Silvia Allegri, Autore a Silvia Allegri | Pagina 4 di 15
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Author:Silvia Allegri

Nel mio orto anarchico, dove ci si auto-aiuta

Nella mia famiglia c’è sempre stata la passione per orto e giardino, ma io l’ho sempre seguita da spettatrice: apprezzavo i risultati, i colori e i profumi, ma senza sentirmi all’altezza. Poi, un giorno, durante un tour per giornalisti in Liguria, la visita di un centro e per la pratica di yoga e meditazione con un orto meraviglioso. È stata una vera e propria folgorazione: volevo un orto anch’io! E così in maneggio ho chiesto di poter lavorare un pezzetto di terra creando un orto didattico, con l’idea di offrire a chi mi avesse fatto visita la possibilità di lavorare non solo con Ringo, Gemma e Barone, ma anche mettendo le mani nella terra, piantando, seminando, zappando. Per poi raccogliere insieme i frutti.
Un manuale sul giardinaggio, guanti robusti, una zappa, un rastrello, e tanta voglia di imparare. A distanza di un anno e mezzo guardo adesso con gli occhi lucidi, lo ammetto, e tanta soddisfazione, questo piccolo orto anarchico: qui vengo per aiutarmi, quando sto male e ho dei pensieri. Le mani che affondano in questa terra profumata e scura, il sudore, dato dalla fatica e dall’inesperienza che a volte mi fa ancora fare sforzi disumani in attesa di conoscere qualche trucco del mestiere, la gioia indescrivibile nel vedere che le piante crescono, così all’improvviso, in posti inaspettati. Perché magari dove avevo piantato il basilico spunta una pianta di pomodori, e dove avevo seminato le carote crescono fagioli e piselli. Il vento, la terra, il concime naturale in questo posto popolato di asini e cavalli fanno sì che ci sia ogni volta qualche sorpresa. E se magari l’erba cipollina non cresce, in compenso da un seme di zucca nasce una giungla di foglie e di fiori che strappano un sorriso. Qui fuggo, a volte, con gli amici: magari hanno un peso sul cuore e mi chiedono di passare alcuni momenti di serenità in mezzo a questo disordinato orto selvaggio: allora raccogliamo insieme le foglie secche, mangiamo i pomodorini dalla pianta, ci portiamo a casa prezzemolo e salvia, osserviamo le zucche che crescono e cambiano colore. Qui, in questo angolo semplice, si trova la serenità. E mentre il mondo si stressa in coda per entrare nei centri commerciali noi lasciamo da parte il telefono e ci godiamo la bellezza di questo disordine naturale. Una carezza agli animali prima di andar via, e tutto passa. E torniamo a casa con la mente finalmente sgombra.

 

Verona, città standard-friendly che dice no al diverso

Fa male sentirsi a disagio e diverso nella propria città. Appena si rientra da un viaggio la bellezza del ponte Pietra, degli scorci meravigliosi di Verona riempie il cuore. Ci si sente bene, qui. Ma la bellezza, si sa, non basta. La tua città deve essere anche la città dove ti senti a tuo agio mentre cammini, mentre parli, mentre osservi le persone. Il luogo dove ti senti a casa, accolto, protetto.

Tornata ieri da un viaggio di lavoro all’estero, ho analizzato con più attenzione i fatti accaduti in città in questi giorni. Il Festival Internazionale dei Giochi di Strada, il Tocatì, è iniziato, e a dominare le pagine dei giornali c’è il provvedimento del neosindaco di Verona, Federico Sboarina, che ha deciso di annullare l’appuntamento della Biblioteca Vivente all’interno della manifestazione. Biblioteca vivente: persone in carne e ossa che si mettono a nudo e si raccontano a perfetti sconosciuti, per insegnare loro la difficile esperienza della discriminazione e trasmettere la forza degli ideali e dei sogni, che ti spingono a superare le barriere. I titoli di questi ‘libri’ parlano di scelte sessuali diverse, di omosessualità, di amore. E dunque per questo si è deciso che un tema del genere sarebbe stato ‘diseducativo’. Ad alzare la voce e a urlare allo scandalo i consiglieri del Popolo della Famiglia, che hanno ricordato al sindaco le sue promesse elettorali: a Verona bisogna promuovere una cultura cattolica che valorizzi la famiglia intesa come nucleo composto da marito, moglie e figli. Il sindaco non perde tempo, e esegue gli ordini di scuderia, in coerenza con quanto promesso.

