Silvia Allegri, Autore a Silvia Allegri | Pagina 3 di 15
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Author:Silvia Allegri

Ricostruzione, le verità che fanno male

La ricostruzione in Abruzzo esiste? Procede? E come? Dopo il secondo viaggio nelle zone terremotate  le emozioni sono tante. Era l’inizio di gennaio dello scorso anno quando ho deciso di vedere coi miei occhi cosa stava accadendo. A distanza di undici mesi rabbia, dolore, angoscia, paura si alternano, nell’animo, di fronte a una situazione che sembra non essere cambiata. Anzi, ho riconosciuto le stesse macerie, gli stessi randagi, la stessa rassegnazione e, purtroppo, la stessa omertà.Se io fossi un sindaco passerei la mia vita a combattere ogni santo giorno per garantire ai miei cittadini i diritti che spettano a ogni italiano: alla casa, alla salute, al lavoro. Si fa fatica a tornare alla routine quotidiana sapendo che a poche centinaia di chilometri da noi, nella nostra Italia, si consuma una tragedia costante e silenziosa. Raccontare è difficile, spiegare cosa si prova, in quel deserto, è impossibile. Ecco, in breve, solo qualche riflessione.

Volontari e randagismo. Ho accompagnato dei cittadini come gli altri, sulla carta, ma in realtà molto speciali, nei loro spostamenti sul territorio per assistere gli animali randagi: la loro dedizione, l’amore nel prendersi cura degli ultimi tra gli ultimi commuovono e fanno pensare al vuoto cosmico lasciato dalle istituzioni. Dove sono i controlli sui randagi? Come vengono investiti i soldi che dovrebbero essere destinati al controllo e alle sterilizzazioni?

Macerie. Troppe, accidenti. Inaccettabile girare per le vie del centro de L’Aquila e riconoscere gli stessi calcinacci, con quell’odore di polvere e cantiere che ti penetra nel naso e testimonia di lavori mai portati a termine. Perché questa ricostruzione non procede come dovrebbe, in un paese che si dichiara civile? Ci sono interi paesi abbandonati, le case per i terremotati che perdono pezzi, dove manca il riscaldamento. Non so quantificare la quantità di risorse sprecate che ho visto.

Rassegnazione. L’ho vista negli occhi e l’ho sentita nelle parole della gente. Le cose non cambiano, ci hanno dimenticati, dicono quei cittadini italiani che oggi vivono in case provvisorie, in quartieri fantasma, dove non ci sono servizi. Che futuro hanno queste persone?

Freddo. Troppo, il freddo, per sopportarlo senza ammalarsi. Le persone sono deboli, le frazioni intorno a L’Aquila sono deserte, e i pochi abitanti soffrono. Gli animali muoiono di fame perché nessuno riesce a portare loro il cibo, in certe zone dimenticate.

Omertà: chi tace diventa complice, chi non denuncia aiuta gli aguzzini. Ho visto animali distrutti dalle botte, cuccioli che muoiono di fame sotto gli occhi della gente, maltrattati nel silenzio perché chi vede si volta dall’altra parte. L’omertà è figlia dell’ignoranza.

Solidarietà. Ecco l’unica cosa positiva. Questo secondo viaggio mi ha permesso di trascorrere del tempo a stretto contatto con persone capaci di donare tempo, denaro e energia per aiutare chi ha bisogno. La cosa più bella che mi è capitata, che mi ha in parte consolato a fronte di tutte le situazioni drammatiche.

Futuro: quale sarà? Cosa ci si deve aspettare? La ricostruzione resta un’utopia? Nel nostro piccolo, noi abbiamo aperto un canale di comunicazione e di contatto, e di certo non abbandoniamo quelle persone stupende che abbiamo incontrato.

Randagismo in Abruzzo: qualcosa è cambiato?

Abruzzo: i luoghi del terremoto, il randagismo, la ricostruzione che va a rilento, mentre l’inverno è arrivato. A distanza di 11 mesi dal nostro primo viaggio nelle zone terremotate, nel gennaio 2017, abbiamo deciso di fare ritorno in quel luoghi. Siamo un gruppo piccolo e eterogeneo di persone con tanta buona volontà: una giornalista, un architetto, la presidente di una associazione di tutela degli animali. Siamo affiatati: Piero mazza e Emanuela Giarraputo si sono trasformati in questi mesi in due cari amici, che condividono la mia voglia di fare, e di capire a fondo le cose. A spingerci in quei luoghi erano state le immagini drammatiche del terremoto e della nevicata che hanno messo in ginocchio persone e animali. Nella vastità dell’emergenza abbiamo deciso di occuparci in particolare del problema del randagismo. Abbiamo creato dei contatti con alcuni volontari che abitano a L’Aquila, insieme a loro siamo andati nelle diverse frazioni e nei paesi per documentare la vita di sofferenze degli animali abbandonati. Un problema che affligge molte zone dell’Italia e che è stato drammaticamente accentuato dal terremoto. Abbiamo portato molti aiuti (alimenti, crocchette, cibo per cuccioli, medicinali).

