel 1975, riprendendo un progetto già esistente nell’Ottocento, poi abbandonato quando fu realizzata la ferrovia tra Cernavodă e Costanza, e ripreso più volte anche dopo la seconda guerra mondiale. Inaugurato a metà degli anni ‘80, esso costò la vita a migliaia di prigionieri politici arrestati dal regime, e a questa tragedia si deve il suo nomignolo inquietante, il Canale dei Morti. Su queste rive sorge l’imponente centrale nucleare, cinque reattori di cui due in funzione, costruita a partire dal 1982. Se ne riparla, in Europa, da qualche mese: circola la voce di un nuovo piano di espansione e di un accordo preliminare tra Nuclearelectrica, società romena, e due società cinesi, la China General Nuclear Power Corporation (Cgn) e la Central and Eastern Europe Investment (CEERI). In passato, però, diversi investitori internazionali si erano ritirati al momento di chiudere l’intesa. Certo è che il nome di questa città è noto esclusivamente per la sua presenza. Eppure di storia ce ne sarebbe, qui. Sulle alture intorno alla città sono venuti alla luce i resti di una cittadella tracia con tombe risalenti alla Prima età del Ferro. Una testimonianza che basterebbe, da sola, a rendere Cernavodă meta di studiosi e appassionati. In compenso, sulle rive del canale si vedono i resti di un sontuoso impianto di piscine mai terminato, ben visibile quando si attraversa il ponte, illuminato con i colori della bandiera romena. Una costruzione, questa, che spicca e quasi stona, più simile a un’attrazione da luna park che a un elemento urbanistico. Ce ne sono tanti, di cantieri avviati e abbandonati, destinati a diventare cimeli di archeologia industriale. Intorno a Cernavodă la vita scorre allo stesso modo, ma tutto passa ancora più inosservato. In città fuori rotta come Calarasi e Medgidia trovare visitatori stranieri e turisti è pressoché impossibile. Sulle strade, rigorosamente malridotte, attraversate da decine di randagi, si affacciano file interminabili di casermoni fatiscenti e baracche, e davvero si fatica a credere che questi luoghi facciano parte dell’Europa, quella dell’Unione e dei diritti. Si prova una sensazione di incredulità, a volte le immagini ritornano come un pugno nello stomaco. Se uno straniero o un turista arriva qui, tutti gli occhi sono puntati addosso. Che si tratti di operatori o volontari di qualche associazione, assistenti sociali, giornalisti, poco importa: chi vive in queste condizioni guarda i visitatori di turno con un mezzo sorriso velato di curiosità. “Cosa c’è di interessante, qui?”, chiedono tutti. Prevale la diffidenza, in un primo momento. Ma succede anche che qualcuno decida di raccontarsi un po’, versare una lacrima senza la paura del giudizio, aprire le porte di casa. Se di casa si può parlare: una ragazza è pronta a fare strada dentro una scatola buia, senza finestre, con un materasso buttato per terra, e due pareti coperte di ripiani di fortuna su cui si trovano riposti abiti logori, pentole, scarpe. Quando gli occhi si abituano alla penombra si delinea la figura di un uomo: non si accorge di essere osservato, dorme pesantemente, la puzza di alcol è nauseabonda. E c’è spazio anche per una bicicletta e un po’ di cibo in scatola. La solitudine è alle stelle, e se arriva qualcuno disposto ad ascoltare si scatena la voglia incontenibile, repressa da chissà quanto tempo, di trovare un appoggio, un contatto umano. Ma i rom non vivono solamente in quartieri specifici, e se ne incontrano in diverse zone della città, ovunque vi siano edifici abbandonati.

In una baracca mezza sfondata sulle rive del canale, in una zona che si inonda d’acqua a ogni piena e dove l’umidità deteriora ogni cosa, vive un gruppetto di famiglie rom. Si intravvedono già da lontano, mentre stendono il bucato e stanno seduti sul bordo della strada, ad aspettare non si sa che cosa. Un bambino se ne sta tranquillo, in disparte, in un catino di plastica, a osservare i suoi fratelli più grandi che girano e giocano scalzi. Quale sarà il suo futuro, viene spontaneo chiedersi, in un paese dove tantissimi minori non hanno neppure i documenti, e quindi figuriamoci se vanno a scuola? Quanto ci vorrà, ancora, prima che i gap sociali, economici e culturali possano essere colmati?Eppure, sparse di qua e di là, generalmente affacciate sulle vie principali dei centri abitati, si notano anche case moderne, nuove. Hanno il cancello, a differenza di altre. In giardino dominano la scena statue e fontanelle, e splendidi vasi di fiori sono posizionati in aiuole con l’erba tagliata di fresco. Davanti al cancello Maserati, Ferrari, Porsche splendenti. Sembra un miraggio, ma non lo è. Sono i tempietti dei papponi, gli sfruttatori: li chiamano ‘pesci’ in dialetto romeno, quegli anelli della catena che si occupano di procurare bambini e mandarli a ovest, nei paesi ricchi dell’Europa, a fare accattonaggio e a prostituirsi. La grande pancia scoperta d’estate, catene d’oro al collo, sono loro i signori indiscussi delle città, guardati con timore e anche un po’ di ammirazione. E a distanza di anni dalla dittatura che ha lasciato tracce pesantissime addosso alla gente diventano esempi da imitare in totale assenza di altri modelli e stimoli culturali.

La Romania che non si dovrebbe più vedere

Una parte di Romania, oggi, è anche e ancora questa. Un paese diviso in due. Esistono le grandi città pronte a decollare, che vantano centri universitari, scuole di musica, accademie di danza di tutto rispetto, dove si sente, insomma, che siamo in Europa. Ma esistono anche paesi e villaggi costituiti da chilometri di baracche, tetto in eternit e muri di lamiera o di fango, dove l’asfalto non è mai arrivato, ma dove non arrivano neppure l’acqua corrente, il riscaldamento, la luce. Dove i libri, l’igiene personale, l’educazione al rispetto delle donne e dei bambini sono un miraggio. Qui, in condizioni di povertà a livelli imbarazzanti e inimmaginabili, ci si sente lontani anni luce dall’Europa, dall’Italia. E questo pensiero si rinforza ogni volta che per strada sfreccia un carretto di legno, munito di targa, con famiglie intere a bordo. A Cernavodă dopo qualche giorno il cuore diventa pesante, per chi non ci è nato.

