Silvia Allegri, Autore a Silvia Allegri
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Author:Silvia Allegri

In viaggio per Save the Dogs, emozioni e pensieri dalla Romania

Un viaggio forte, duro, indimenticabile

In viaggio per Save the Dogs, travolta da tantissime, quasi troppe emozioni. La felicità incontenibile nel salvare una cagnolina vecchia e malata, e portarla via dalla strada. La frustrazione devastante nel lasciare su quei marciapiedi decine e decine di altri cani, perché lo spazio e le risorse economiche non sono sufficienti. Le lacrime di gioia nel vedere l’amore con cui un’infermiera maneggia un animale bisognoso di cure, quelle di rabbia nel constatare che esistono bambini e anziani che non hanno niente, nemmeno un paio di scarpe. Il mio viaggio in Romania è terminato da pochi giorni. Un viaggio temuto per molti anni, inevitabile oggi, per poter raccontare con consapevolezza la meravigliosa storia di Sara Turetta e Save the Dogs. Un viaggio così pieno di punti di domanda da spaventarmi da matti, ma anche fortemente desiderato. Perché alla fine prevale la voglia irrefrenabile di capire, vedere, scavare, anche a costo di soffrire. Sara mi ha presentato il suo regno, la sua creatura, e ha rivisto la piccola Amelie, pronta a raggiungerla a breve in Italia.

Sono sostenitrice di Save the Dogs da anni, ormai, e da anni conosco la sua presidente. Ma il momento di partire è arrivato in questa estate 2019. Conoscevo, grazie alle parole di Sara, ma anche al magazine dell’associazione, ai documentari, ai telegiornali, le infinite contraddizioni e difficoltà di un paese che è entrato nell’Unione Europea dal 2007 ma dove ancora troppi diritti sono negati. Il diritto all’igiene e all’educazione, in quelle comunità rom, e non solo, dove i soldi non sono sufficienti, manca il lavoro, luce e gas e acqua corrente sembrano un sogno. Il diritto di essere bambini, in luoghi in cui fin da piccoli si vive per strada e si deve contribuire a portare a casa da mangiare inventandosi dei lavoretti precari e vivendo costantemente esposti a violenze. E ovviamente i diritti degli animali, vaganti per le strade, non sterilizzati, abbandonati in sacchi di plastica o uccisi, non vaccinati, denutriti e picchiati.

Chiaro che vedere ed essere catapultati in una simile realtà è un’altra cosa. Ho sostenuto, non so ancora come, la vista di asini macilenti e cavalli scheletrici e zoppi che trascinavano carretti, di cani con la rogna e affamati sul ciglio di strade dove i tir sfrecciano e a volte morire è quasi un sollievo rispetto a una vita di stenti e di pericoli continui, di gatti magrissimi che ti inseguono fin dentro casa pur di mangiare qualcosa, provati da un’esistenza fatta solo di fughe e di nascondigli. Poi diventa essenziale buttare fuori, rielaborare, e chissà quanto tempo mi ci vorrà. Non basterà una vita intera, credo. Perché dopo che hai visto, non puoi più tornare indietro.

Footprints of Joy

Footprints of Joy di Save the Dogs, a Cernavoda, è una cattedrale nel deserto. Entri e incontri più di 60 asini e più di dieci cavalli salvati per miracolo. Come Emma, la puledrina nata con una malformazione e scaraventata da un’auto in mezzo alla strada, salvata dallo staff e oggi in attesa di essere operata.

Incontri centinaia di cani: quelli appena arrivati, in cura, quelli che seguono un percorso di recupero psicologico per superare i traumi subiti, quelli ormai pronti per essere adottati in Italia e in altri paesi, quelli troppo anziani o malati per poter partire, ma che trovano nel canile un rifugio sicuro dove vivere serenamente, al riparo dalle botte e dalla fame. E poi i gatti: gattini e gattoni che fanno le fusa a tempo pieno, timidi o spudoratamente espansivi, belli come il sole, nelle loro colonie distribuite sull’intera area o nel gattile, un’oasi di pace e bellezza. Mi rifugiavo lì, dopo le visite nelle baraccopoli, i giri per la distribuzione del cibo ai randagi di Cernavoda, il tour con il censimento dei cani, il soccorso di animali in gravi condizioni. In quel piccolo condominio con giardino a misura di felini chiudi gli occhi e respiri, e quando li riapri di sicuro ne hai qualcuno vicino, che ti guarda e ti chiama per avere carezze. Andavo lì col mio computer, a scrivere e anche a piangere, a calmarmi e cercare di scaricare tutte quelle emozioni troppo forti e contrastanti per non prosciugarti.

Sì, perché ci si prosciuga davvero lì. L’assenza delle istituzioni, la povertà sbattuta in faccia, senza poter trovare soluzioni immediate. La frustrazione che ti devasta, quando pensi che ne salvi uno e migliaia invece moriranno. In un paese a pochissima distanza da noi.

