In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania | Silvia Allegri
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In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

Un viaggio forte, duro, indimenticabile

In viaggio per Save the Dogs, travolta da tantissime, quasi troppe emozioni. La felicità incontenibile nel salvare una cagnolina vecchia e malata, e portarla via dalla strada. La frustrazione devastante nel lasciare su quei marciapiedi decine e decine di altri cani, perché lo spazio e le risorse economiche non sono sufficienti. Le lacrime di gioia nel vedere l’amore con cui un’infermiera maneggia un animale bisognoso di cure, quelle di rabbia nel constatare che esistono bambini e anziani che non hanno niente, nemmeno un paio di scarpe. Il mio viaggio in Romania è terminato da pochi giorni. Un viaggio temuto per molti anni, inevitabile oggi, per poter raccontare con consapevolezza la meravigliosa storia di Sara Turetta e Save the Dogs. Un viaggio così pieno di punti di domanda da spaventarmi da matti, ma anche fortemente desiderato. Perché alla fine prevale la voglia irrefrenabile di capire, vedere, scavare, anche a costo di soffrire. Sara mi ha presentato il suo regno, la sua creatura, e ha rivisto la piccola Amelie, pronta a raggiungerla a breve in Italia.

Sono sostenitrice di Save the Dogs da anni, ormai, e da anni conosco la sua presidente. Ma il momento di partire è arrivato in questa estate 2019. Conoscevo, grazie alle parole di Sara, ma anche al magazine dell’associazione, ai documentari, ai telegiornali, le infinite contraddizioni e difficoltà di un paese che è entrato nell’Unione Europea dal 2007 ma dove ancora troppi diritti sono negati. Il diritto all’igiene e all’educazione, in quelle comunità rom, e non solo, dove i soldi non sono sufficienti, manca il lavoro, luce e gas e acqua corrente sembrano un sogno. Il diritto di essere bambini, in luoghi in cui fin da piccoli si vive per strada e si deve contribuire a portare a casa da mangiare inventandosi dei lavoretti precari e vivendo costantemente esposti a violenze. E ovviamente i diritti degli animali, vaganti per le strade, non sterilizzati, abbandonati in sacchi di plastica o uccisi, non vaccinati, denutriti e picchiati.

Chiaro che vedere ed essere catapultati in una simile realtà è un’altra cosa. Ho sostenuto, non so ancora come, la vista di asini macilenti e cavalli scheletrici e zoppi che trascinavano carretti, di cani con la rogna e affamati sul ciglio di strade dove i tir sfrecciano e a volte morire è quasi un sollievo rispetto a una vita di stenti e di pericoli continui, di gatti magrissimi che ti inseguono fin dentro casa pur di mangiare qualcosa, provati da un’esistenza fatta solo di fughe e di nascondigli. Poi diventa essenziale buttare fuori, rielaborare, e chissà quanto tempo mi ci vorrà. Non basterà una vita intera, credo. Perché dopo che hai visto, non puoi più tornare indietro.

Footprints of Joy

Footprints of Joy di Save the Dogs, a Cernavoda, è una cattedrale nel deserto. Entri e incontri più di 60 asini e più di dieci cavalli salvati per miracolo. Come Emma, la puledrina nata con una malformazione e scaraventata da un’auto in mezzo alla strada, salvata dallo staff e oggi in attesa di essere operata.

Incontri centinaia di cani: quelli appena arrivati, in cura, quelli che seguono un percorso di recupero psicologico per superare i traumi subiti, quelli ormai pronti per essere adottati in Italia e in altri paesi, quelli troppo anziani o malati per poter partire, ma che trovano nel canile un rifugio sicuro dove vivere serenamente, al riparo dalle botte e dalla fame. E poi i gatti: gattini e gattoni che fanno le fusa a tempo pieno, timidi o spudoratamente espansivi, belli come il sole, nelle loro colonie distribuite sull’intera area o nel gattile, un’oasi di pace e bellezza. Mi rifugiavo lì, dopo le visite nelle baraccopoli, i giri per la distribuzione del cibo ai randagi di Cernavoda, il tour con il censimento dei cani, il soccorso di animali in gravi condizioni. In quel piccolo condominio con giardino a misura di felini chiudi gli occhi e respiri, e quando li riapri di sicuro ne hai qualcuno vicino, che ti guarda e ti chiama per avere carezze. Andavo lì col mio computer, a scrivere e anche a piangere, a calmarmi e cercare di scaricare tutte quelle emozioni troppo forti e contrastanti per non prosciugarti.