E per trovare un sollievo temporaneo non resta che salire sulla collina, e ammirare il maestoso tramonto sulle acque del canale: visto dall’alto, nei colori della sera, non sembra nemmeno il luogo da incubo dove centinaia di persone trovarono la morte, tra prigionia e lavori forzati.  Ma anche qui, di fronte all’imponente bellezza dei boschi e di un cielo stellato e senza nuvole, sale l’amarezza. Tornano in mente i tesori naturalistici romeni difficili da descrivere, se non li si vede coi propri occhi. Andando verso Costanza o il delta del Danubio, i boschi diventano sempre più fitti. Proprio qui si sono tristemente distinti i cacciatori e bracconieri italiani: si è parlato più volte, in questi anni, dei tanti tour operator pronti a organizzare viaggi su misura per comitive di ‘amanti’ della natura armati di fucili, richiami vivi o elettromagnetici, apparecchi vietati dalle direttive europee, e migliaia di cartucce. Più volte, in questi anni, è stato denunciato il prolificarsi dei viaggi venatori, e durante le perquisizioni la polizia ha messo in stato di fermo diversi italiani, trovando migliaia di uccelli e altri animali morti nelle loro camere d’hotel. Come riconoscerli, oggi? Dai mesi primaverili in poi si possono osservare decine di pick-up parcheggiati fuori dai pochi alberghi, con tanto di cani al seguito. E dentro le camere, ad aspettare i cacciatori, ci sono le ragazze appositamente reclutate nei paesi vicini.

Bucarest, tra orde di turisti e ragazzine sfruttate

Tornare a Bucarest, dopo giorni trascorsi tra le baraccopoli del distretto di Costanza, fa tirare un respiro di sollievo. In due ore di pullman si lasciano alle spalle le baracche rom e si entra nella Parigi dell’Est. Un cambiamento addirittura frastornante: le fontane volute da Ceausescu sono tornate in funzione e animano il cuore della capitale, tra i centri commerciali con le insegne della globalizzazione, i fast food, gli edifici delle grandi società europee e americane. È uno splendore il centro storico, col suo cuore antico, Lipscani, un tempo luogo di malavita e oggi rimesso a lucido. Ma uscendo dal centro i quartieri poveri si mostrano nella loro nudità. Qui è ancora possibile intravvedere i ragazzi delle fogne, quelli che vivono nei tombini e per scaldarsi, d’inverno, sniffano colla e dormono abbracciati ai cani. Ci ricordano che la Romania è il paese europeo con la più alta percentuale di orfani bianchi. Vivono da soli o con i nonni, i bambini e i ragazzi romeni, mentre i loro genitori sono venuti in Italia e in altri paesi più ricchi per mettere da parte qualche soldo. Sognando di tornare in patria, comprare un piccolo terreno, ricominciare una nuova vita. I turisti europei si aggirano per le vie di Bucarest, chiassosi e allegri, ascoltano i concerti, vanno alle terme, passeggiano nei parchi. In questo paese dei balocchi che è il centro della capitale si trovano, accanto a meravigliose librerie e a negozi di gadget, un’infinità di night club, birre buone e poco costose, ragazze bellissime che vengono letteralmente esibite sui tavoli e dietro i banconi dei bar. Donne giovani e belle, animali da cacciare, vacanze a buon mercato attirano tanti turisti occidentali. Sono questi i tanti volti contrastanti della Romania: la bellezza e lo sfruttamento, l’aumento del Pil e la povertà estrema, il divario tra la capitale e quei luoghi grigi e disagiati dove non esistono il diritto alla salute e all’istruzione.

I diritti calpestati degli animali

Vagano a decine per le strade delle città e dei paesi, a centinaia nelle campagne. Magri, spesso malati, feriti. In ogni caso, soli e sempre esposti a continui pericoli, dalle violenze umane agli incidenti stradali. Sono gli animali randagi, un’altra piaga della Romania, non ancora risolta nonostante un sensibile miglioramento rispetto alla fine del XX secolo.Nel 2001, per la prima volta, arrivarono in Italia le immagini del massacro dei cani a Bucarest: avvelenati, scuoiati, uccisi a bastonate e fucilate. I cani si erano impadroniti della capitale, complici gli abbandoni sistematici da parte dei cittadiniche dovettero lasciare le loro case prima che venissero rase al suolo per dare spazio ai boulevards voluti da Ceausescu, e andare a vivere in casermoni di periferia. La proliferazione dei cani ha portato a enormi problemi di gestione e sofferenza, e il randagismo raggiunse un picco così alto da convincere le autorità locali a sterminare gli animali e invitare i cittadini a ucciderli con ogni mezzo.

La sofferenza animale, ancora una volta, è profondamente connessa a quella umana. A testimoniarlo c’è anche la presenza di una grande associazione italiana Save The Dogs and other animals, onlus fondata dalla milanese Sara Turetta, attiva sul territorio di Cernavodă e dintorni dal 2003. L’associazione si occupa di sterilizzazione, soccorsi, recupero e cure destinati principalmente ai cani, ma ospitando nella sua sede anche numerosissimi gatti, cavalli e asini. La sua clinica, che un tempo sorgeva lungo le rive del canale ed è stata poi trasferita in collina per le continue inondazioni che la minacciavano ciclicamente, è un punto di riferimento per la popolazione di Cernavodă. L’assistenza agli animali da lavoro è un servizio estremamente utile: chi ha un cavallo o un asino possiede la libertà di spostamento e movimento, lusso non da poco in un paese dove i mezzi pubblici sono scarsi se non assenti, di pessima qualità e costosi rispetto agli stipendi miseri.