Ricordo lo sconcerto quando alcuni giorni fa, prima di partire, ero andata a seguire per il giornale per cui scrivo la conferenza stampa sul musical al teatro Romano dedicato al nome di Maria e all’Evangelizzazione: anche lì il sindaco ha ribadito la sua adesione ai principi della chiesa cattolica, ricordando poi come tutta la sua Giunta sia in linea con questa visione.

Ero sconcertata, quel giorno, e avrei voluto chiedere: Sindaco, ma cosa pensa lei di me, che evidentemente vivo in modo diverso dal suo, non vado in chiesa come invece fa lei, non sono sposata e vivo ‘solo’ con un cane e un gatto, o delle mie amiche lesbiche, dei miei amici gay, dei miei amici musulmani?

Perché un sindaco rappresenta la città nella sua interezza, e perché, a memoria, mi pare di ricordare che viviamo in uno stato laico dove ogni cittadino ha il diritto a scegliere a quale ‘chiesa’ appartenere.

Allora mi tornano in mente tanti piccoli episodi: come quando il parroco che mi incontra nel parcheggio sotto casa mi dice di sbrigarmi, e mi chiede cosa aspetto a metter su famiglia, sposarmi e fare figli, visto che ho 40 anni. Come quando un’amica, molti anni fa, mi disse che avrebbe lasciato l’Italia per vivere la sua omosessualità in santa pace, senza essere guardata male ogni minuto se tiene per mano una donna. Mi viene in mente anche chi, spesso, mi dice: ‘Ah, tu che non hai figli non puoi capire’, come se l’assenza di figli costituisse un limite alla mia capacità di empatia.

Insomma, anch’io sono una “diversa”: in una città standard-friendly ogni percorso di vita che si discosti da quell’insieme di tappe obbligate – fidanzamento, matrimonio, figli – diventa pretesto per indagare con sguardo morboso e curiosità malata nelle vite altrui, sputando sentenze. Allora si viene guardati come dei falliti, come delle persone incapaci di avere successo, perché quella fede al dito dopo un matrimonio rigorosamente in chiesa è l’unico lasciapassare per poter essere accettati.

“Insieme di persone congiunte da vincoli di sangue e perlopiù conviventi”: questa è la definizione di famiglia che trovo sul dizionario. Parlo più. Per la legge italiana però io stessa, da sola, costituisco una famiglia: ho la residenza in una casa dove vivo solo io. Io posso avere mille motivi per aver deciso di non avere un marito o dei figli di fianco a me. Possono essere state scelte legate alla fortuna, a un incidente di percorso, ai casi della vita: perché dovrei giustificarmi, allora? Non potrei avere dentro la mia storia qualcosa di doloroso di cui non voglio parlare? E una mia carissima amica, che dopo anni di convivenza con un uomo ha capito di amare una donna, e adesso sta vivendo una storia d’amore meravigliosa, perché deve giustificarsi e sentirsi etichettata come diversa, strana, sbagliata? Perché deve avere paura se bacia la sua compagna, perché deve convivere con sguardi indiscreti? Ricordo anche un ex collega che ha deciso di cambiare sesso, e ricordo il suo calvario le lacrime durane le pause caffè, il terrore di affrontare la famiglia, la paura di perdere il lavoro.

Ho la fortuna di avere amici di ogni genere e mi vanto di avere la capacità di accettare le loro diversità, come loro hanno la capacità di accettare le mie. Queste sono le relazioni che mi arricchiscono, che mi stimolano, che mi danno la forza di credere nei sentimenti. Mi mette a disagio vergognarmi di chi amministra la mia città adesso, perché avverto quella presunzione che non fa bene alla crescita personale, quella che ti vieta di metterti a confronto con l’Altro, chiunque esso sia.

Dopo una settimana in una grande città europea, dove ho parlato ogni giorno con decine di persone di ogni angolo della terra, sono tornata a casa arricchita: ho imparato come stringe la mano un giapponese, come vive un tecnico italiano in giro a collaudare macchinari 300 giorni all’anno, come si svolge la giornata di un rappresentante lituano, quali difficoltà può avere una ragazza italiana lesbica che lavora per una ditta milanese, come passano le loro serate i cinesi quando sono in viaggio per lavoro, quale birra preferiscono i tedeschi in autunno, come si veste un manager indiano.