Adesso ci prepariamo a ritornare, quindi, per documentare gli eventuali cambiamenti a distanza di 11 mesi, anche se le notizie che arrivano da lì non sono certo incoraggianti, e per focalizzare bene le esigenze di chi vive in queste zone e con buona volontà e sempre a titolo gratuito dedica il suo tempo ad aiutare gli animali senza famiglia. Avremo il supporto di Italpet, un’azienda che ci aiuta nella raccolta di nuovo materiale e cibo per aiutare i volontari a sfamare e curare gli animali. Questo aiuto ci incoraggia e ci lusinga: abbiamo avuto la loro fiducia e ce la vogliamo meritare facendo qualcosa di concreto. Con l’occasione vogliamo anche metterci in contatto con le associazioni che operano sul territorio e capire come possiamo eventualmente renderci utili.

Lo sguardo disperato dei cani, gatti, cavalli sepolti nella neve, in gennaio, non mi ha mai abbandonato e so che sarà difficile andare di nuovo, con la certezza che non potremo cambiare la situazione, non nell’immediato, di sicuro. Ma le tante persone che mi stanno sostenendo ci invogliano a credere che qualcosa possa migliorare. Io voglio crederci.

Entra in teamvegan: facile, sano, etico!

Teamvegan.it: eccoci, alla vigilia dell’inizio di un’avventura bellissima e molto importante!

Saremo una sede italiana dell’associazione teamvegan.at, che riunisce atleti e sportivi VEGANI, nonché simpatizzanti, professionisti, giovani e meno giovani, desiderosi di trasmettere il loro amore per gli animali e uno stile di vita eticamente corretto, sano e rispettoso attraverso il buon esempio: fare sport, partecipare a manifestazioni sportive, essere in forma, nutrirsi in modo corretto.

L’idea nasce da un confronto avuto con una cara amica, Sara Pancot, che conoscerete presto. Un’italiana che vive a Vienna, atleta e vegana, che da quando ha scelto questo stile di vita vive meglio, ma soprattutto VINCE!

Lei fa parte di teamvegan.at, allora abbiamo pensato: perché non portare anche in Italia questa esperienza?

Si tratta di un’associazione senza fini di lucro, di promozione sociale che offre la possibilità di conoscere altri atleti vegani, incontrarsi e scambiarsi consigli utili. Inoltre cerca di creare contatti tra gli atleti vegani e dottori, nutrizionisti, allenatori vegani che possono contribuire con le loro conoscenze a migliorare le prestazioni sportive e a correggere la dieta vegana. Nel nostro caso nasce l’opportunità di allargare la cerchia di conoscenze anche in Austria con il team vegan.at che ha già quattro anni di vita.

Appartenere a TEAMVEGAN è SEMPLICE: basta essere vegani al 100%; non fare uso di doping; fare attività sportive inerenti al pensiero vegano (no attività sportive del tipo caccia e pesca e rodeo); versare la quota annuale di 30,- all’anno, che comprende tessera associativa e gadget.

Partecipare alle gare con la maglietta del team sarà un atto di cultura nel senso più alto e semplice del termine.

Attualmente stiamo per procedere all’atto fondativo dopo aver tradotto lo statuto in italiano, e saremo affiliati dell’associazione austriaca. In gennaio parte la campagna di iscrizione per diventare soci.

Avremo un conto in banca e opereremo nella massima trasparenza. Io ci metto faccia e reputazione, da giornalista mi occuperò volentieri e a titolo gratuito della comunicazione. Il contributo di ciascuno di noi sarà prezioso: trovare piccoli sponsor, promuovere iniziative, aggregare i nostri amici vegani. Il nostro intento è di farci conoscere partecipando a eventi legati allo sport e al veganesimo, portando il nostro personale contributo. Ognuno di noi è ambasciatore di uno stile di vita e di una scelta etica importante. NB: non serve essere atleti professionisti. Basta essere atleti vegani. Che ne pensate?

Per ora ci trovate sulla pagina Facebook: teamvegan.it

Il prossimo apputamento sarà il 3-4 febbraio al Veggie Planet di Milano: save the date!

Spero di vedere tante persone nel nostro nuovo team!