Il concetto di accudimento e di cura non esiste, e qui gli animali sono utili se sanno lavorare. Quando la clinica mobile si attiva, e questo avviene se ci sono i fondi a disposizione, le famiglie si riversano con i propri cavalli e asini. Talvolta le trattative per farsi cedere un animale ferito o sofferente sono estenuanti. Ma soprattutto si ha la certezza che quelle stesse persone se ne procureranno un altro, e si ricomincia da zero. Perché, sembra incredibile ma è così, procurarsi un cavallo non è nemmeno così difficile. Nelle strisce di prato che fiancheggiano le strade se ne vedono, intenti a mangiare l’erba, senza capezza e a volte perfino slegati. D’estate sono in carne e sani, ma d’inverno muoiono di fame e di freddo. E se non ‘funzionano’ come macchine da lavoro vengono scartati senza scrupoli. Eppure, attraverso il soccorso agli animali diventa possibile creare un dialogo con le persone. Andare a prelevare un cucciolo da curare o un cane da sterilizzare significa, per gli operatori del territorio, prendere coscienza di altre problematiche e tentare di risolverle. Le onlus, in questi decenni, hanno fatto le veci di uno stato inesistente, creando un preziosissimo anello di collegamento tra realtà rurali immerse in una povertà estrema e l’opinione pubblica del continente, che attraverso il loro lavoro può scoprire quanta miseria si nasconda a così poca distanza dall’Italia. Nella clinica di Save the dogs arriva la sterilizzazione gratuita per i cani delle famiglie povere, e arrivano anche vestitini, scarpe, giocattoli per i bambini. Per un certo periodo la onlus italiana ha proposto perfino attività di terapia con gli animali per i bambini autistici, i detenuti, gli anziani. Qui è tutto pulito e i box degli animali sono abbelliti di fiori. È una piccola isola felice in un mare di desolazione. Un luogo dove molti romeni trovano lavoro, dove si esercitano l’empatia e la cura dell’altro, e dove si respira un po’ di ottimismo: le basi di un nuovo inizio potrebbero partire anche da qui.

Silvia Allegri

 

 

 

#iorestoacasa e mi diverto, ecco cosa ho riscoperto

#iorestoacasa, e mi diverto. Contro ogni mia previsione questo isolamento forzato che dobbiamo sostenere per sconfiggere l’epidemia è diventato un clamoroso stimolo a tirare le somme. E possono arrivare grandi soddisfazioni. Perché se oggi, dopo giorni senza vedere un essere umano se non via Skype o a distanza di decine di metri, non sono ancora crollata, significa che sono venute in soccorso risorse inaspettate. Questi giorni sono un grande insegnamento di cui farò tesoro, come in tutti quei casi della vita in cui c’è stato un prima e c’è un dopo.

Ecco cosa ho scoperto, pensato, imparato.

  1. Se la propria vita interiore e la spiritualità vengono coltivate e allenate, restare in piedi è possibile. Il silenzio, l’isolamento, la lontananza sono spazi che si riempiono di pensieri e di concentrazione. La mente è lucida nel silenzio, se siamo abituati a tenerla in esercizio e a stimolarla.
  2. Ricordiamoci che siamo dei privilegiati. A poche centinaia di chilometri da noi ci sono persone che non hanno una casa e sono fuggite da paesi in guerra, che hanno fame e non hanno cibo, sono indifesi e non hanno protezione. Esiste una quantità clamorosa di ingiustizie su questo pianeta, è ora di prendere atto delle nostre fortune. Che abbiamo senza meriti precisi, ma per il solo fatto di essere nati qui.
  3. Fare ordine in casa per fare ordine nella propria anima. Quante cose si accumulano nei giorni frenetici che caratterizzano le nostre vite? Si appoggiano sui tavoli, negli armadi, nei cassetti e sulle mensole, in frigorifero e sul comodino, all’attaccapanni e sugli scaffali. Riprendere in mano tutto ciò che ci circonda, ricordarsi da dove lo abbiamo preso e a cosa serve, scegliere se ne abbiamo realmente bisogno, rispolverare e riutilizzare, oppure eliminare, ricordandosi quanto è importante, la prossima volta che ci capita, valutare l’utilità di ciò che compriamo o prendiamo prima di riempire la casa di nuovi oggetti destinati a invecchiare sotto la polvere.
  4. Prendiamo le distanze dal futile. Da ciò che è finto, dalle nostre ansie di apparire, dalle torture che ci infliggiamo per coltivare apparenza e dare spazio all’inconsistenza. Cogliamo l’essenziale, impariamo l’arte di essere sobri.
  5. Il rapporto con il cibo: quanto ci serve, a volte, mangiare per riempire vuoti, scacciare la noia, compensare mancanze? In questi giorni, in cui perfino fare la spesa diventa complicato, possiamo riguardare le nostre dispense e utilizzare ciò che c’è per non farlo invecchiare, dedicare cura a ciò che prepariamo, mangiare con calma e in silenzio, ringraziando di poterlo fare. #iorestoacasa e mi diverto anche a cucinare con quello che trovo, e ad assaporare con calma quello che metto nel piatto.
  6. Gli animali di casa. Chi li ha potrà riscoprire un nuovo modo di viverli. Io li ringrazio ogni giorno per essere con me, per regalarmi amore, per condividere momenti, per permettermi di scandire con regolarità le mie giornate. Gli animali sono la nostra più grande risorsa, e meritano rispetto, ben oltre l’emergenza.
  7. I contatti ‘sanguisuga’. #iorestoacasa e ho tempo di riguardare la mia rubrica telefonica e i miei contatti su Facebook. Chi c’è realmente nella mi vita? Chi c’è solo quando ne ha bisogno Chi c’è in mancanza di altro da fare o altre persone da vedere? Nell’emergenza posso accorgermi degli affetti veri. E quelli non autentici prendono altre strade. Ci si congeda così, senza tanti sforzi, e si tengono strette le persone che amiamo. E che ci amano.
  8. Coltivare l’empatia. Cosa provano coloro che sono sempre in prigione? Gli animali degli allevamenti, in carcere senza colpe? I prigionieri politici nei paesi dove esistono dittature? I profughi costretti in pochi metri per giorni, mesi, anni, in campi in cui le condizioni di vita somigliano alla morte? Non esiste solo il nostro orticello.
  9. Osservare la natura, e ringraziarla. Dal balcone, dal giardino, dalla finestra sentiamo il canto degli uccelli, l’aria è più limpida, sugli alberi spuntano le gemme e nella terra sbocciano i fiori. Lo faccio da sempre, ma ho realizzato che la bellezza della natura è il più potente balsamo per l’anima.
  10. E poi leggere, leggere, leggere. Per dare onore al nostro cervello, per aprire nuovi orizzonti, per divertirsi, per sognare.