La veterinaria che ha amputato la zampetta del mio Lucio, micio tripode arrivato dalla clinica lo scorso anno dopo essere stato salvato in una delle peggiori baraccopoli della Romania, quando ha saputo che ero io la sua adottante mi è venuta vicino e mi ha abbracciata commossa. Si chiama Miet, ed è una persona meravigliosa.

 

E che dire poi dello staff?

I medici e infermieri volontari, gli operatori, le ragazze dell’ufficio, che in ufficio ci stanno ma sono anche onnipresenti, conoscono uno a uno gli animali ospitati, li seguono nei loro progressi e li accompagnano verso una nuova vita. Li ho visti sorridere e anche nascondere una lacrima, mentre mi raccontavano le loro esperienze. Il mio cuore batte con loro, adesso ancor più di prima. Ringrazio tutti loro, davvero, e in particolare abbraccio virtualmente Stella e Sara, che mi hanno dedicato tempo per spiegarmi il loro lavoro, per presentarmi i ‘loro’ tesori.

Il senso di tutto questo: portare cultura e benessere. A tutti

Il potere della goccia nell’oceano. Ho capito che bisogna appigliarsi a questo per non impazzire. E tanta gente, in questi anni, è impazzita in quei posti. Ti ritrovi solo, guerriero coraggioso ma solo, contro una miriade di nemici. Ho capito che il nemico più grande è l’indifferenza. Quella che ho visto negli occhi di tante persone, che passano vicino a un animale agonizzante e non lo vedono. Ma d’altra parte, come potrebbero vederlo, se nessuno ha mai insegnato loro la compassione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro?

Ho capito, soprattutto, che senza cultura questo povero mondo andrà in malora prima del previsto.

Se avessi risorse le spenderei, oggi, principalmente per aiutare Sara e il suo staff a fare un lavoro sul territorio. La loro clinica mobile, quando c’erano i soldi per farla funzionare, ha permesso di sterilizzare a domicilio, e quando entri nelle case e nelle baracche vedi e tocchi con mano il degrado, e forse, però, puoi fare qualcosa. Se non ci fossero animali da assistere quelle persone non aprirebbero le porte. Il randagismo si risolve a monte, facendo cultura, insegnando la giusta relazione con gli altri esseri viventi e i bisogni degli animali. Far adottare è la cosa più gratificante, ma il vero lavoro, come sempre, è dietro le quinte.

Ancora una volta mi salta agli occhi con chiarezza quanto la vita degli esseri umani e degli animali sia intimamente connessa. Se non curi uno trascuri l’altro. Se vedi il dolore, lo vedi in ogni sua espressione, che sia il pianto di un bambino, il lamento di un vecchio, il guaito di un cane.

Quelle immagini mi restano dentro, come gli odori forti che mi hanno assalito nei cortili di quella gente misera che vive a piedi nudi insieme ai maiali e alle galline.

Sono contenta di aver riposto in Save the Dogs la mia fiducia da anni. Non mi sbagliavo. Questa associazione compie dei piccoli miracoli ogni giorno. Ci ricorda che la sofferenza non ha il passaporto, e l’aiuto che dai in un angolo della terra contribuisce al benessere di tutti.

Save the Dogs mi dimostra quanto è bello e doveroso lavorare mettendo sempre insieme i due elementi più importanti: il cuore e il cervello.

I macelli e l’agonia degli animali sulle strade

L’agonia degli animali sulle strade d’Europa. I macelli che, paradossalmente, si trasformano nella fine di una pena insostenibile per cavalli, pecore, vacche, asini, maiali che viaggiano stipati sui camion, in viaggio verso la morte con un caldo torrido, senza acqua per decine di ore. Solo il giornale online Popolis mi ha dato spazio per pubblicare le notizie allarmanti che mi giungono da Animals’ Angels. E allora, per quanto piccolo possa essere questo spazio, ritengo doveroso sfruttarlo, se potrà raggiungere nuovi lettori e spalancare gli occhi di chi non sa, o sa troppo poco.

Cosa dicono le leggi

Le leggi, si sa, hanno valore solo se vengono rispettate. E dunque arriva da parte delle associazioni la denuncia di maltrattamenti inauditi dopo che la scorsa settimana il Consiglio Agricoltura e Pesca Europeo si è riunito per discutere, tra gli altri argomenti, del problema dei trasporti di animali vivi che continuano nonostante il caldo torrido estivo. Lo scorso anno la Commissione Europea aveva già raccomandato ai paesi membri di non permettere che gli animali siano trasportati a più di 30°C, ma solamente alcuni stati si sono attivati adottando diversi provvedimenti. L´Italia, per esempio, ha cercato di prevenire il problema, intimando ai veterinari ufficiali di non autorizzare viaggi a lunga percorrenza il caldo. Ci sono paesi, invece, che si beffano delle leggi, ma soprattutto che dimostrano ancora una volta quanto poco sia importante, per loro, il benessere animale. Cosa c’è da aspettarsi, d’altronde, da stati che permettono, nel 2019, le corride, il massacro dei cani nei canili, l’uccisione degli asini nelle sagre popolari, le lotte tra galli? La Spagna non si smentisce mai, in altre parole.