Il diverso diventa il mio bagaglio culturale, il mio patrimonio. E ringrazio queste persone, come ringrazio le persone straordinarie che si prestano a fare i ‘libri viventi’ in città e a raccontare le proprie ferite agli altri, per spianare la strada a quelli che vengono chiamati ‘diversi’, ma che in realtà sono persone come tutte le altre, ma non ‘standard’: persone che sanno lottare per la propria identità e considerano la propria vita un bene prezioso da vivere a modo loro, nel rispetto degli altri.

Sindaco, consiglieri del Popolo della Famiglia, pensate sia semplice mettere a nudo la propria vita per aiutare gli altri a superare le barriere? Lo sapete che raccontarsi significa metterci la faccia, la pelle, il corpo, il cuore? Cosa fate voi se vi capita che vostro figlio, o un vostro amico, vi confessi di essere gay? Proponete il rogo?

Sempre in questi giorni all’estero ho anche sentito frasi come: Tutti i tedeschi guidano da cani, tutti gli austriaci sono stupidi, tutti i gay sono esibizionisti: e ogni volta che queste frasi arrivavano alle mie orecchie mi cresceva dentro una rabbia così forte che avevo voglia di piangere, perché “il pregiudizio è un’opinione senza giudizio”, diceva Voltaire, e ogni pregiudizio diventa un limite, un muro, un tassello in più nel mosaico dell’odio verso l’altro.

Forse, grazie al Partito della Famiglia e agli integralisti cattolici, grazie alle persone ignoranti, nel senso letterale di persone che ignorano, che non conoscono, da oggi Verona ha una marcia in più: perché le persone che amano in modo diverso dalle altre adesso non staranno più zitte. E la loro voce sarà un arricchimento in più per tutti.

 

 

 

IL MAGGIOR CRIMINE SILENZIOSO DEI NOSTRI TEMPI

Allevamenti intensivi, il maggior crimine silenzioso dei nostri tempi. Consumato dietro i muri, lontano da quei paesi dei balocchi che sono i supermercati, dove tutto è bello, colorato, piacevole. Quando l’occhio vede, il cuore soffre. Ma non pensiamo mai a quanto soffrono milioni di esseri innocenti, per colpa del nostro egoismo?

Ogni giorno mentre ci alziamo, lavoriamo, viaggiamo, facciamo sport, leggiamo, dormiamo, un numero infinito di animali subisce una vita d’inferno negli allevamenti intensivi: torturati, mutilati, al buio, agonizzanti, senza lo spazio per muoversi, in condizioni di stress che un umano non saprebbe tollerare nemmeno un minuto. Finiranno nei piatti di chi compra ancora i prodotti della sofferenza, di chi mangia guardando la comodità e non curandosi dell’etica.

Ci sono delle persone straordinarie, però. Come il team di Animal Equality, che con le sue inchieste è arrivato in un posto che conta, perché è lì che si possono modificare le leggi: il Parlamento Europeo. Animal Equality ha avuto la grande opportunità di curare un’esposizione intitolata “Allevamento intensivo: il maggior crimine dei nostri tempi?”, per creare consapevolezza tra gli europarlamentari attraverso il progetto iAnimal: attraverso dei visori lo spettatore può vivere una forte esperienza di realtà virtuale, vedendo quello che accade all’interno degli allevamenti intensivi e dei macelli attraverso gli occhi degli animali. È la prima volta che un’organizzazione per la protezione animale porta questa nuova tecnologia proprio nella sede centrale della politica europea. Questo progetto pionieristico è un’arma importante per aprire gli occhi: le immagini parlano molto di più delle parole. Ed è giusto vedere la sofferenza che infliggiamo agli animali, scegliendo di disinteressarci al loro benessere.

A presentare l’esposizione è stato l’europarlamentare Stefan Eck, il quale ha poi incoraggiato tutti gli europarlamentari a provare l’esperienza di realtà virtuale sviluppata da Animal Equality, dichiarando: “Questo progetto mostra che le leggi europee riguardanti il benessere degli animali valgono meno del foglio di carta su cui sono state scritte”, alludendo alle terribili condizioni di vita degli animali documentate nei video e perfettamente in regola rispetto alla legislazione corrente.

Grazie al team, grazie ai parlamentari che non si volteranno più dall’altra parte.

Abruzzo, la rabbia e l’indignazione, ricordando il nostro viaggio

Di quelle terre distrutte è cambiato solo il clima: ora fa caldo, io le ho viste sotto la neve, con temperature che sfioravano, di notte, meno 15 gradi. Quando riguardo le foto scattate in quei giorni, a fine gennaio, ho i brividi e le lacrime agli occhi. Mi sono rimasti addosso quella sensazione terribile di smarrimento, i momenti di paura, mentre attraversavamo l’Italia diretti verso quei luoghi devastati dal terremoto.