E così #iorestoacasa e mi diverto. Colgo questa grande opportunità di fermarmi, di osservare e di raccogliere i frutti di un lungo lavoro fatto.

In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

Un viaggio forte, duro, indimenticabile

In viaggio per Save the Dogs, travolta da tantissime, quasi troppe emozioni. La felicità incontenibile nel salvare una cagnolina vecchia e malata, e portarla via dalla strada. La frustrazione devastante nel lasciare su quei marciapiedi decine e decine di altri cani, perché lo spazio e le risorse economiche non sono sufficienti. Le lacrime di gioia nel vedere l’amore con cui un’infermiera maneggia un animale bisognoso di cure, quelle di rabbia nel constatare che esistono bambini e anziani che non hanno niente, nemmeno un paio di scarpe. Il mio viaggio in Romania è terminato da pochi giorni. Un viaggio temuto per molti anni, inevitabile oggi, per poter raccontare con consapevolezza la meravigliosa storia di Sara Turetta e Save the Dogs. Un viaggio così pieno di punti di domanda da spaventarmi da matti, ma anche fortemente desiderato. Perché alla fine prevale la voglia irrefrenabile di capire, vedere, scavare, anche a costo di soffrire. Sara mi ha presentato il suo regno, la sua creatura, e ha rivisto la piccola Amelie, pronta a raggiungerla a breve in Italia.

Sono sostenitrice di Save the Dogs da anni, ormai, e da anni conosco la sua presidente. Ma il momento di partire è arrivato in questa estate 2019. Conoscevo, grazie alle parole di Sara, ma anche al magazine dell’associazione, ai documentari, ai telegiornali, le infinite contraddizioni e difficoltà di un paese che è entrato nell’Unione Europea dal 2007 ma dove ancora troppi diritti sono negati. Il diritto all’igiene e all’educazione, in quelle comunità rom, e non solo, dove i soldi non sono sufficienti, manca il lavoro, luce e gas e acqua corrente sembrano un sogno. Il diritto di essere bambini, in luoghi in cui fin da piccoli si vive per strada e si deve contribuire a portare a casa da mangiare inventandosi dei lavoretti precari e vivendo costantemente esposti a violenze. E ovviamente i diritti degli animali, vaganti per le strade, non sterilizzati, abbandonati in sacchi di plastica o uccisi, non vaccinati, denutriti e picchiati.

Chiaro che vedere ed essere catapultati in una simile realtà è un’altra cosa. Ho sostenuto, non so ancora come, la vista di asini macilenti e cavalli scheletrici e zoppi che trascinavano carretti, di cani con la rogna e affamati sul ciglio di strade dove i tir sfrecciano e a volte morire è quasi un sollievo rispetto a una vita di stenti e di pericoli continui, di gatti magrissimi che ti inseguono fin dentro casa pur di mangiare qualcosa, provati da un’esistenza fatta solo di fughe e di nascondigli. Poi diventa essenziale buttare fuori, rielaborare, e chissà quanto tempo mi ci vorrà. Non basterà una vita intera, credo. Perché dopo che hai visto, non puoi più tornare indietro.

Footprints of Joy

Footprints of Joy di Save the Dogs, a Cernavoda, è una cattedrale nel deserto. Entri e incontri più di 60 asini e più di dieci cavalli salvati per miracolo. Come Emma, la puledrina nata con una malformazione e scaraventata da un’auto in mezzo alla strada, salvata dallo staff e oggi in attesa di essere operata.

Incontri centinaia di cani: quelli appena arrivati, in cura, quelli che seguono un percorso di recupero psicologico per superare i traumi subiti, quelli ormai pronti per essere adottati in Italia e in altri paesi, quelli troppo anziani o malati per poter partire, ma che trovano nel canile un rifugio sicuro dove vivere serenamente, al riparo dalle botte e dalla fame. E poi i gatti: gattini e gattoni che fanno le fusa a tempo pieno, timidi o spudoratamente espansivi, belli come il sole, nelle loro colonie distribuite sull’intera area o nel gattile, un’oasi di pace e bellezza. Mi rifugiavo lì, dopo le visite nelle baraccopoli, i giri per la distribuzione del cibo ai randagi di Cernavoda, il tour con il censimento dei cani, il soccorso di animali in gravi condizioni. In quel piccolo condominio con giardino a misura di felini chiudi gli occhi e respiri, e quando li riapri di sicuro ne hai qualcuno vicino, che ti guarda e ti chiama per avere carezze. Andavo lì col mio computer, a scrivere e anche a piangere, a calmarmi e cercare di scaricare tutte quelle emozioni troppo forti e contrastanti per non prosciugarti.

Sì, perché ci si prosciuga davvero lì. L’assenza delle istituzioni, la povertà sbattuta in faccia, senza poter trovare soluzioni immediate. La frustrazione che ti devasta, quando pensi che ne salvi uno e migliaia invece moriranno. In un paese a pochissima distanza da noi.

La veterinaria che ha amputato la zampetta del mio Lucio, micio tripode arrivato dalla clinica lo scorso anno dopo essere stato salvato in una delle peggiori baraccopoli della Romania, quando ha saputo che ero io la sua adottante mi è venuta vicino e mi ha abbracciata commossa. Si chiama Miet, ed è una persona meravigliosa.

 

E che dire poi dello staff?

I medici e infermieri volontari, gli operatori, le ragazze dell’ufficio, che in ufficio ci stanno ma sono anche onnipresenti, conoscono uno a uno gli animali ospitati, li seguono nei loro progressi e li accompagnano verso una nuova vita. Li ho visti sorridere e anche nascondere una lacrima, mentre mi raccontavano le loro esperienze. Il mio cuore batte con loro, adesso ancor più di prima. Ringrazio tutti loro, davvero, e in particolare abbraccio virtualmente Stella e Sara, che mi hanno dedicato tempo per spiegarmi il loro lavoro, per presentarmi i ‘loro’ tesori.