L’agonia degli animali sulle strade d’Europa.

Animals’ Angels e l’Associazione nazionale per la difesa degli animali (ANDA) assicurano che i veterinari spagnoli e le compagnie di trasporto continuano a ignorare questo divieto.  Le prove arrivano dal lavoro di cinque team investigativi hanno appena terminato di monitorare il trasporto di animali vivi sulla rotta Spagna-Francia-Italia negli ultimi sette giorni. Le ricerche, per un totale di 13 controlli in pochi giorni, hanno rivelato che i veterinari spagnoli hanno autorizzato trasporti di tori, maiali, pecore e cavalli nonostante l´ondata di caldo africano degli scorsi giorni. Le squadre hanno documentato trasporti durante le ore più calde del giorno a temperature anche di 36°.

E intanto, tra gli altri orrori, arrivano a Padova, passando per Verona, camion di cavalli destinati al macello. A comprare quella carne, molto spesso, proprio i cavallerizzi della domenica, tanto per sottolineare il livello di coerenza che abbiamo raggiunto. Ma nonostante questo ci sono testate che ritengono l’argomento non di pertinenza in quanto non ‘locale’. Insomma, se il territorio è interessato dal passaggio di questi camion degli orrori, non si tratta di cose che riguardano noi. Noi che evidentemente siamo coinvolti, se proprio qui arrivano gli animali per essere ammazzati.

“In diversi casi, si trattava di trasportatori italiani”, aggiunge Silvia Meriggi, Project Manager di Animals’ Angels. “Non abbiamo visto né in Spagna, né in Francia, né in Italia dei controlli sulla strada, al fine di accompagnare i buoni propositi con azioni pratiche ed efficaci”. E aggiunge: “Non sono stati soddisfatti nemmeno anche altri obblighi legali. Per esempio quello di caricare meno animali sui camion per lasciar loro più spazio per termoregolarsi, o quello di abbeverarli durante il viaggio e scaricarli in determinati spazi autorizzati per i tempi di riposo che sono obbligatori”.

Insomma, nonostante esista una normativa che ha lo scopo di limitare le sofferenze degli animali trasportati da un paese all´altro al solo scopo di essere macellati per produrre carne, rimane ancora molto da fare per applicarla e far si che questa limitazione sia reale oltre che teorica.

E l’Italia che fa?

Per quanto riguarda l´Italia, la circolare ministeriale emessa dal Ministero della Salute il 3 luglio scorso è stata un buon inizio. Ma non basta: “Le regioni devono pianificare dei controlli mirati ai trasporti sulla strada e negli altri punti strategici, al fine di sanzionare i trasgressori. Ed è necessario estendere la portata della circolare anche al transito dei trasporti provenienti da altri paesi, con temperature superiori di 30°C, come dice la normativa. Non è infatti una beffa vietare i trasporti in partenza dall´Italia con il caldo e non prendere provvedimenti contro quelli che invece arrivano in Italia, spesso ad opera di trasportatori italiani?”. Chi mette fine, allora, all’agonia degli animali sulle strade d’Europa?

In questo paese fatto di regole trasgredite come sempre l’ultima parola spetta ai consumatori. Chi ancora sceglie di mangiare carne dovrebbe ricordare che il benessere in vita è un diritto. Ha senso consumare carne di animali che prima di essere ridotti a pezzi e venduti hanno passato l’inferno? Quanta adrenalina e quanto dolore si mette nello stomaco chi consuma questi prodotti, spacciandosi poi per amante degli animali?

Ciascuno faccia i conti con la propria coscienza.

 

 

 

 

Storia di un ambasciatore a tre zampe

Un ambasciatore a tre zampe, che si muove senza sosta su ogni superficie calpestabile e non del mio appartamento. Dopo tanti mesi di silenzio credo sia doveroso ripartire da qui. Lui si chiama Lucio. È arrivato in aereo a fine settembre, sono andata a prenderlo a Linate. Era stato recuperato qualche mese prima, praticamente neonato, in qualche strada di un paese della Romania, da un operatore di Save the Dogs. Quel poco che restava del suo piede anteriore destro era in cancrena, probabilmente lo avevano investito e per miracolo era ancora vivo. Avevo seguito sui social la sua storia: portato nella clinica, è stato operato d’urgenza e i veterinari gli hanno amputato la zampa. In quella foto era ritratto mentre piangeva, grandi orecchie sproporzionate e un’espressione di panico e disperazione che ti spezzava il cuore. Quando mi ero proposta di adottare un gatto dal rifugio di Save the Dogs il pensiero era andato a una bella gattona, che però per motivi di salute non avrebbe potuto affrontare il viaggio in aereo (adesso Tootsie, adottata a distanza dalla famiglia bipede tripode e quadrupede, è parte della nostra squadra). E così i volontari mi hanno proposto di accogliere lui. L’ho amato da subito, quel piccoletto, e l’estate 2018 è trascorsa contando i giorni che mi separavano da quel viaggio.