Abruzzo, 24 agosto 2016: la prima di una lunga serie di scosse fa tremare la terra, e si porta via le case, le chiese, le strade, i sogni, la bellezza, e troppe vite. A distanza di 4 mesi, un inverno gelido si abbatte su quei paesi, e la neve, insieme a nuove scosse, seppellisce tutto.

Tutto era partito da un post su Facebook, che avevo scritto dopo una notte insonne, con le immagini impresse negli occhi di volontari disperati che cercavano di liberare dal ghiaccio cani, gatti, asini, mucche, cavalli congelati e terrorizzati. E poi un appello sul giornale, e poi un piccolo miracolo: una risposta incredibile di amici e persone sconosciute, pronte a darci aiuto. L’intento era quello di portare un piccolo rinforzo agli ultimi degli ultimi, centinaia di animali sepolti da metri di neve nei canili e per le strade, soccorsi in qualche modo da umani stupendi e dal cuore d’oro, ma con poche possibilità economiche, flagellati com’erano da quella desolazione, spesso senza casa, con lutti in famiglia e amici portati via dal terremoto, ma nonostante tutto instancabili nel prestare soccorso a tutte le vite in pericolo.

Siamo partiti da Verona, eravamo in 5, letteralmente sommersi di medicine, coperte, cibo, trasportino. Siamo tornati su con alcuni cani salvati da morte certa, e molti di loro nel frattempo hanno ricominciato una vita nuova.

Indimenticabile il momento in cui siamo ripartiti, carichi di trasportini carichi di cani. Le lacrime di gioia di quei ragazzi, che ci hanno salutato affidandoci quelle bestiole. Pronti ad aiutarne altri.

Sono passati 8 mesi dal mio viaggio a L’Aquila e Amatrice, e le foto che vedo sui giornali mi fanno rabbrividire. Cosa è cambiato?

Noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto i messaggeri, portando in quelle terre un piccolo, ma importante aiuto ai volontari e agli animali. Ci hanno aiutato perché non avevamo un colore politico, ma solo il desiderio di renderci utili. Abbiamo aiutato le persone che avevano problemi economici a curare cani e gatti, abbiamo portato soprattutto il nostro abbraccio e la garanzia di non dimenticarci di loro, una volta tornati qui, e continuare a restare in contatto, per salvare altre vite, per aiutare con i nostri mezzi. E la promessa è stata mantenuta. Quei volontari, quelle persone generose, sono adesso parte di noi. La distanza non conta.

La gente è generosa, la solidarietà esiste, ma i burocrati spezzano ogni sogno. Dove sono quei soldi donati dagli italiani in quei giorni drammatici? Tutto è fermo.

Possibile che a gennaio 2017 io abbia visto coi miei occhi i libri, i quaderni di appunti, le tazze, i vestiti tra le macerie della casa dello Studente a L’Aquila, crollata 8 anni fa?

Queste immagini ci dovrebbero sempre accompagnare, per ricordarci che la politica è una cosa nostra, non dei politici. Che siamo tutti responsabili, e lo possiamo essere nel momento in cui andiamo a votare. Che la gente eletta, oltre ad avere la garanzia di stipendi che noi tutti, comuni mortali, neanche possiamo immaginare, ha il dovere di impegnarsi, di garantire ai cittadini i diritti che spettano. Senza indignazione, senza alzare la voce, tutto resterà così.

Tornerò presto in Abruzzo. Per vedere coi miei occhi cosa è cambiato. Ricordo la paura, in una frazione di Amatrice, totalmente dimenticata, non esistevano nemmeno le transenne e si camminava tra palazzi in bilico, sventrati, vedevamo i tavoli, gli armadi, i lampadari di quelle stanze vuote. Abbiamo visto animali abbandonati al loro destino, morti di freddo, persone disperate. Non posso rassegnarmi all’idea che non sia cambiato nulla. Che l’unica cosa diversa, da allora, sia la neve che ormai si è sciolta.