Il senso di tutto questo: portare cultura e benessere. A tutti

Il potere della goccia nell’oceano. Ho capito che bisogna appigliarsi a questo per non impazzire. E tanta gente, in questi anni, è impazzita in quei posti. Ti ritrovi solo, guerriero coraggioso ma solo, contro una miriade di nemici. Ho capito che il nemico più grande è l’indifferenza. Quella che ho visto negli occhi di tante persone, che passano vicino a un animale agonizzante e non lo vedono. Ma d’altra parte, come potrebbero vederlo, se nessuno ha mai insegnato loro la compassione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro?

Ho capito, soprattutto, che senza cultura questo povero mondo andrà in malora prima del previsto.

Se avessi risorse le spenderei, oggi, principalmente per aiutare Sara e il suo staff a fare un lavoro sul territorio. La loro clinica mobile, quando c’erano i soldi per farla funzionare, ha permesso di sterilizzare a domicilio, e quando entri nelle case e nelle baracche vedi e tocchi con mano il degrado, e forse, però, puoi fare qualcosa. Se non ci fossero animali da assistere quelle persone non aprirebbero le porte. Il randagismo si risolve a monte, facendo cultura, insegnando la giusta relazione con gli altri esseri viventi e i bisogni degli animali. Far adottare è la cosa più gratificante, ma il vero lavoro, come sempre, è dietro le quinte.

Ancora una volta mi salta agli occhi con chiarezza quanto la vita degli esseri umani e degli animali sia intimamente connessa. Se non curi uno trascuri l’altro. Se vedi il dolore, lo vedi in ogni sua espressione, che sia il pianto di un bambino, il lamento di un vecchio, il guaito di un cane.

Quelle immagini mi restano dentro, come gli odori forti che mi hanno assalito nei cortili di quella gente misera che vive a piedi nudi insieme ai maiali e alle galline.

Sono contenta di aver riposto in Save the Dogs la mia fiducia da anni. Non mi sbagliavo. Questa associazione compie dei piccoli miracoli ogni giorno. Ci ricorda che la sofferenza non ha il passaporto, e l’aiuto che dai in un angolo della terra contribuisce al benessere di tutti.

Save the Dogs mi dimostra quanto è bello e doveroso lavorare mettendo sempre insieme i due elementi più importanti: il cuore e il cervello.

Incontri speciali, incontri d’estate

L’estate ci raggiunge con le sue giornate lunghe, il suo caldo e la sua luce. È un momento magico questo, un momento perfetto per chiudere con le cose che ci hanno fatto male e aprirsi a nuovi incontri. Allontanare chi ci ha stressato e non merita le nostre energie, ritrovare la propria serenità e aprirsi a nuove possibilità di dialogo.

Il dialogo per me è soprattutto quello fatto di sguardi, di tatto e contatto, e non di parole. Un giorno qualcuno mi disse che parlare con gli animali è facile, tanto loro non possono rispondere e ci danno l’illusione di capirci e non giudicarci. Credo che sia interessante partire da questa stupida considerazione e accogliere questa sfida, perché evidentemente gli incontri speciali non sono pane per tutti. Gli animali si avvicinano quando sentono di potersi fidare, e in assenza di parola l’istinto li guida. Così, se anche noi diventiamo capaci di usare i nostri sensi, diventiamo protagonisti di scambi energetici straordinari.

Il lavoro mi ha portato a esplorare il mondo dei lupi, il mondo dei camosci e dei mufloni, la bellezza e la serenità della fattoria, con i suoi animali di campagna, docili e lenti, poetici e concreti insieme. Mi sono presa, e continuerò a prendermi il lusso di cogliere ogni occasione per imparare di più, da loro e dal loro ambiente, osservandoli da lontano o gustando la loro presenza da vicino, favorendo gli incontri tra loro e altri umani. Se ci si presenta puliti e aperti al dialogo le occasioni si moltiplicano. Non è un’arte che si impara questa, ma la capacità di ragionare al di là delle classificazioni di specie, al di là di ogni presunzione, cancellando dal nostro modo di porci quell’inutile, e anzi dannosa attitudine umana a considerare sempre gli altri esseri viventi in base alla funzione che possono rivestire per la nostra utilità.

In questo modo torniamo a casa con un bagaglio ricchissimo di sensazioni che non si imparano studiando, e neppure utilizzando sempre la nostra razionalità. E ogni incontro diventa una grande opportunità per rivedere i nostri parametri, e per imparare l’arte stupenda di lasciarsi andare.

Verona, città standard-friendly che dice no al diverso

Fa male sentirsi a disagio e diverso nella propria città. Appena si rientra da un viaggio la bellezza del ponte Pietra, degli scorci meravigliosi di Verona riempie il cuore. Ci si sente bene, qui. Ma la bellezza, si sa, non basta. La tua città deve essere anche la città dove ti senti a tuo agio mentre cammini, mentre parli, mentre osservi le persone. Il luogo dove ti senti a casa, accolto, protetto.

Tornata ieri da un viaggio di lavoro all’estero, ho analizzato con più attenzione i fatti accaduti in città in questi giorni. Il Festival Internazionale dei Giochi di Strada, il Tocatì, è iniziato, e a dominare le pagine dei giornali c’è il provvedimento del neosindaco di Verona, Federico Sboarina, che ha deciso di annullare l’appuntamento della Biblioteca Vivente all’interno della manifestazione. Biblioteca vivente: persone in carne e ossa che si mettono a nudo e si raccontano a perfetti sconosciuti, per insegnare loro la difficile esperienza della discriminazione e trasmettere la forza degli ideali e dei sogni, che ti spingono a superare le barriere. I titoli di questi ‘libri’ parlano di scelte sessuali diverse, di omosessualità, di amore. E dunque per questo si è deciso che un tema del genere sarebbe stato ‘diseducativo’. Ad alzare la voce e a urlare allo scandalo i consiglieri del Popolo della Famiglia, che hanno ricordato al sindaco le sue promesse elettorali: a Verona bisogna promuovere una cultura cattolica che valorizzi la famiglia intesa come nucleo composto da marito, moglie e figli. Il sindaco non perde tempo, e esegue gli ordini di scuderia, in coerenza con quanto promesso.