Vegan: la fatica di una scelta che anticipa i tempi

Difficile, oggi, avere fatto la scelta di essere vegan, difficile anticipare i tempi e aver intuito una grande verità in tempi di ignoranza, un’ignoranza voluta e mantenuta per evitare di prendersi responsabilità.

Arriverà il giorno in cui i miei colleghi giornalisti televisivi e radiofonici non potranno più sfruttare ignoranza e fanatismi per fare audience, schierando uno contro l’altro il carnivoro e il vegano. Arriverà il giorno in cui chiunque sarà costretto a guardare, senza nascondersi dietro un dito. La stragrande maggioranza, quasi la totalità della carne immessa sul mercato proviene da allevamenti, allevamenti intensivi, e scegliere di mangiare carne e derivati animali significa scegliere di alimentare un mercato basato sulla sofferenza atroce, la prigionia, l’umiliazione quotidiana di milioni di animali.

Siamo in aumento, noi umani che abbiamo fatto una scelta coerente: se ci definiamo amanti degli animali, non ci dobbiamo limitare ad accarezzare il nostro gattino di casa, ma dobbiamo rispettare ogni forma di vita. Eppure la persona vegan deve subire derisioni, battute, accuse che aggiungono dolore a dolore: perché fare ironia sulla sensibilità e la coerenza altrui è una forma di vigliaccheria. Significa non sapersi mettere nei panni degli altri, nemmeno dei propri simili che scelgono di rispettare gli altri abitanti del pianeta. Il 50% del cibo che produciamo finisce in discarica, la gente nel mondo muore ancora di fame mentre in altre parti esistono obesi. Tra il cibo che finisce nella spazzatura ci sono milioni di carcasse di animali (Food Relovution, film da guardare assolutamente a questo proposito).

Mai come adesso, con la mia consapevolezza e la mia scelta di essere coerente a partire da ciò che mangio, capisco le lotte fatte da chi ci ha preceduti nell’intuizione di diritti fondamentali: penso alle prime femministe, ai primi omosessuali scesi in campo, ai primi pacifisti. Anticipare i tempi è una condanna: vediamo ingiustizie che gli altri, quelli che si voltano e non vogliono guardare, non percepiscono. Sicuramente tra cinquant’anni non ci sarò più, e mi chiedo quanto potrà resistere ancora questo pianeta prima il suo collasso. Quanti miliardi di animali moriranno inutilmente, e finiranno nello stomaco di gente inconsapevole, ipernutrita, egoista? Tra cinquant’anni, ammesso che l’umanità continui a sopravvivere a inquinamento, violenze, guerre, ci saranno persone più consapevoli di noi? Quali altri orrori inventeremo per continuare ad alimentare gente sfruttando creature che non possono difendersi? Quali nuovi alibi inventeranno le persone per continuare a fare distinzioni tra animali da compagnia e animali da macello?

L’unico rimpianto che ho è di non essere stata vegan fin da quando ero piccola. D’altra parte un tempo non si conoscevano a fondo tutte le perversioni di cui siamo capaci nei confronti di animali innocenti. Oggi, preferirei morire piuttosto che nutrirmi di veleno e sofferenza contenuti nei prodotti degli allevamenti. L’energia che deriva da una carcassa ti distrugge e tira verso il basso. Ma siccome non voglio perdere la mia voglia di combattere, voglio credere anche che il mio stile di vita possa diventare contagioso, perché l’esempio mio e di altre persone possa essere utile a quella massa inconsapevole, per cambiare la propria alimentazione. Essere coerente è difficile, ma soddisfa da matti. E ogni momento aumenta il mio amore per gli animali, che non sanno mentire e non sono codardi.

Morte e terrore: se la caccia è sport

Caccia, ossia accecare un uccellino che farà da richiamo vivo con un mozzicone di sigaretta: questo si può chiamare sport? Abusare del corpo di un piccolo animale indifeso, umiliandolo prima da vivo e poi da morto, è sport? Godere di fronte alla carcassa di un animale morto, che nel morire ha rilasciato una scarica di adrenalina e di terrore e la cui carne è quindi velenosa, è uno sport? Può essere uno ‘sport’ seminare la disperazione nel tempio della natura, violentando la pace che si trova tra i boschi, i prati, le foreste, i fiumi, con quegli spari che spaventano e diventano un suono lugubre dove ci dovrebbe essere vita? La caccia è il mezzo con cui si toglie la vita a un essere vivente. Come si possono ancora sentire frasi del tipo “amo la caccia perché è uno sport utile a controllare la fauna selvatica, perché ti fa stare nella natura”? Amare la natura significa amare la VITA. E invece noi proteggiamo chi semina la morte, e se un animale esce dal nostro controllo lo rimettiamo subito al suo posto, senza se e senza ma.