 

 

Estate in città, gli angeli degli animali non vanno in vacanza

Il giro delle pappe del mattino, i turni per una corsetta, la pulizia dei box, il controllo delle ciotole con l’acqua. Ma soprattutto una carezza, una coccola, una spazzolata.
Loro sono Anita, Barbara, Nicoletta, Anna, Monica, Martina, Edi, Teo, i volontari che ho incontrato ieri mattina al Rifugio Enpa di Verona. Certo, non è una casa, ma è un posto comunque il più possibile confortevole per centinaia di animali che si sono ritrovati senza una famiglia: cucciolate intere abbandonate sulla porta d’ingresso, cani sequestrati e salvati da situazioni di maltrattamento, cani che semplicemente non hanno mai incrociato lo sguardo di un umano disposto a farli entrare nella sua vita.
“A volte sento persone che entrano qui per adottare un cane ma si lamentano: questo è brutto, questo non ha un bel pelo, questo non è abbastanza giovane”, racconta Nicoletta, che trascorre molte ore al giorno al rifugio prendendosi cura degli ospiti con un amore che commuove. “Sappiamo magari che comunque queste famiglie possono tenere un cane in condizioni ottimali, e facciamo finta di niente, e cerchiamo di trovare un cane adatto a loro. Perché una buona adozione è sempre importante: un animale che trova casa lascia spazio per un nuovo ospite. Ma questi commenti mi fanno tristezza: si dovrebbe guardare oltre”.
Dietro un paio di occhi dolci si nascondono storie di abbandono, di solitudine, di paura. E ci sono quegli animali timidi che non sanno farsi largo, magari non splendidi, ma cosa conta poi la bellezza? “Bello è ciò che amiamo”, dice Nicoletta.
Monica si occupa dei gatti, e mi accompagna a conoscerli. Sono tantissimi: adulti e cuccioli, di ogni colore, giocherelloni o timidi, vivono in spazi ampi e ognuno ha il suo nome. I volontari raccontano le loro storie mentre sbrigano velocemente il loro lavoro: pappe speciali per animali malati, pomate, medicine, e tanti piccoli accorgimenti, per rendere la vita di queste bestiole il più possibile serena.
ieri era ferragosto, le città sono ancora vuote, e i rifugi d’Italia sono pieni di quegli animali che sono stati scaricati da chi adesso se ne sta in spiaggia, a godersi il mare e il sole.
Sono felice di aver scoperto questo posto: temevo di non reggere, ma in questo rifugio gli animali ricevono una miriade di attenzioni, non sono dei numeri, e i volontari fanno un lavoro meraviglioso per rendere breve la permanenza nei box, seppur belli, e costruire un futuro sereno ai loro ospiti in una casa vera. “Un salotto e un giardino sono comunque meglio di un box”, dice Romano Giovannoni, presidente Enpa Verona.
Sono felice di averlo scoperto adesso, il rifugio, in piena estate. Ne scrivo, conosco chi ci lavora, ma fisicamente non ci ero mai stata. E ci tornerò al più presto. C’è chi investe i propri giorni di ferie per prendersi cura di queste bestiole, ognuno regala il tempo che può, e soprattutto c’è la grande consapevolezza che non esistono vacanze in certi posti. Ogni essere vivente ha le sue necessità, ogni giorno.
“Quando sto qui sto bene”, dice Nicoletta. “In mezzo agli animali ho ritrovato la serenità, loro ripagano le nostre attenzioni con un amore sconfinato”.
Anche ieri ho avuto una nuova conferma: senza i volontari questo paese sarebbe in ginocchio. Bello, allora, guardare con riconoscenza a quella fetta di umanità che sa essere generosa, anche col proprio tempo. Grazie!

Belli, forti, affascinanti, ma li vogliamo sempre morti

Una mamma difende i suoi cuccioli, che sia una gatta o una mucca, una lupa o un’umana. Li difende con i mezzi che la natura le ha dato a disposizione.
Ma gli umani non ci stanno. Gli umani che storpiano la natura, facendo amare ai bambini Peppa Pig ma facendo intanto mangiare il prosciutto di una peppa pig qualunque, torturata in un allevamento, facendo guardare i cartoni animati di Winnie the Pooh e di Yoghi ma insinuando in quelle anime innocenti il terrore verso l’orso cattivo, si rifiutano di accettare ciò che dovrebbe essere normale, lecito e bello: un animale vive in un luogo che è il suo habitat, difende quel luogo e si rifugia nella natura, in quella natura dove è nato e dove è giusto che resti.