Ricordo lo sconcerto quando alcuni giorni fa, prima di partire, ero andata a seguire per il giornale per cui scrivo la conferenza stampa sul musical al teatro Romano dedicato al nome di Maria e all’Evangelizzazione: anche lì il sindaco ha ribadito la sua adesione ai principi della chiesa cattolica, ricordando poi come tutta la sua Giunta sia in linea con questa visione.

Ero sconcertata, quel giorno, e avrei voluto chiedere: Sindaco, ma cosa pensa lei di me, che evidentemente vivo in modo diverso dal suo, non vado in chiesa come invece fa lei, non sono sposata e vivo ‘solo’ con un cane e un gatto, o delle mie amiche lesbiche, dei miei amici gay, dei miei amici musulmani?

Perché un sindaco rappresenta la città nella sua interezza, e perché, a memoria, mi pare di ricordare che viviamo in uno stato laico dove ogni cittadino ha il diritto a scegliere a quale ‘chiesa’ appartenere.

Allora mi tornano in mente tanti piccoli episodi: come quando il parroco che mi incontra nel parcheggio sotto casa mi dice di sbrigarmi, e mi chiede cosa aspetto a metter su famiglia, sposarmi e fare figli, visto che ho 40 anni. Come quando un’amica, molti anni fa, mi disse che avrebbe lasciato l’Italia per vivere la sua omosessualità in santa pace, senza essere guardata male ogni minuto se tiene per mano una donna. Mi viene in mente anche chi, spesso, mi dice: ‘Ah, tu che non hai figli non puoi capire’, come se l’assenza di figli costituisse un limite alla mia capacità di empatia.

Insomma, anch’io sono una “diversa”: in una città standard-friendly ogni percorso di vita che si discosti da quell’insieme di tappe obbligate – fidanzamento, matrimonio, figli – diventa pretesto per indagare con sguardo morboso e curiosità malata nelle vite altrui, sputando sentenze. Allora si viene guardati come dei falliti, come delle persone incapaci di avere successo, perché quella fede al dito dopo un matrimonio rigorosamente in chiesa è l’unico lasciapassare per poter essere accettati.

“Insieme di persone congiunte da vincoli di sangue e perlopiù conviventi”: questa è la definizione di famiglia che trovo sul dizionario. Parlo più. Per la legge italiana però io stessa, da sola, costituisco una famiglia: ho la residenza in una casa dove vivo solo io. Io posso avere mille motivi per aver deciso di non avere un marito o dei figli di fianco a me. Possono essere state scelte legate alla fortuna, a un incidente di percorso, ai casi della vita: perché dovrei giustificarmi, allora? Non potrei avere dentro la mia storia qualcosa di doloroso di cui non voglio parlare? E una mia carissima amica, che dopo anni di convivenza con un uomo ha capito di amare una donna, e adesso sta vivendo una storia d’amore meravigliosa, perché deve giustificarsi e sentirsi etichettata come diversa, strana, sbagliata? Perché deve avere paura se bacia la sua compagna, perché deve convivere con sguardi indiscreti? Ricordo anche un ex collega che ha deciso di cambiare sesso, e ricordo il suo calvario le lacrime durane le pause caffè, il terrore di affrontare la famiglia, la paura di perdere il lavoro.

Ho la fortuna di avere amici di ogni genere e mi vanto di avere la capacità di accettare le loro diversità, come loro hanno la capacità di accettare le mie. Queste sono le relazioni che mi arricchiscono, che mi stimolano, che mi danno la forza di credere nei sentimenti. Mi mette a disagio vergognarmi di chi amministra la mia città adesso, perché avverto quella presunzione che non fa bene alla crescita personale, quella che ti vieta di metterti a confronto con l’Altro, chiunque esso sia.

Dopo una settimana in una grande città europea, dove ho parlato ogni giorno con decine di persone di ogni angolo della terra, sono tornata a casa arricchita: ho imparato come stringe la mano un giapponese, come vive un tecnico italiano in giro a collaudare macchinari 300 giorni all’anno, come si svolge la giornata di un rappresentante lituano, quali difficoltà può avere una ragazza italiana lesbica che lavora per una ditta milanese, come passano le loro serate i cinesi quando sono in viaggio per lavoro, quale birra preferiscono i tedeschi in autunno, come si veste un manager indiano.

Il diverso diventa il mio bagaglio culturale, il mio patrimonio. E ringrazio queste persone, come ringrazio le persone straordinarie che si prestano a fare i ‘libri viventi’ in città e a raccontare le proprie ferite agli altri, per spianare la strada a quelli che vengono chiamati ‘diversi’, ma che in realtà sono persone come tutte le altre, ma non ‘standard’: persone che sanno lottare per la propria identità e considerano la propria vita un bene prezioso da vivere a modo loro, nel rispetto degli altri.

Sindaco, consiglieri del Popolo della Famiglia, pensate sia semplice mettere a nudo la propria vita per aiutare gli altri a superare le barriere? Lo sapete che raccontarsi significa metterci la faccia, la pelle, il corpo, il cuore? Cosa fate voi se vi capita che vostro figlio, o un vostro amico, vi confessi di essere gay? Proponete il rogo?

Sempre in questi giorni all’estero ho anche sentito frasi come: Tutti i tedeschi guidano da cani, tutti gli austriaci sono stupidi, tutti i gay sono esibizionisti: e ogni volta che queste frasi arrivavano alle mie orecchie mi cresceva dentro una rabbia così forte che avevo voglia di piangere, perché “il pregiudizio è un’opinione senza giudizio”, diceva Voltaire, e ogni pregiudizio diventa un limite, un muro, un tassello in più nel mosaico dell’odio verso l’altro.

Forse, grazie al Partito della Famiglia e agli integralisti cattolici, grazie alle persone ignoranti, nel senso letterale di persone che ignorano, che non conoscono, da oggi Verona ha una marcia in più: perché le persone che amano in modo diverso dalle altre adesso non staranno più zitte. E la loro voce sarà un arricchimento in più per tutti.