Sì, perché ci si prosciuga davvero lì. L’assenza delle istituzioni, la povertà sbattuta in faccia, senza poter trovare soluzioni immediate. La frustrazione che ti devasta, quando pensi che ne salvi uno e migliaia invece moriranno. In un paese a pochissima distanza da noi.

La veterinaria che ha amputato la zampetta del mio Lucio, micio tripode arrivato dalla clinica lo scorso anno dopo essere stato salvato in una delle peggiori baraccopoli della Romania, quando ha saputo che ero io la sua adottante mi è venuta vicino e mi ha abbracciata commossa. Si chiama Miet, ed è una persona meravigliosa.

 

E che dire poi dello staff?

I medici e infermieri volontari, gli operatori, le ragazze dell’ufficio, che in ufficio ci stanno ma sono anche onnipresenti, conoscono uno a uno gli animali ospitati, li seguono nei loro progressi e li accompagnano verso una nuova vita. Li ho visti sorridere e anche nascondere una lacrima, mentre mi raccontavano le loro esperienze. Il mio cuore batte con loro, adesso ancor più di prima. Ringrazio tutti loro, davvero, e in particolare abbraccio virtualmente Stella e Sara, che mi hanno dedicato tempo per spiegarmi il loro lavoro, per presentarmi i ‘loro’ tesori.

Il senso di tutto questo: portare cultura e benessere. A tutti

Il potere della goccia nell’oceano. Ho capito che bisogna appigliarsi a questo per non impazzire. E tanta gente, in questi anni, è impazzita in quei posti. Ti ritrovi solo, guerriero coraggioso ma solo, contro una miriade di nemici. Ho capito che il nemico più grande è l’indifferenza. Quella che ho visto negli occhi di tante persone, che passano vicino a un animale agonizzante e non lo vedono. Ma d’altra parte, come potrebbero vederlo, se nessuno ha mai insegnato loro la compassione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro?

Ho capito, soprattutto, che senza cultura questo povero mondo andrà in malora prima del previsto.

Se avessi risorse le spenderei, oggi, principalmente per aiutare Sara e il suo staff a fare un lavoro sul territorio. La loro clinica mobile, quando c’erano i soldi per farla funzionare, ha permesso di sterilizzare a domicilio, e quando entri nelle case e nelle baracche vedi e tocchi con mano il degrado, e forse, però, puoi fare qualcosa. Se non ci fossero animali da assistere quelle persone non aprirebbero le porte. Il randagismo si risolve a monte, facendo cultura, insegnando la giusta relazione con gli altri esseri viventi e i bisogni degli animali. Far adottare è la cosa più gratificante, ma il vero lavoro, come sempre, è dietro le quinte.

Ancora una volta mi salta agli occhi con chiarezza quanto la vita degli esseri umani e degli animali sia intimamente connessa. Se non curi uno trascuri l’altro. Se vedi il dolore, lo vedi in ogni sua espressione, che sia il pianto di un bambino, il lamento di un vecchio, il guaito di un cane.

Quelle immagini mi restano dentro, come gli odori forti che mi hanno assalito nei cortili di quella gente misera che vive a piedi nudi insieme ai maiali e alle galline.

Sono contenta di aver riposto in Save the Dogs la mia fiducia da anni. Non mi sbagliavo. Questa associazione compie dei piccoli miracoli ogni giorno. Ci ricorda che la sofferenza non ha il passaporto, e l’aiuto che dai in un angolo della terra contribuisce al benessere di tutti.

Save the Dogs mi dimostra quanto è bello e doveroso lavorare mettendo sempre insieme i due elementi più importanti: il cuore e il cervello.

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