Ti dicono che cacciare è una cosa giusta, che i nostri antenati cacciavano. ma se non sbaglio ora la caccia viene considerata uno sport. Qualcosa no torna, allora. Ho sofferto e soffro terribilmente, senza abituarmi mai a questo dolore, nello scoprire ogni anno, all’arrivo di ogni autunno, che esiste gente che vive per sparare, che organizza giornate insieme a poveri cani sempre rinchiusi, che non sono nemmeno considerati animali da compagnia, che non ricevono mai una carezza, e che vengono liberati solo per inseguire altre vittime della prepotenza umana, per poi essere picchiati o abbandonati, se non cacciano abbastanza bene.

Se si fa un sondaggio tra gli italiani, più della metà vorrebbe abolire la caccia. Ma nella realtà questa pratica, un tempo utilizzata dagli uomini primitivi per procacciarsi cibo necessario alla sopravvivenza, e parliamo di milioni di anni fa, è ben protetta dai governi, che evidentemente vedono un ottimo tornaconto nel sostenere la caccia: una lobby tra le più forti, quella dei cacciatori, per non parlare dell’indotto derivante dal commercio e vendita e produzione di armi, della quale siamo degli autentici boss nel mondo.

Cosa possiamo fare noi, singoli, piccole pedine di un paese dove a vincere è sempre il potere del denaro? Forse il dovere di ognuno di noi è quello di prendersi carico di un messaggio culturale da trasmettere. Intanto si può tentare di appoggiare le associazioni che chiedono nuove leggi, per abolire la caccia, attraverso petizioni popolari. Ognuno di noi conosce cacciatori. Parlare, dimostrare la bellezza di uno sport sano, che non semina morte, far ragionare sul non senso di una lotta ad armi impari. Utopia? Io vivo di utopie, per non finire nella disperazione. Altrimenti  cambierei mestiere. Ma credo che in questo mondo di violenza, dove ancora esiste gente che si mette a tavola per mangiare decine di carcasse di uccellini di pochi grammi allo spiedo, chi ha un cuore e una coscienza li debba usare.

 

Ode ai volontari animalisti

Volontari animalisti: ode agli angeli degli animali

I volontari animalisti lavorano 24 ore al giorno, con il cuore. Gli angeli degli animali hanno le loro vite, il loro lavoro, i loro problemi di salute, i loro svaghi. Ma non passa un momento della loro giornata che non venga occupato da quel pensiero fisso: aiutare gli animali. Si sentono anche insultare, spesso, con quell’accusa che ormai è un ridicolo slogan: “Pensi agli animali e non alle persone”. E loro, tenaci, pazienti e silenziosi, non ci fanno caso, e vanno avanti per la loro strada, dimostrando nei fatti quanto sia assurda questa affermazione. Perché i volontari che dedicano la vita agli animali abbandonati, maltrattati, abusati, sfruttati, dedicano anche tanto tempo a parlare con le persone, aiutando chi è in difficoltà: siano difficoltà economiche, siano problemi personali. Loro, che sono davvero impegnati a fare più che a dire, sanno bene che cani, gatti, conigli vivono con gli umani, e gli umani vivono con gli animali, in un continuo scambio di emozioni. E il cervello e il cuore non si dividono in settori: se provi empatia, la provi per tutti.

Non mi piacciono le etichette perché le ritengo limitanti e fuorvianti, soprattutto di questi tempi, quando si tende a etichettare tutto. Ma me le prendo volentieri queste etichette, se servono a identificare i miei valori: animalista è quella che mi appartiene di più. Amo gli animali perché amo e riconosco la loro anima, e sono felice di aver fatto un percorso che mi porta a essere, e arriviamo alla seconda definizione, antispecista. Voglio la giustizia nel piatto, e la giustizia si ottiene facendo delle scelte etiche e concrete.

E sono, terza qualità, attivista, nei limiti delle mie possibilità. Mi irrita chi predica e rimanda tutto al domani, chi giudica con facilità gli altri e non si accorge delle proprie incoerenze.

Ecco, i volontari, gli angeli a due gambe dei nostri angeli a quattro zampe, ma anche a quattro gambe, pinne, ali, a volte a tre sole zampe, a volte perfino a due zampe se hanno avuto un incidente, sono tendenzialmente persone che ricercano una coerenza, che fanno un percorso, ognuna con i suoi tempi. Loro riflettono sulle scelte che fanno ogni giorno, che mettono a disposizione il loro tempo e i loro sentimenti per amore di chi non ha voce per difendersi.