 

 

 

Dal dramma… alla consapevolezza

Se avessi avuto ancora un minimo dubbio, questo se ne sarebbe andato per sempre. Ho vissuto giorni di fortissima angoscia, pieni di paure, sconforto, incertezze, preoccupazione. Al centro di questo dramma, uno dei miei animali. Quando si insinua il sospetto che una brutta malattia te lo possa portare via la disperazione piomba addosso come un macigno. Ti scorrono davanti i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni vissuti insieme e ti sembra impossibile che qualcosa di drammatico possa interrompere questo tempo sereno..
Ma ciò che mi ha sconcertato, in quei giorni tremendi, è stata la reazione delle persone. Alcune le ritenevo di fiducia, care, amiche. Ma sono stata accolta con un cinismo e un’indifferenza che mi hanno quasi distrutto. In quei giorni è come se si fosse spostato dai miei occhi, cadendo per sempre, un velo, tanto impercettibile quanto resistente, che mi separava dal mondo esterno facendomi credere ciò che in realtà non esisteva. Il mio dolore, la mia preoccupazione mi hanno fatta sentire lontana da tutto e da (quasi) tutti. Mi sono sentita sola, a un certo punto, priva di certezze che avrei dato per scontate fino al giorno prima.
Ma come sempre a fronte di una cattiva esperienza ce ne sono di buone. Lui adesso, il mio adorato quattrozampe, sta bene. Io sono rinata. Guardiamo avanti godendoci ogni giorno che ci vedrà insieme.
Ma quella consapevolezza resta e si è trasformata in un nuovo atteggiamento: disponibilità, cortesia, apertura al mondo, ma con le orecchie in alto, come gli asini, dai quali non smetterò mai di imparare.
Loro sanno insegnare la pazienza e la giusta diffidenza, quella che serve per misurare davvero chi abbiamo davanti, e come tutti gli animali non recitano. Sono così, come li vediamo. Accoglienti ma attenti.
Ho trovato un enorme sostegno anche dalle associazioni che sono nate per loro, per difenderli, questi animali. Grandi e forti, eppure fragili di fronte all’ottusità umana, che spinge troppo spesso ad agire con egoismo, dimenticando invece l’importanza dell’empatia. Non potrò mai dimenticare le telefonate e i momenti condivisi con Sonny, Nadia, Lorenza, Emanuela, Michela, Mari. E naturalmente la presenza di quegli amici stretti e affettuosi che partecipano a gioie e dolori con vero trasporto.
Un’esperienza negativa si trasforma allora in un tesoro, che arricchisce e aiuta ad affrontare con un nuovo spirito le difficoltà che si presenteranno. E che mi consente di aver capito, una volta di più, che chi mi ama, ama anche i miei animali, le mie angosce, le mie paure.
I giorni drammatici sono diventati uno stimolo ulteriore a scrivere, studiare, comprendere quali sono le persone su cui potrò fare affidamento in futuro. Promuovere un cambiamento e una nuova bella relazione tra persone e animali, tra animali e persone.
Grazie Ringo, e grazie anche a chi mi ha sostenuto nei momenti più difficili, con competenza e partecipazione.

A spasso con il cane per scoprire tanta bellezza

Finalmente è arrivato, e quando lo si vede pronto e fresco di stampa ci si commuove sempre.
A spasso con il cane raccoglie trenta itinerari nella provincia di Verona. Scritti per Verona fedele, questi ‘diari’ di passeggiata si sono trasformati in una piccola guida per chi, come me, insieme al proprio cane ha voglia di scoprire la bellezza che ci circonda. Si tratta di castelli, parchi, rive di un fiume, boschi, fontane, borghi antichi, distese di vigneti o di risaie, in molti angoli della provincia di cui spesso non si è mai sentito parlare.
Per me, ognuno di questi itinerari è legato a un ricordo, a un sentimento. Spesso mi è capitato di partire da casa conoscendo la zona in cui sarei voluta arrivare soltanto per sentito dire. Partivo un po’ all’avventura: una mappa, un indirizzo, un’idea vaga. Poi appena si arriva in un posto nuovo ti si apre un mondo, grazie anche agli incontri che avvengono per caso: scopri così che un passante conosce il presidente di un’associazione di promozione locale del territorio, che una persona seduta al bar ti può raccontare la storia della costruzione di un vecchio castello, che due amici di passaggio in bicicletta hanno sperimentato un percorso sconosciuto e ti indicano come raggiungerlo.
Rileggendo queste trenta tappe mi emoziona pensare a questi incontri, alla passione delle persone semplici per la loro terra, alla storia incredibile che può nascondersi dietro la realizzazione di una casa, di un’oasi, di un giardino.
Mi auguro di accompagnare con Feuer tanti viandanti. Che siano soli, o col proprio cane, o con un amico o con un libro, potranno assaporare i tesori dietro casa, e trascorrere all’aria aperta il loro tempo, tornando a casa sempre arricchiti.
E spero di ricevere le vostre foto: mandatemi la vostra passeggiata con il cane a silvia@silviaallegri.it
Buon cammino!

Con gli animali, per riscoprirsi

Le attività che proporrò nel 2017 presso il maneggio Basalovo (Stallavena, Verona) sono il frutto di esperienze maturate in questi anni in diversi ambiti: la didattica con gli animali, la riflessione sulle proprie potenzialità, la capacità di risolvere conflitti, l’approccio all’animale in una più ampia ottica di rispetto della natura, la relazione tra animali e ambiente.
Ci saranno giornate dedicate alle famiglie e ai bambini, che hanno un estremo bisogno di ritrovare il contatto con la natura; ma anche momenti dedicati esclusivamente agli adulti, perché gli animali hanno molto da insegnare anche a chi è già cresciuto. La sfida è proprio questa: rinunciare a quelle barriere mentali e a quei tabù che ci condizionano costantemente, per riprendere contatto con noi stessi e con l’ambiente che ci circonda.
Avremo molti ospiti: giornalisti, studiosi, ma anche artisti, educatori, cuochi, che ci racconteranno il loro mondo, spesso strettamente connesso con la natura più di quanto ci si potrebbe aspettare.
I percorsi saranno articolati e di volta in volta, temo permettendo, saranno comunicate le date degli incontri.
Le giornate saranno a numero chiuso: poche persone, per permettere a tutti di assaporare profondamente le esperienze che proporremo, in assoluta tranquillità.
Tutte le informazioni al mio numero: 3407785136.
Vi aspettiamo.