Perché lui? Perché la Romania?

Quante volte, in quel periodo, mi sono sentita dire: è pieno di gatti che cercano casa anche in Italia, perché prendi lui? Come se non lo sapessi… Quanti ne ho visti di gatti bisognosi, difficile dimenticare l’Abruzzo e le nostre staffette di aiuto. Come il mio Zorro, sottratto dalla strada molti anni fa e oggi sempre al mio fianco. Tutti li vorrei salvare, ma non posso. E oggi, a distanza di mesi, saprei dare la risposta giusta. Allora difesi la mia scelta dicendo che adottare un animale di quell’associazione significava per me sentirmi meno lontana da quel luoghi che non avevo ancora avuto il coraggio di visitare. Adesso invece risponderei così: questo micio, oltre ad avere liberato un posto in quella clinica che salva gli animali dall’inferno, gli ultimi degli ultimi in un mare di grigiume e miseria, ha molto da dirci: Lucio è un ambasciatore e conoscere lui significa conoscere la storia di chi lo ha salvato, decidendo di prestare servizio e cure ai randagi di un paese che oggi vive ancora al collasso, nonostante lo separino da noi soltanto poche centinaia di chilometri. Sì, perché in un paese dell’Unione Europea succede anche oggi, anche adesso, mentre leggiamo e scriviamo, che migliaia di animali vengano massacrati, in un clima di povertà, disagio, tristezza. Se tutti noi avessimo atteggiamenti responsabili verso gli animali i randagi non ci sarebbero, le bastonate e il veleno non  servirebbero.

Piccolo diavolo meraviglioso

Lucio è un micio che in certi momenti potrebbe ricordare un piccolo diavolo: una forza inaudita, una resistenza fisica mai vista, nonostante io di gatti ne conosca tanti davvero. Lui morde tutto, gioca con tutto, è sempre alla ricerca di cibo. Al punto di strappare con i denti le confezioni di crocchette, ma anche di servirsi senza tanti problemi di qualunque cibo trovi sul fornello, caldo o freddo che sia. È il padrone di ogni mensola, non esiste oggetto che non sia stato osservato, colpito, annusato, trasformato in un passatempo. Si lancia a capofitto nei vasi sul balcone, strappa pezzettini di rami e foglie, e corre nel letto con questi suoi trofei improvvisati. Se lo sgrido mi osserva con distacco, non abbassa mai lo sguardo, mi sfida. Oggi, conoscendo meglio dai racconti di Sara Turetta, la fondatrice e presidente di Save the Dogs, come vivono gli animali in quel luoghi così ostili, capisco di più le sue bizzarrie. Carattere guerriero e grinta gli hanno permesso di farsi notare, di chiedere soccorso, di non soccombere pur neonato e senza la possibilità di usare un arto. Avrà patito e sofferto, e oggi non abbandona quei modi battaglieri, pur trovandosi in un nido caldo ospitale, dove il sedicenne Zorro lo ha accolto come un cucciolo indifeso e dove l’altro coinquilino, Feuer, cane paziente e buono, gli offre la sua pancia per accovacciarsi quando è sera.

La diversità di Lucio è la sua bellezza

Lucio non sa di avere tre gambe e di suscitare tenerezza in chi lo guarda. Non ha bisogno di pietà, anzi prende a schiaffi i luoghi comuni e ci insegna che sono gli umani a essere in errore, con quel loro modo di guardare i diversi sempre carico di giudizio e pregiudizio. Rimarrà un gattino di piccola taglia, forse ha patito troppa fame nei primi giorni di vita. Ma nel suo spirito è grande come un leone, con quello sguardo di combattente che si alterna a gesti di assoluta tenerezza: ti passa la voglia di arrabbiarti, anche di fronte all’ennesimo oggetto distrutto o un libro mangiato, e mi ritrovo sdraiata accanto a lui, ad ascoltare le fusa a occhi chiusi. Il mio Lucio è energia, bellissimo perché imperfetto, irresistibile perché inafferrabile. La sera lo osservo, mentre si posiziona sul mio cuscino cercando le coccole e il contatto, e sono felice di avergli offerto una tana in cui nessuno potrà fargli più del male. C’è un’ombra che mi attraversa la mente, ed è il pensiero di quanti come lui, oggi, si ritrovano in balia di pericoli e cattiverie. Provo un senso di impotenza, ma poi spengo la luce, lo cerco con la mano, lo ascolto mentre dorme raggomitolato e sereno. E penso che crederò sempre, per tutta la mia vita, al valore di una goccia nell’oceano.