Cosa si fa se un lupo torna in montagna, se un orso vive in un bosco? Si mostrano i graffi e le ferite ricevute dagli umani che si sono imbattuti nella belva, si mostrano gli erbivori sventrati dal lupo. Quegli stessi erbivori che tornano poi nelle stalle buie a vivere sommersi di escrementi fino al giorno in cui moriranno in un macello.
Gli animali selvatici tornano a ripopolare le montagne e i boschi ma turbano le famiglie a spasso con cestini per raccogliere i funghi, e allora cosa fare? Si prendono in mano i fucili, ci si accanisce in decine e decine contro uno, e giustizia è fatta.

La belva non può osare: non può turbare un pianeta che l’uomo crede fatto su misura per le proprie esigenze. Anche il bosco deve restare un bosco magico e tranquillo, guai a trovare un animale che ci mette in pericolo.
Facciamo bruciare milioni di ettari di foresta ogni anno per coltivare granaglie da dare agli animali prigionieri degli allevamenti, ma ci rifiutiamo di pensare che in quei tre giorni di ferie all’anno dove ci sembra di riscoprire che esiste una natura bella, vera, incontaminata, qualche belva feroce possa rovinarci la vacanza.

Siamo una società egoista, fatta di gente impreparata a gestire la natura e i suoi abitanti. Non accettiamo che gli animali abbiano voglia di vivere, esattamente come ogni essere vivente. Vogliamo una natura succube, dove gli animali vivono dove decidiamo noi, non importa se dietro le sbarre di uno zoo o in una gabbia di vetro, o in un capannone senza luce, dove noi siamo liberi di guardarli e ucciderli dopo averli disarmati.
Vogliamo una natura succube alla nostra meschina esistenza: non siamo capaci di difenderci, non accettiamo le leggi della natura, il modo migliore allora è sparare, uccidere, imprigionare, torturare, e poi inventare mille giustificazioni per riappropriarci di un mondo che abbiamo storpiato e distrutto.
Non serve dire che mi vergogno di essere umana.

Allevati e buttati: le cifre dello spreco

11.600 milioni di polli buttati via, 270 milioni di maiali buttati via, 59 milioni di vacche buttate via. Ogni anno. Il 28 per cento della terra agricola mondiale, in altre parole, viene utilizzato per produrre carne che poi sarà buttata nella spazzatura. Queste cifre sono uno scandalo, e purtroppo non sono follia, ma dati reali (Farmageddon – Il vero prezzo della carne economica). Questi milioni di vite non servono a niente: animali nati per vivere in un continuo martirio di prigionia e torture, in quell’assurda macchina di dolore legalizzato che è il sistema degli allevamenti intensivi. Quanto hanno sofferto, e quante risorse sono state consumate per nulla? La quantità di carne sprecata è un segreto che le aziende di produzione non vogliono rivelare. Far morire degli animali per niente è più economico che produrre meno carne.

In questi giorni in cui si fatica a respirare e davanti agli occhi di tutti si presenta il triste spettacolo della terra arida, in un mondo dove il clima è impazzito e le risorse idriche sono sempre più scarse, non si può non riflettere su un sistema marcio di produzione del cibo. Mal distribuito, sprecato, che va ad accrescere la quantità di rifiuti pronti già a soffocarci e seppellirci. Secondo la Fao (dati 2016) un terzo del cibo prodotto sulla Terra finisce nella spazzatura, mentre in alcune zone del mondo non esiste accesso al cibo e all’acqua potabile.

Ritengo sia scandaloso, con quello che abbiamo la possibilità di vedere sul web, mangiare ancora carne, e mi ritrovo spesso a guardare con sconcerto le persone mentre divorano hamburger pagati meno di un euro, o crocchette di ‘pollo’ notoriamente prodotte con gli scarti (inenarrabili) di poveri animali che non hanno mai conosciuto la libertà. Mangiare certa roba significa piegarsi a un sistema dove tutto è lecito, voltarsi dall’altra parte, per poi magari fotografare, inteneriti, un cucciolo di cane dichiarandosi amanti degli animali. Ma significa anche non volersi bene, accettare di ingerire pezzi di bestie cresciute a suon di antibiotici e torture, la cui carne è per sua stessa natura già tossica.