Ne conosco tantissimi, di volontarie e volontari animalisti, e ce ne sono alcune e alcuni che vorrei ringraziare più degli altri. Perché loro agiscono con passione e forza di volontà, tenacia e dedizione. Non importa se è festa, se piove, se nevica, se c’è un caldo insopportabile, se tutti sono a festeggiare, se gli altri partono: i volontari puliscono i box dei canili anche a ferragosto, comprano le medicine per gli animali ammalati rinunciando al cinema, ospitano cani e gatti in attesa di adozione sacrificando spazio in casa e tempo libero. E lo fanno sempre con amore per queste creature. Mi sono commossa e mi commuovo spesso, quando li vedo e li ascolto: loro chiamano per nome qualsiasi essere vivente, per loro non sono mai numeri, ma vite, storie preziose, anime. Gioiscono quando un animale trova una casa, piangono quando non si riesce a fare abbastanza per strappare ai maltrattamenti un essere innocente, combattono quando si deve chiedere giustizia, non hanno paura di denunciare.

E sono gli stessi che mi hanno sostenuto e abbracciato quando ne avevo bisogno. Devo ai volontari animalisti che ho incontrato finora e che incontrerò nel mio percorso di vita un grande insegnamento. Loro mi hanno arricchito, permettendomi di raccontare le loro storie a lieto fine e quelle più dolorose, e mi insegnano che l’umanità esiste. Quella vera, che rispetta ogni forma di vita.

Ciak si gira: backstage e video a quattro zampe, anzi gambe!

Ciak, si gira! Un set a quattro zampe, anzi gambe.. perché i protagonisti indiscussi di questi video che vedete sono stati Gemma, Ringo e Barone. E poi Feuer, e le amiche e gli amici che hanno accettato questa bella avventura. Non avrei mai pensato, anni fa, di ritrovarmi in mezzo ai miei animali, con le persone più care, e raccontare davanti a una videocamera storie, aneddoti, emozioni che riguardano me, i miei animali e la nostra attività insieme. Perché un tempo la timidezza, la paura di non essere all’altezza prendevano il sopravvento. Ma poi negli anni a vincere sono stati altri sentimenti: primo fra tutti il desiderio di trasmettere agli altri le sensazioni bellissime che provo io, quando mi ritrovo con questi splendidi colleghi animali, e vivo insieme a loro i vantaggi del tempo speso nella natura, nel silenzio.

Un po’ di ansia, quella sensazione divertente di sentirsi un po’ impacciati, le papere, e ricominciare a registrare, e fermarsi perché ti viene da ridere, o magari anche da piangere per l’emozione.

E poi i nostri attori, difficilissimi da riprendere, perché noi li lasciamo in libertà, e dunque bisognava seguirli, inseguirli, adeguare il nostro passo al loro. E se Ringo galoppa, bella impresa stargli dietro!

A riprenderci Giuseppe Marinelli, splendido, perché ha saputo metterci a nostro agio, con pazienza. Non è semplice raccontare certe emozioni, ma lui attraverso i video che abbiamo creato è riuscito a fare un po’ di ordine in quella fiumana di parole, azioni, gesti.

Ho pensato di girare questi video per avere un supporto ulteriore al mio lavoro: quando racconto la bellezza di una giornata on gli animali, gli effetti benefici sulla salute e sull’umore, i momenti divertenti in cui, all’improvviso, si creano dei contatti così profondi tra umani e animali che si vedono nuove espressioni sui volti delle persone: amiche che chiacchierano con la mia asina, che raccontano i fatti loro al mio cavallo, che passeggiando con loro nel bosco si ricordano di momenti passati nella natura e li condividono. Persone che arrivano stressate, stanche, svilite, e dopo alcune ore con gli animali tornano a casa sbadigliando per il relax, con un sorriso così bello da essere impagabile.

Mancano, in questi video, quelle sensazioni che solo il contatto può dare: la morbidezza del pelo e l’odore intenso degli asini e dei cavalli, i profumi del bosco bagnato dalla pioggia, l’odore delle verdure nell’orto, la terra sotto le unghie, mentre si raccolgono i frutti e le erbe aromatiche.

Ma le immagini e le voci, intanto, raccontano questo benessere. Grazie, allora, a chi ha reso possibile tutto questo: il professionista che ci ha guidati, gli amici che hanno partecipato e soprattutto loro, i miei angeli a quattro zampe e quattro gambe.

I video sono caricati nel canale YouTube: Silvia Allegri.

Buona visione!