Camilla, i veri angeli non fanno distinzioni

Senza distinzioni, perché la sofferenza è qualcosa che appartiene a ogni essere vivente.

Ciao Camilla, ti ricordo pensando, oggi, che il tempo per ridere e incoraggiarci lo abbiamo sempre trovato. Che fosse un attimo o un pomeriggio, non importava. Bastava una parola e come per magia si ritrovava la grinta.

Tre anni fa esatti ci hai lasciato.

Camilla, l’avevo conosciuta perché era amica di mia zia Anna, ed era lei il punto di riferimento della Lav, dagli anni ’80 in poi. Verona aveva lei, soprattutto lei, Camilla, e vederla in postazione, dietro al banco dell’associazione, ci dava tante certezze. Quanti volontari ha visto crescere? Quanti ne ha sostenuti, abbracciati, aiutati a far emergere la grinta che serve per combattere contro le peggiori ingiustizie?

Andavo a casa sua a prendere i calendari, le uova di Pasqua, i gadget, i formaggi vegani. Mi intrattenevo lì da lei. Si parlava dei suoi cagnetti, dei miei animali. Ma anche della famiglia, dei miei amori, delle nostre incazzature, delle tante speranze. Ci si scoraggiava, spesso, perché purtroppo tante cose non cambiano, o forse peggiorano. Ma era uno sconforto che durava pochi attimi.

Camilla era una guerriera, non si arrendeva mai. Mi ha prestato dei libri, che parlavano di politica e di diritti umani negati. Perché il rispetto degli animali passa attraverso il riconoscimento dei diritti umani, e viceversa. Mi ha preparato una splendida sciarpa rossa per ringraziarmi per tutte le firme raccolte durante una campagna. Un regalo fatto su misura, un oggetto caldo che mi protegge il collo e che spesso è stato scelto dai miei quattro zampe per riposare al caldo, sul divano.

C’era un banchetto, una manifestazione, una riunione? Lei c’era. nonostante il freddo, il caldo, il mal di gamba, i dolori alle ossa, il cuore debole, la stanchezza.

Lei aveva una buona parola per tutti, e personalmente mi ha insegnato una cosa grande e importante: si fa attivismo senza distinzioni, non si innalza una barriera tra dolore umano e dolore animale, non esistono le sofferenze da catalogare in settori. Tutti siamo importanti e tutti abbiamo dei diritti. Non bisogna perder tempo a giudicare, ad avere pregiudizi, a irrigidirsi.

Sono certa che tanti si riconoscono in queste parole che io le voglio dedicare. Lei era così: dura e dolce, agguerrita e paziente, ma sempre in campo. Lei mia ha insegnato che ESSERCI è più importante che mandare un messaggio o condividere una campagna. Certo, la tecnologia ci aiuta, ma questa grande amante degli animali mi ha insegnato quanto è importante l’umanità, e che la presenza fisica vale molto di più di un messaggino. E ci sono persone che questo insegnamento lo hanno accolto e assorbito, per fortuna.

Camilla, noi non molliamo!

Tierschutzlauf, Vienna: io corro per loro!

Tierschutzlauf: fatta! Non importa se sono stanca, completamente fuori allenamento e con molto sonno da recuperare. C’è qualcosa che mi fa superare ogni ostacolo: l’amore per gli animali, le creature più innocenti e vere che popolano questo pianeta distrutto dagli umani. Sono ritornata apposta per loro, stavolta, a Vienna: oggi ho preso parte alla corsa internazionale per i diritti degli animali, la Tierschutzlauf, e sono orgogliosa di me e delle migliaia di persone che erano con me. Indossavo la maglietta di teamvegan.it, e insieme a me tanti amici fantastici con cui ho condiviso la fatica. Correvano anche i bambini oggi, rigorosamente vegani, sani e bellissimi, e naturalmente in perfetta forma: un piacere guardarli mentre si riscaldavano e alla partenza!

Ho affrontato la stanchezza perché credo nel dovere di ognuno di noi di portare un messaggio. Correre per me oggi è stato difficile, ma ho avuto il privilegio di farlo. Miliardi di animali sono già morti e purtroppo moriranno ancora per colpa dell’egoismo umano senza aver provato questa sensazione. Moriranno senza aver visto la luce del sole, senza aver avuto il piacere di calpestare l’erba fresca, senza aver mai potuto fare un passo. Immobili, schiavi, umiliati, amputati, massacrati, messi a ingrassare a suon di antibiotici e mangimi. Io corro per loro in tutti sensi: con le gambe, e con le parole. Nei momenti di stanchezza ho pensato che io avevo il privilegio di correre e il dovere di farlo: voglio dimostrare che mangiando un cibo etico e vegetale puoi farcela, e oggi ci sono riuscita.