Cosa possiamo fare? Tante cose, importantissime:

1.Comprare ciò che ci serve per sfamarci e basta, senza accumulare cibo che poi finirà, scaduto, nell’immondizia.
2.Guardare a ritroso il ciclo intero di produzione: le nuove tecnologie permettono a tutti di documentarsi, e non è più un privilegio per ricchi, colti, laureati. Si scoprirà che tutte le fasi di produzione, quelle che non consideriamo mentre trangugiamo di fretta un panino col prosciutto o un cappuccino, prevedono nella maggior parte dei casi una serie infinita di torti inflitti alla terra e ai suoi abitanti più indifesi, gli animali.
3. Avere atteggiamenti propositivi e positivi: non c’è migliore arma di un comportamento coerente, e dare il buon esempio aiuta gli altri a capire che tutto è possibile.
4. Ricordare che ogni singolo individuo ha una grande responsabilità, e che il potere dei consumatori è immenso.
5. Fregarsene di chi dice che si sceglie di non mangiare sofferenza solo perché è di moda essere vegani: anche fosse solo per quello, la dieta vegana è comunque l’unica alternativa possibile e coerentemente etica in un mondo improntato al consumismo e allo sfruttamento selvaggio delle risorse. E a volte le mode servono, no? Quindi ben venga!
6. Ricordare ogni istante che tutti gli animali hanno un’anima e hanno diritto a vivere con dignità.

Tartaruga tra gli ombrelloni, la sorpresa più bella

“Sono arrivato al mattino al lavoro e ho trovato una grande buca, il mio primo pensiero è stato: qualche ragazzino si mette a scavare nella sabbia anche di notte? Ma poi ho saputo che il guardiano aveva avvistato una tartaruga, all’alba, che risaliva nella sabbia”. È emozionato Doriano, del bagno Paglicci a Marina di Campo, isola d’Elba, quando mi racconta ciò che è accaduto nella notte del 20 giugno. Ha 47 anni ma non aveva mai vissuto un’esperienza simile e questo evento straordinario ha colto lui, e colleghi, di sorpresa. Sulla spiaggia, non lontano dalla battigia, una tartaruga Caretta Caretta ha deposto le sue uova, ed è ripartita. Sul posto sono stati chiamati gli esperti dell’Acquario dell’Elba, che si trova proprio a Marina di Campo, sul versante occidentale dell’isola, e della guardia costiera che hanno trovato anche il primo uovo deposto, in mezzo agli ombrelloni. “Abbiamo allertato la capitaneria di porto, il sindaco, e anche Legambiente si sta interessando”. Non si sa quante siano, le uova, grandi come una pallina da ping pong. Ma di sicuro sono svariate decine. Il ‘nido’ è stato transennato per tutelare la nidificazione, sarà installata a breve una telecamera che veglierà su questo quadrato di sabbia notte e giorno, e l’attività balneare è ripresa regolarmente. O quasi: “La curiosità e l’emozione sono fortissime”, confessa Doriano. “Non vediamo l’ora che le uova si schiudano, e che le piccole tartarughe vadano in mare”. L’evento ha una straordinaria valenza scientifica, e attirerà sicuramente studiosi e appassionati. Si tratta non solo della prima nidificazione accertata all’Isola d’Elba, ma anche di quella in assoluto più a nord di tutto il bacino del Mediterraneo. E conferma che il clima è cambiato, se questi animali si spostano così a nord, ma che l’ambiente è pulito e accogliente.
In spiaggia la vita continua, tra bagni in mare, buone letture sotto l’ombrellone e passeggiate. Ma sapere che esistono qui vicino queste uova emoziona: la natura ha reso possibile un altro piccolo miracolo.