 

Scelta etica: con la carta, con il piatto, con il cuore

Da quando ho fatto una scelta etica importante, e smesso di mangiare carne e pesce e tutti i prodotti che implicano uno sfruttamento degli animali, mi sono sentita meglio. In pace con me stessa e in pace col mondo, oltre a sentirmi più carica di energia positiva e a provare una serenità che non avevo mai conosciuto prima di fare questa scelta. È la serenità di chi non è complice. Sono una giornalista e credo che il mio lavoro sia nobile, bello e difficile. La mia missione è guardare dentro le cose, avere il coraggio di osservare tutto e di capire per poterlo raccontare poi a chi mi legge e mi ascolta. Ho conosciuto delle persone straordinarie, che hanno consacrato la loro vita e il loro tempo a parlare per chi non ha voce. Persone che lavorano nell’ombra, che dedicano il loro tempo a guardare in faccia il sangue, la morte, le ferite, ad ascoltare le urla di dolore e di paura di milioni di animali. A fare i conti col silenzio, quando non c’è più nulla da fare. Cosa provano le persone che si introducono in un allevamento intensivo e non possono fare altro che filmare, fotografare, documentare quel dolore ? Quanto costa lasciar morire, perché non esistono altre possibilità, nella speranza di poter far vivere in futuro altri animali? Questa strage si consuma ogni giorno lontano dalle nostre case, dai supermercati dove l’abilità del marketing permette di camuffare questo dolore e renderlo inesistente, muto, coperto da etichette colorate e fasulle. A pochi chilometri da noi, nei capannoni, nei camion che trasportano animali ‘vivi’, come si legge, si stanno consumando tragedie rese possibili dalla complicità di chi si volta dall’altra parte. Impariamo allora a leggere le etichette, e a capire se il prodotto che stiamo per acquistare ci permette di essere coerenti con la nostra scelta etica, se proprio non abbiamo il coraggio di accendere la televisione, aprire il computer e assistere a uno dei numerosi reportage disponibili per chiunque abbia voglia di documentarsi. Io li sento piangere e urlare anche quando non sono lì vicino, perché una volta che hai visto uno di quei filmati o, peggio, hai assistito alla morte di un animale preso a calci e botte perché non voleva andare verso il supplizio e la fine, quelle urla non ti lasciano più. Ecco perché scrivo, quando posso, di animali, suggerendo i piatti che non contengono dolore, ma anche raccontando ciò che gli altri non vogliono sentire. Ritengo sia doveroso dare spazio e voce a quegli eroi che entrano nei luoghi del dolore per mostrarli al mondo.

Gli animali sono esseri intelligenti, con una propria personalità, che provano sentimenti e paure, ma che non possono combattere contro le gabbie di ferro che li tengono schiacciati per terra, che impediscono loro qualsiasi movimento, che servono a farli ingrassare, fermi immobili, senza mai vedere un raggio di sole, senza sentire il contatto con l’erba fresca, a suon di integratori e antibiotici. Senza la lotta ad armi pari non c’è giustizia. Ognuno di noi ha un potere straordinario: fare quella scelta etica di mangiare cibo che non contenga sofferenza, che non sia un pezzo di animale, che non sia prodotto dallo sfruttamento.

Scrivere di morte fa male, ma è peggio scrivere di cose futili e leggere, ignorando volutamente il dramma di chi non può difendersi. A modo mio getto ogni giorno un semino. Attecchirà, si trasformerà in una pianta? Forse sì e forse no, ma nel dubbio preferisco provarci.