Spero così che insieme a noi corra anche un messaggio importante: rispettare ogni essere vivente e non considerarlo un oggetto che ci appartiene e che possiamo strapazzare a nostro piacimento. Esserci stata oggi, a Vienna, mi ha fatto sentire parte di una meravigliosa comunità di persone sensibili, toste, che come me hanno affrontato centinaia di chilometri per essere qui, per testimoniare il loro impegno. Ho visto donne e uomini bellissimi, con una forza straordinaria, muscoli potenti e un sorriso indimenticabile. Eravamo tutti lì per lo stesso motivo. Persone belle, e buone: stupendo vedere come mi hanno incitato fino al traguardo, e a nessuno interessa quanto veloce vai, ma quanta passione ci metti! Ed eccomi qui, aspettando già il prossimo appuntamento. A presto, nel 2019!

Anonymous for the voiceless, storie di angeli

Anonymous for the voiceless: sono angeli e sono eroi, per me, gli attivisti dello straordinario movimento che sta cercando di cambiare il mondo, per dare voce a chi non può parlare. Sono milioni, anzi miliardi, gli animali che ogni giorno muoiono per diventare carne e sfamare un pianeta sempre più popolato di persone che non riflettono sulla giustizia, sull’etica, sulla salvaguardia della natura. Per ignoranza, perché fa comodo girarsi dall’altra parte e non guardare, perché è divertente prendersela con chi ha scelto un’alimentazione vegana e rispettosa delle vite degli altri, cercando di pulirsi la coscienza.

C’è chi si dichiara amante degli animali, con un gatto in braccio e un pezzo di prosciutto nel piatto. C’è chi dice di amare gli animali e indossa una pelliccia fatta di pelo di creature scuoiate vive. C’è chi adora il proprio cane ma mangia bistecche di maiali e manzi che nella loro vita non hanno mai visto la luce del sole e non hanno mai avuto la possibilità di camminare sull’erba. Essere vegani non significa fare parte di una setta, significa mettere in atto l’amore per gli animali con coerenza e coraggio.

Ho avuto la fortuna di conoscere due attivisti che nella mia città partecipano al ‘cubo’: con altri anonymous hanno il coraggio di esporsi e vanno in mezzo alla strada, indossando una maschera che impedisce di distrarre e distogliere lo sguardo, stanno fermi per strada, mostrando sul monitor dei computer che tengono in mano quello che la gente non vuole vedere. Lo fanno in tutto il mondo.

 

Accettano senza reagire insulti e offese, vengono presi in giro, vengono evitati. Mostrano animali picchiati, rinchiusi, amputati, scuoiati vivi, tagliati a pezzi, tritati, umiliati. Mostrano la verità, quello che succede dietro a quei muri che fa comodo innalzare per nascondere lo schifo. Piangono, dietro quelle maschere, perché alla sofferenza non ci si abitua mai. E alcuni di loro, senza maschera, sono lì vicino, pronti a raccontare a chi si ferma il senso di quei video, e aiutando chi riscopre di avere un cuore a mettere in atto il vero cambiamento.

Eppure, ogni giorno, grazie a loro, qualcuno si vede la verità sbattuta in faccia e si ritrova a un bivio: fare finta di niente? O ragionare e cambiare? C’è chi scappa, c’è chi piange, c’è chi vuole saperne di più. E la cultura va avanti.

Questi due attivisti sono due anime pure: sono giovani, sono belli, sono sensibili, sono come tutti i loro coetanei. Ma dedicano il loro tempo all’attivismo di strada, mettendosi in gioco, togliendo spazio a cose frivole per combattere per i milioni di senza voce che popolano questa terra e sono catalogati solo con un numero.

Per loro la vita è importante: che sia la vita di un uomo, di un pipistrello raccattato e svezzato, di un cane, di un asino, di un albero. La vita è vita, in ogni sua forma, e loro non fanno distinzioni. Chi ama gli animali viene accusato di non amare le persone, di essere fanatico, di essere intransigente. Una collega giornalista mi ha detto che ‘dal veganismo si può guarire’: perché l’ignoranza non ha confini.

Io sono fiera di essere attiva. Lo sono a modo mio, facendo conoscere i miei animali alle persone belle, lavorando nell’orto, scegliendo di non mangiare animali, informando, spiegando con pazienza le mie ragioni.

Sono fiera di avere conosciuto Gemy e Chicco, anonymous for the voiceless: due anime pure e belle che mi danno la spinta per non mollare. Finché siamo pochi possiamo fare poco. Ma se fossimo tanti potremmo fare tanto. Basterebbe avere il coraggio di partire da noi, per un vero cambiamento.

Questi due angeli degli animali sono capitati sulla mia strada in un momento difficile, dove mi sentivo sola a combattere. Invece, adesso, so che posso contare anche su di loro, e loro faranno altrettanto con me.