Rondoni, dove ammirarli e come proteggerli

Dopo i mesi di silenzio sono tornati nelle città di tutta l’Europa, a occupare gli stessi nidi dell’anno precedente. Guardare saettare nei cieli delle città è una gioia, e il simbolo di una nuova stagione che sta per iniziare. Loro sono i rondoni: il Rondone comune (Apus apus) e il Rondone pallido (Apus pallidus) nidificano in colonie sfruttando nicchie, cavità e buche pontaie di edifici storici e moderni. Ma le ristrutturazioni e manutenzioni tendono progressivamente a chiudere queste cavità, distruggendo le colonie. Ecco allora una bellissima iniziativa: Sos Rondoni. Obiettivo: far conoscere ai cittadini questi animali e promuovere buone pratiche per la tutela dei nidi insieme a chi ha il compito di gestire il patrimonio edilizio cittadino, storico e moderno. L’iniziativa è promossa da Progetto Natura Onlus, con il sostegno di Fondazione Cariplo e il patrocinio dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano. “SOS Rondoni è un’iniziativa di Progetto Natura Onlus con il sostegno di Fondazione Cariplo che si propone di tutelare i rondoni coinvolgendo e sensibilizzando i cittadini”, spiega Andrea Pirovano, presidente Progetto Natura Onlus; “ma anche coloro i quali hanno la responsabilità di gestire e curare il patrimonio edilizio storico e moderno milanese, per trovare insieme delle buone pratiche a tutela dei nidi di questi uccelli dalla biologia complessa e affascinante”.
Tra le proposte, il censimento e la mappatura delle colonie milanesi per fornire agli enti gestori uno strumento per pianificare 
gli interventi sul patrimonio edilizio, tenendo in considerazione la presenza delle colonie. E i attiva anche nel monitoraggio dei rondoni: per segnalare una colonia si potrà utilizzare la App iNaturalist (progetto SOS Rondoni). Il primo appuntamento è oggi, sabato 17, al Castello Sforzesco di Milano, dove sarà presentato il progetto e si potrà partecipare a una visita guidata alla mostra sui rondoni. Per domenica 18 e giovedì 22 altre iniziative: una biciclettata, e il censimento itinerante delle colonie. E ci sarà anche una webcam indiretta dal nido di un rondone. Naso all’insù e nuova consapevolezza, quindi. Per riscoprire questi ospiti meravigliosi delle nostre città.
Per informazioni e contatti:
Progetto Natura Onlus – Piazza Mirabello 2, 20121 Milano

www.progettonaturaonlus.org 
SOS Rondoni
[email protected]
Tel: +39 339-175344
www.facebook.com/SOSrondoni/
@SosRondoni

La natura è crudele? Ecco perchè ci serve pensarla così

La morte provocata da ‘belve feroci’ si trasforma in uno show da usare quando ci fa comodo. Ha fatto il giro del mondo in pochissime ore il video choc in cui si mostra la fine atroce di un asino mandato vivo nel reparto di un orso in uno zoo della Cina. Come ha fatto il giro del mondo, pochi anni fa, anche la notizia di una giovane giraffa uccisa e data in pasto ad altri ospiti carnivori in uno zoo europeo. Indignazione, sconforto, pietà per queste povere vittime, che si trasformano in simboli della crudeltà e della ferocia di altri animali. Orsi, leoni, tigri si trasformano in carnefici spietati, e aiutano a trovare un alibi. Gli umani, sembra quasi che vogliano cercare conferme costanti della cattiveria della natura, che non perdona e non conosce tenerezza. Ma noi come siamo invece?
Quasi sempre, noi non ci sporchiamo la bocca di sangue, non ci imbrattiamo il corpo, lasciamo che siano altri a uccidere per noi.
La percezione distorta del mondo naturale ci fa suddividere gli animali in categorie funzionali esclusivamente al nostro interesse. Mettiamo in scena la morte di animali, e ci dimentichiamo di quella morte che non è spettacolo, ma routine. Milioni di pulcini tritati vivi perché maschi, e quindi inutili nella produzione di uova.
Milioni di animali che si aggrediscono l’un l’altro per la disperazione di ritrovarsi chiusi tutta la vita in gabbie addirittura insufficienti a contenerli, per come sono strette. Milioni di animali tenuti prigionieri che non conoscono la luce del sole e il profumo dell’aria. E soprattutto che non conoscono e non hanno mai conosciuto la libertà.
Da amante degli asini e di tutti gli animali non posso non soffrire di fronte a questi filmati che mostrano la sofferenza degli animali che noi consideriamo d’affezione. Ma sono convinta che la morte che va in scena diventi un passatempo soprattutto per persone che forse hanno poche conoscenze, volutamente poche, di come siano complesse le leggi della natura.
Peccato che non faccia scalpore, nel nostro mondo fatto tutto a misura delle nostre esigenze e nient’altro, la morte in serie di animali di cui non si conoscono nemmeno le fattezze, tanto siamo abituati a vederli già confezionati nel banco frigo o cucinati in un piatto. E non fa scalpore nemmeno il lamento inaspettato di un vitellino che cerca la madre e deve stare in una gabbia, senza bere quel latte che gli spetta di diritto, perché deve essere usato per gli umani, adulti e svezzati da tempo, magari.
Se tutti fossimo capaci di superare quella stupida barriera mentale che ci fa dividere gli animali in essere affascinanti da ammirare e esseri utili solo per andare al macello forse saremmo capaci di godere degli spettacoli veri: quelli, meravigliosi, che ci offre la natura, quando viene lasciata in pace.