Con WikiOnoterapia si apre una nuova stagione quattrozampe

Sta per arrivare la primavera e a Basalovo è tutto pronto per una fitta serie di appuntamenti con i nostri asini e cavalli, ma anche con i cani, i gatti, l’orto, il bosco. Ad aprire le attività è un gruppo di studentesse del corso di Laurea Magistrale Management e Gestione dei Servizi Educativi (Università di Padova), che illustrerà domani la voce Onoterapia di Wikipedia. L’obiettivo è quello di aiutare a capire il mondo complesso ed estremamente articolato delle attività assistite con gli animali, in questo caso gli asini. Il concetto stesso di ‘terapia’ potrebbe creare fraintendimenti, ed è stato purtroppo inflazionato. Per questo si avverte la necessità di offrire chiarezza sulle numerose tipologie di percorsi che sono proposti in compagnia degli animali. Ci sarà spazio per un dibattito e un confronto, resi più belli dalla presenza dei nostri animali, che permetteranno di metterci subito alla prova, e capire in cosa può consistere un contatto con asini, e naturalmente anche cavalli, in un contesto tranquillo e protetto.
Sarà l’occasione per incontrare, dopo i mesi invernali, Ringo, Gemma e Barone. Per rivederci e raccontarci, per conoscere nuove persone interessate a questo mondo naturale e slow, e per presentare a tutti le iniziative che abbiamo preparato per quest’anno. Appuntamenti importanti, mirati soprattutto alla crescita personale, alla consapevolezza delle proprie emozioni, al dialogo con l’altro, non importa se abbia due piedi o quattro zampe.
Vi aspettiamo.

Emergenza neve e gelo anche per i randagi in Romania: come aiutare

In questo momento anche in molti paesi dell’Est Europa migliaia di animali stanno patendo il freddo e la fame, sotto la neve, senza trovare un riparo e senza aver mai conosciuto il calore di una carezza. Le persone sono generose e desiderano aiutare, ma hanno dubbi legittimi sull’effettiva consegna delle donazioni. Ecco perché desidero raccontare le bellissime imprese di chi opera in questi luoghi dove i diritti spesso sono ancora utopie.
Conosco da qualche anno Sara Turetta, presidente di Save The Dogs. Ho imparato molto da lei: la forza di volontà, la concretezza e il senso pratico di chi lavora al fronte, dove purtroppo gli animali sono trattati spesso come esseri senza diritti.
Sara lavora in Romania, un paese dove il dramma dei randagi sfiora cifre impressionanti e dove la piaga degli abbandoni non tocca soltanto cani e gatti, ma anche asini, cavalli e tutti gli animali da lavoro, che quando non sono più ‘utili’ vengono lasciati al loro destino, ovviamente tragico e triste.
Lei, con il suo staff, si prende cura di loro. Senza raccontare favole, senza abbandonare mai quel senso pratico che le ha permesso in questi anni di ottenere risultati straordinari, portando soccorsi agli animali maltrattati, curandoli, e trovando a centinaia di cani una casa e il calore meritato in numerosi paesi europei. Ma anche insegnando a chi vive in quei paesi, in condizioni spesso di estrema povertà, la cultura del rispetto e la grande risorsa che una relazione affettiva con un animale è in grado di regalare.
Sul sito savethedogs.eu/dona-materiale/ si trova un elenco di beni di prima necessità, che si possono recapitare alla sede di Milano e che poi vengono portati in Romania, nei rifugi.

Ecco di cosa c’è bisogno:

CIBO UMIDO e SECCO per gatti e per cuccioli
GIOCHI per cani e gatti
GRATTATOI per gatti
CESTE o CUCCE per cani e gatti
SNACK e OSSA (preferibilmente vegetali) per cani
CIOTOLE in METALLO
SHAMPOO per cani
PETTORINE, COLLARI e GUINZAGLI di tutte le dimensioni
TRASPORTINI e GABBIE IN METALLO di tutte le dimensioni
ASCIUGAMANI o LENZUOLA (no coperte)
GUANTONI SPECIALI di sicurezza (per afferrare gli animali)

TELI CHIRURGICI (di qualsiasi dimensione)
FILI DA SUTURA (tipo Monosyn, Monocryl, Vycril, Dexxon , Maxon, Safil solo misure 0, 1, 1-0, 2-0)
CALZARI IN PLASTICA
GUANTI DI LATTICE (sterili e non sterili, misure dal 6 all’8)
LAME DA BISTURI misure 20-21-22
SIRINGHE (0,5 ml, 2ml, 2,5 ml, 5 ml, 10 ml, 20 ml)
BUTTERFLY, AGHI CANNULA e AGHI PER SIRINGHE di ogni dimensione
GARZE STERILI E NON STERILI

MEDICINALI(non scaduti )

ANTIMICOTICI (Griseofulvina, Imaverol, Itrafungol etc.)
ANTIPARASSITARI ESTERNI (Frontline, Advantix, Ex-spot, Program, Stronghold, Advocate etc.)
PREVENZIONE FILARIA (Cardotek, Sentinel, Interceptor, Guardian)
VERMIFUGHI (Drontal, Nemex, Vetkelfizina, Milbemax, Profender)
ANTIBIOTICI INIETTABILI di ogni tipo (in particolare Marbocyl, Rubrocillina, Baytril, Ronaxan e Panacur sospensione)
ANTIBIOTICI IN COMPRESSE (in particolare Marbocyl, Stomorgyl, Synulox o Clavulin).
VITAMINE E INTEGRATORI (soprattutto calcio iniettabile)
ANTINFIAMMATORI (Metacam e Rimadyl)
ANALGESICI (Contramal)
ANTISPASTICI (Buscopan)
GALASTOP/CRIPTOLAC
METOCLOPRAMIDE iniettabile (Plasil)
RANITIDINA iniettabile
COLLIRI (Abinac, Tobrex, Brunac, Colbiocin)
CREME (Gentalyn, Canesten, Fitostimoline, Connettivina)
ZOOLOBELIN
FARMACI CONTRO LA ROGNA (Amitraz, Ivermectina etc.)
CARDIOVASCOLARI (Vetmedin)
ANTIEPILETTICI (Gardenale, Luminale)