Nel mio orto anarchico, dove ci si auto-aiuta

Nella mia famiglia c’è sempre stata la passione per orto e giardino, ma io l’ho sempre seguita da spettatrice: apprezzavo i risultati, i colori e i profumi, ma senza sentirmi all’altezza. Poi, un giorno, durante un tour per giornalisti in Liguria, la visita di un centro e per la pratica di yoga e meditazione con un orto meraviglioso. È stata una vera e propria folgorazione: volevo un orto anch’io! E così in maneggio ho chiesto di poter lavorare un pezzetto di terra creando un orto didattico, con l’idea di offrire a chi mi avesse fatto visita la possibilità di lavorare non solo con Ringo, Gemma e Barone, ma anche mettendo le mani nella terra, piantando, seminando, zappando. Per poi raccogliere insieme i frutti.
Un manuale sul giardinaggio, guanti robusti, una zappa, un rastrello, e tanta voglia di imparare. A distanza di un anno e mezzo guardo adesso con gli occhi lucidi, lo ammetto, e tanta soddisfazione, questo piccolo orto anarchico: qui vengo per aiutarmi, quando sto male e ho dei pensieri. Le mani che affondano in questa terra profumata e scura, il sudore, dato dalla fatica e dall’inesperienza che a volte mi fa ancora fare sforzi disumani in attesa di conoscere qualche trucco del mestiere, la gioia indescrivibile nel vedere che le piante crescono, così all’improvviso, in posti inaspettati. Perché magari dove avevo piantato il basilico spunta una pianta di pomodori, e dove avevo seminato le carote crescono fagioli e piselli. Il vento, la terra, il concime naturale in questo posto popolato di asini e cavalli fanno sì che ci sia ogni volta qualche sorpresa. E se magari l’erba cipollina non cresce, in compenso da un seme di zucca nasce una giungla di foglie e di fiori che strappano un sorriso. Qui fuggo, a volte, con gli amici: magari hanno un peso sul cuore e mi chiedono di passare alcuni momenti di serenità in mezzo a questo disordinato orto selvaggio: allora raccogliamo insieme le foglie secche, mangiamo i pomodorini dalla pianta, ci portiamo a casa prezzemolo e salvia, osserviamo le zucche che crescono e cambiano colore. Qui, in questo angolo semplice, si trova la serenità. E mentre il mondo si stressa in coda per entrare nei centri commerciali noi lasciamo da parte il telefono e ci godiamo la bellezza di questo disordine naturale. Una carezza agli animali prima di andar via, e tutto passa. E torniamo a casa con la mente finalmente sgombra.

 

Verona, città standard-friendly che dice no al diverso

Fa male sentirsi a disagio e diverso nella propria città. Appena si rientra da un viaggio la bellezza del ponte Pietra, degli scorci meravigliosi di Verona riempie il cuore. Ci si sente bene, qui. Ma la bellezza, si sa, non basta. La tua città deve essere anche la città dove ti senti a tuo agio mentre cammini, mentre parli, mentre osservi le persone. Il luogo dove ti senti a casa, accolto, protetto.

Tornata ieri da un viaggio di lavoro all’estero, ho analizzato con più attenzione i fatti accaduti in città in questi giorni. Il Festival Internazionale dei Giochi di Strada, il Tocatì, è iniziato, e a dominare le pagine dei giornali c’è il provvedimento del neosindaco di Verona, Federico Sboarina, che ha deciso di annullare l’appuntamento della Biblioteca Vivente all’interno della manifestazione. Biblioteca vivente: persone in carne e ossa che si mettono a nudo e si raccontano a perfetti sconosciuti, per insegnare loro la difficile esperienza della discriminazione e trasmettere la forza degli ideali e dei sogni, che ti spingono a superare le barriere. I titoli di questi ‘libri’ parlano di scelte sessuali diverse, di omosessualità, di amore. E dunque per questo si è deciso che un tema del genere sarebbe stato ‘diseducativo’. Ad alzare la voce e a urlare allo scandalo i consiglieri del Popolo della Famiglia, che hanno ricordato al sindaco le sue promesse elettorali: a Verona bisogna promuovere una cultura cattolica che valorizzi la famiglia intesa come nucleo composto da marito, moglie e figli. Il sindaco non perde tempo, e esegue gli ordini di scuderia, in coerenza con quanto promesso.

Ricordo lo sconcerto quando alcuni giorni fa, prima di partire, ero andata a seguire per il giornale per cui scrivo la conferenza stampa sul musical al teatro Romano dedicato al nome di Maria e all’Evangelizzazione: anche lì il sindaco ha ribadito la sua adesione ai principi della chiesa cattolica, ricordando poi come tutta la sua Giunta sia in linea con questa visione.

Ero sconcertata, quel giorno, e avrei voluto chiedere: Sindaco, ma cosa pensa lei di me, che evidentemente vivo in modo diverso dal suo, non vado in chiesa come invece fa lei, non sono sposata e vivo ‘solo’ con un cane e un gatto, o delle mie amiche lesbiche, dei miei amici gay, dei miei amici musulmani?

Perché un sindaco rappresenta la città nella sua interezza, e perché, a memoria, mi pare di ricordare che viviamo in uno stato laico dove ogni cittadino ha il diritto a scegliere a quale ‘chiesa’ appartenere.

Allora mi tornano in mente tanti piccoli episodi: come quando il parroco che mi incontra nel parcheggio sotto casa mi dice di sbrigarmi, e mi chiede cosa aspetto a metter su famiglia, sposarmi e fare figli, visto che ho 40 anni. Come quando un’amica, molti anni fa, mi disse che avrebbe lasciato l’Italia per vivere la sua omosessualità in santa pace, senza essere guardata male ogni minuto se tiene per mano una donna. Mi viene in mente anche chi, spesso, mi dice: ‘Ah, tu che non hai figli non puoi capire’, come se l’assenza di figli costituisse un limite alla mia capacità di empatia.