Facciamo quello che possiamo, tra persone sensibili si sta bene, perché ci si capisce con uno sguardo.

Fatica terapeutica, tra orto e animali

Fatica terapeutica, fatica che fa stare bene, quella che crea i legami tra persone, animali, alberi, fiori. Protagonisti, questa volta, sei persone con quattro cani in mezzo alla campagna, alle prese con un piccolo orto selvaggio. Sotto lo sguardo vigile di due asini e un cavallo iniziano le presentazioni, perché non ci si conosceva quasi se non via messaggio. Alcune strette di mano, gli sguardi che si incrociano, e via al lavoro. Ci siamo trovati con l’intento di sistemare pochi metri di terra in vista dell’autunno, uno spazio che viene utilizzato per attività didattiche con la speranza di crescere nuove generazioni più consapevoli. Sono bastati pochi minuti, e il silenzio della campagna mescolato alle nostre voci ha dato vita a un piccolo vortice di energia. Chi rastrella le foglie, chi sistema i pomodori , chi raccoglie rami secchi e piante infestanti, armato di carriola.

In un orto c’è lavoro per tutti. Muoviamo la terra, piantiamo i piccoli cavolfiori, raccogliamo le foglie delle piante aromatiche, sistemiamo i sassi che delimitano i diversi settori. Nel giro di due ore il piccolo orto anarchico si è trasformato in un bellissimo, ordinato, armonioso orto pronto ad accogliere i frutti dell’autunno. Il tempo è volato per tutti, ognuno ha offerto le sue competenze, senza giudizio e pregiudizio, con sguardo aperto e orecchie pronte a captare suggerimenti e trucchi. Ci siamo salutati tutti contenti, quasi commossi per quelle emozioni inaspettate che ti colgono quando sei in armonia con gli altri e il mondo intorno a te. Oltre al prezzemolo e alla rucola ci siamo portati a casa l’energia di un tempo condiviso di qualità. Condiviso anche insieme ai nostri animali, che lasciati nel loro ambiente, a riposarsi e osservare, ci fanno divertire con la sola loro presenza rasserenante.

In quei momenti percepiamo la loro autentica bellezza, al di là di ogni preconcetto. Sono momenti rari, vanno trattati e conservati gelosamente nella memoria, un piccolo tesoro capace di venire in aiuto nei momenti più difficili. L’orto che ci ha permesso di provare la fatica terapeutica è stato un elemento catalizzante, capace di raccogliere e di esaltate le capacità di ognuno. Si è creata l’armomia che si trova normalmente sono nelle squadre affiatate, dove l’obiettivo da raggiungere porta a dare il meglio del proprio tempo e delle proprie capacità. Si torna a casa con un bagaglio ricco di nozioni, trucchi, ma soprattutto sensazioni. Come quella della terra sotto le unghie delle mani, il profumo della menta piperita, i peli dei nostri quattrozampe sulle magliette. Ci siamo divertiti a costo zero e forse quell’energia che si è sprigionata ce la portiamo ancora addosso, pronti a coinvolgere, si spera, chi ci sta vicino. La fatica terapeutica potrebbe diventare un’abitudine sana e contagiosa. A presto, dunque!

Padelle e grembiuli, anche così amo gli animali

Padelle e grembiuli, grattugia e coltelli, teglie e mestoli. Mai e poi mai avrei immaginato di cimentarmi in un corso di cucina. Ebbene sì, anche questa è fatta: all’inizio di settembre ero a Igea Marina, e guidata dalla chef Barbara Bianchi e ad altri compagni di corso ho realizzato delle vere squisitezze. Tutte rigorosamente veg! Che la cucina vegana sia ricca, gustosa, sana, varia già lo sapevo. Ma fino a quel momento mi ero limitata ad ammirare i piatti, e a mangiarli con estremo piacere. Stavolta, mi sono sentita protagonista, ed è stato bellissimo! Ho messo da parte la timidezza, e dopo i primi attimi di smarrimento, di fronte a colleghe ben più pratiche di me, ho sfoderato la grinta e la passione per la cucina ereditata dalla nonna, con risultati inaspettati.

Perché ho fatto questo? Per gli animali. Perché li amo tutti, senza distinzioni. Perché non esistono animali da compagnia e animali da carne, o da allevamento per me. Perché io, per prima, ho voluto dimostrare quanto sia facile cambiare la propria ottica e capire che per essere coerenti basta un pizzico di coraggio.

Come ho affrontato una mezza maratona senza essere allenata, per far vedere che tutto è possibile quando ami veramente, così stavolta ho affrontato padelle e impasti, scoprendo ingredienti nuovi, trucchi, segreti di una cucina stupenda alla vista e al gusto, perché rispetta chi amo di più. E così per due giorni ho pelato carote, frullato impasti, fritto bomboloni, pesato ingredienti e poi ho chiacchierato, ho riso, ho posato fiera davanti alle nostre creazioni. E soprattutto, ho mangiato delle vere delizie, scoprendo che è facile prepararle, più di quanto avessi immaginato.

L’esperienza mi è piaciuta così tanto che la voglio ripetere, e la ripeterò. Padelle e grembiuli saranno miei alleati, per preparare buone cose per le persone a cui tengo. Niente è impossibile, non ci sono scuse: se ami gli animali lo fai a partire da ciò che cucini e che mangi.

Buon appetito!

Asini saggi, un nuovo libro e piccole prove di resistenza

Insieme agli asini, con la voglia di cambiamento ma anche nuove sfide da affrontare, e possibilmente da vincere. In questo periodo mi ha travolto la necessità di rivedere i miei punti fermi, e trovarne naturalmente di nuovi. E nel frattempo ho affrontato quel lavoro stressante, ma stimolante, di rilettura del testo che a breve si trasformerà in un nuovo libro. A soccorrermi sono stati, come sempre, i miei più cari compagni di vita, e argomento prediletto. Scrivere di asini mi ha permesso di riguardare il percorso che mi ha portato a loro sotto una nuova luce. Provo le stesse emozioni di un tempo raccontandoli, perché trovo che siano le creature con il più grande concentrato di saggezza: intelligenti, posati, tranquilli, acuti osservatori. E nonostante questo biasimati e derisi dall’uomo, che dal basso della sua miopia ha visto sempre in loro solamente animali da fatica e mai stimolanti compagni di vita con cui confrontarsi. Condividere pomeriggi di giochi e passeggiate, lavorare nell’orto sotto il loro sguardo vigile e incuriosito mi ha permesso di ritrovare energia. Ero scarica, e ho avuto l’ennesima conferma che la mia batteria si alimenta attraverso le mani sporche di terra, le magliette ricoperte di pelo e polvere, le gambe schizzate di fango. Neanche a farlo apposta, la vita mi ha messo davanti delle prove grandi e piccole in questi mesi: il distacco da chi amo, la delusione di certi rapporti che inevitabilmente si chiudono per sempre, gli stress del lavoro. Ma anche la paura di affrontare una salita, o una camminata che sembra voler stroncare le gambe. In quei momenti penso agli asini, ai pesi che per secoli hanno portato e continuano a portare sulle loro spalle, in silenzio e senza lamentarsi. Allora mi faccio coraggio, e passo dopo passo arrivo in cima alla vetta. E quel panorama ripaga di ogni sforzo fatto. La compagnia degli asini è una continua lezione di vita, per me e per chi, insieme a me, desidera conoscerli e capirli al di là di ogni pregiudizio e falsa credenza.

Incontri speciali, incontri d’estate

L’estate ci raggiunge con le sue giornate lunghe, il suo caldo e la sua luce. È un momento magico questo, un momento perfetto per chiudere con le cose che ci hanno fatto male e aprirsi a nuovi incontri. Allontanare chi ci ha stressato e non merita le nostre energie, ritrovare la propria serenità e aprirsi a nuove possibilità di dialogo.

Il dialogo per me è soprattutto quello fatto di sguardi, di tatto e contatto, e non di parole. Un giorno qualcuno mi disse che parlare con gli animali è facile, tanto loro non possono rispondere e ci danno l’illusione di capirci e non giudicarci. Credo che sia interessante partire da questa stupida considerazione e accogliere questa sfida, perché evidentemente gli incontri speciali non sono pane per tutti. Gli animali si avvicinano quando sentono di potersi fidare, e in assenza di parola l’istinto li guida. Così, se anche noi diventiamo capaci di usare i nostri sensi, diventiamo protagonisti di scambi energetici straordinari.

Il lavoro mi ha portato a esplorare il mondo dei lupi, il mondo dei camosci e dei mufloni, la bellezza e la serenità della fattoria, con i suoi animali di campagna, docili e lenti, poetici e concreti insieme. Mi sono presa, e continuerò a prendermi il lusso di cogliere ogni occasione per imparare di più, da loro e dal loro ambiente, osservandoli da lontano o gustando la loro presenza da vicino, favorendo gli incontri tra loro e altri umani. Se ci si presenta puliti e aperti al dialogo le occasioni si moltiplicano. Non è un’arte che si impara questa, ma la capacità di ragionare al di là delle classificazioni di specie, al di là di ogni presunzione, cancellando dal nostro modo di porci quell’inutile, e anzi dannosa attitudine umana a considerare sempre gli altri esseri viventi in base alla funzione che possono rivestire per la nostra utilità.

In questo modo torniamo a casa con un bagaglio ricchissimo di sensazioni che non si imparano studiando, e neppure utilizzando sempre la nostra razionalità. E ogni incontro diventa una grande opportunità per rivedere i nostri parametri, e per imparare l’arte stupenda di lasciarsi andare.