Insomma, anch’io sono una “diversa”: in una città standard-friendly ogni percorso di vita che si discosti da quell’insieme di tappe obbligate – fidanzamento, matrimonio, figli – diventa pretesto per indagare con sguardo morboso e curiosità malata nelle vite altrui, sputando sentenze. Allora si viene guardati come dei falliti, come delle persone incapaci di avere successo, perché quella fede al dito dopo un matrimonio rigorosamente in chiesa è l’unico lasciapassare per poter essere accettati.

“Insieme di persone congiunte da vincoli di sangue e perlopiù conviventi”: questa è la definizione di famiglia che trovo sul dizionario. Parlo più. Per la legge italiana però io stessa, da sola, costituisco una famiglia: ho la residenza in una casa dove vivo solo io. Io posso avere mille motivi per aver deciso di non avere un marito o dei figli di fianco a me. Possono essere state scelte legate alla fortuna, a un incidente di percorso, ai casi della vita: perché dovrei giustificarmi, allora? Non potrei avere dentro la mia storia qualcosa di doloroso di cui non voglio parlare? E una mia carissima amica, che dopo anni di convivenza con un uomo ha capito di amare una donna, e adesso sta vivendo una storia d’amore meravigliosa, perché deve giustificarsi e sentirsi etichettata come diversa, strana, sbagliata? Perché deve avere paura se bacia la sua compagna, perché deve convivere con sguardi indiscreti? Ricordo anche un ex collega che ha deciso di cambiare sesso, e ricordo il suo calvario le lacrime durane le pause caffè, il terrore di affrontare la famiglia, la paura di perdere il lavoro.

Ho la fortuna di avere amici di ogni genere e mi vanto di avere la capacità di accettare le loro diversità, come loro hanno la capacità di accettare le mie. Queste sono le relazioni che mi arricchiscono, che mi stimolano, che mi danno la forza di credere nei sentimenti. Mi mette a disagio vergognarmi di chi amministra la mia città adesso, perché avverto quella presunzione che non fa bene alla crescita personale, quella che ti vieta di metterti a confronto con l’Altro, chiunque esso sia.

Dopo una settimana in una grande città europea, dove ho parlato ogni giorno con decine di persone di ogni angolo della terra, sono tornata a casa arricchita: ho imparato come stringe la mano un giapponese, come vive un tecnico italiano in giro a collaudare macchinari 300 giorni all’anno, come si svolge la giornata di un rappresentante lituano, quali difficoltà può avere una ragazza italiana lesbica che lavora per una ditta milanese, come passano le loro serate i cinesi quando sono in viaggio per lavoro, quale birra preferiscono i tedeschi in autunno, come si veste un manager indiano.

Il diverso diventa il mio bagaglio culturale, il mio patrimonio. E ringrazio queste persone, come ringrazio le persone straordinarie che si prestano a fare i ‘libri viventi’ in città e a raccontare le proprie ferite agli altri, per spianare la strada a quelli che vengono chiamati ‘diversi’, ma che in realtà sono persone come tutte le altre, ma non ‘standard’: persone che sanno lottare per la propria identità e considerano la propria vita un bene prezioso da vivere a modo loro, nel rispetto degli altri.

Sindaco, consiglieri del Popolo della Famiglia, pensate sia semplice mettere a nudo la propria vita per aiutare gli altri a superare le barriere? Lo sapete che raccontarsi significa metterci la faccia, la pelle, il corpo, il cuore? Cosa fate voi se vi capita che vostro figlio, o un vostro amico, vi confessi di essere gay? Proponete il rogo?

Sempre in questi giorni all’estero ho anche sentito frasi come: Tutti i tedeschi guidano da cani, tutti gli austriaci sono stupidi, tutti i gay sono esibizionisti: e ogni volta che queste frasi arrivavano alle mie orecchie mi cresceva dentro una rabbia così forte che avevo voglia di piangere, perché “il pregiudizio è un’opinione senza giudizio”, diceva Voltaire, e ogni pregiudizio diventa un limite, un muro, un tassello in più nel mosaico dell’odio verso l’altro.

Forse, grazie al Partito della Famiglia e agli integralisti cattolici, grazie alle persone ignoranti, nel senso letterale di persone che ignorano, che non conoscono, da oggi Verona ha una marcia in più: perché le persone che amano in modo diverso dalle altre adesso non staranno più zitte. E la loro voce sarà un arricchimento in più per tutti.